Le “visioni” di Sophie L. sulla fine di Emanuela Orlandi e delle altre ragazze

I Grandi Gialli di Gianluigi Nuzzi

Un gruppo di alti prelati francesi presenta prove inquietanti:

pista o depistaggio?

Chi l’avrebbe mai detto che per avvicinarsi alla verità su Emanuela Orlandi, bisognava spingersi Oltralpe, raggiungere Avignone, terra di papi chiese e segreti? L’autostrada della Costa Azzurra era libera, deserta, quella domenica mattina del 4 ottobre 2020. Nessun tir, pochissime auto; colpa del Covid e di tutti quei divieti che in piena pandemia non permettevano di muoversi liberamente. Per fortuna, come giornalista in servizio, avevo la possibilità di circolare con più agio e raggiungere il mio appuntamento. Del resto, l’invito arrivava da una delle più alte cariche della chiesa cattolica in Provenza. Non si poteva certo rinunciare a battere questa pista, dopo che un prete di Lourdes mi aveva cercato e raggiunto a Milano per incontrarmi, sensibilizzarmi su quanto d’inatteso accadeva ad Avignone e invitarmi a incontrare quanto prima, in assoluta riservatezza, un alto prelato che mi attendeva nella città francese.

Prima però di raccontare quest’altra pagina buia che ancora cadenza di misteri la scomparsa di Emanuela, necessita una premessa. Il lettore potrebbe infatti interrogarsi sul perché abbia deciso in questi quattro anni e mezzo di non rendere pubblica questa storia e sul motivo che mi induce oggi a rompere il silenzio. Finora ho taciuto quanto accaduto per diversi motivi. In un primo momento ero rimasto in silenzio perché impegnato a verificare questa incredibile e illuminante vicenda, poi perché del caso si è interessato il Vaticano e quindi anche l’autorità giudiziaria francese. Al contrario, gli eventi potrebbero ora interessare – per gli eventuali approfondimenti – chi ancora cerca la verità sull’Orlandi, a iniziare dalla commissione parlamentare d’inchiesta. E così si potrebbe magari provare a superare quel magma informe che cerca di coprire le tracce da quando Emanuela sparì dopo la lezione di musica a Sant’Apollinare a Roma.

Ritorniamo quindi a quella che per comodità potremo chiamare la “pista francese” con un appuntamento che mi era stato fissato per domenica 4 ottobre in un convento nel cuore della città. Un sacerdote mi aprì il cancello sul retro e lo seguii lungo qualche rampa di scale, mentre pensavo che ad attendermi sarebbe stato l’appuntamento con quell’alto prelato, un uomo che all’epoca ricopriva uno dei ruoli apicali della comunità cattolica provenzale. Fui fatto entrare in un ampio salone e rimasi senza parole. Mai avrei potuto solo immaginare che ad attendermi silenti c’erano una mezza dozzina di persone, seduti uno a fianco all’altro, dietro a un lungo tavolo, tipo commissione d’esame universitario. Riconobbi il sacerdote di Lourdes che avevo incontrato a Milano, suo fratello, l’alto prelato già visto in fotografia su wikipedia e alcune deferenti figure, evidentemente suoi collaboratori. Quella presenza era chiaramente superflua se non vogliamo leggere il carattere simbolico per caratterizzare d’importanza l’incontro. Superati i convenevoli di rito, il sacerdote di Lourdes mi introduce in questa storia incredibile.

In buona sostanza, mi raccontano che da settimane, forse persino mesi, la diocesi di Avignone sta aiutando e protegge in gran segreto una ragazza, tale Sophie L., ventenne della zona perché questa, profondamente cattolica, ha chiesto aiuto terrorizzata per le notizie delle quali è venuta a conoscenza. In pratica, la stessa vivrebbe episodi di bilocazione, ovvero una presunta e contemporanea presenza in due luoghi diversi, facoltà attribuita a capacità soprannaturali. Mi descrivono la ragazza in questione come una donna senza cultura, di umilissime origini, la cui famiglia vive in un centro rurale lì vicino. Trovando interessanti i racconti, i sacerdoti hanno deciso di mettere a disposizione un appartamento dove Sophie L. dimora passando gran parte della giornata a pregare, priva di collegamenti con l’esterno, di accesso internet e ai mezzi d’informazione. I sacerdoti si dicono colpiti da questi episodi di bilocazione, durante i quali la ragazza asserisce di venire a conoscenza di trame e misteri di moltissime vicende violente del passato. A iniziare dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la figlia di un messo del Vaticano, scomparsa il 22 giugno del 1983: un caso al centro di numerose inchieste e tuttora insoluto.

Ad Avignone, tra i presenti, nessuno dei sacerdoti aveva finora avuto qualche contezza di questa storia se non in maniera del tutto generica e dopo numerosi dubbi e resistenze i dettagli progressivamente forniti da Sophie, circostanziati nella ricostruzione e nella dinamica, li avrebbero convinti a fare dei primi approfondimenti. Questi li avrebbero portati a trovare prime conferme e connessioni tra quanto accaduto e il racconto della ragazza. Anche perché lei è davvero un fiume in piena di dettagli e retroscena sulla scomparsa di Emanuela.

Non solo. La giovane svela di ritrovarsi durante la bilocazione in contatto con tutta una serie di altre ragazzine sparite proprio in quegli anni dalla Capitale. Se non bastasse, Sophie avrebbe mostrato – negli incontri ormai quasi quotidiani con i sacerdoti che la seguono– delle lesioni, delle sorti di stigmate prodotte nella bilocazione o subito dopo, che sono state fotografate. Mi vengono mostrati diversi scatti: la ragazza appare segnata da lividi profondi agli arti. Gli stessi scatti sono stati inviati a un medico specialista perché possa fare una valutazione dei segni e capirne l’origine e se si tratta di autolesionismo. Nei giorni antecedenti al mio incontro è stato consultato anche un sacerdote esorcista che analizzato il caso ha escluso di trovarsi di fronte a una persona indemoniata. La ragazza si mostra terrorizzata, afferma che durante la bilocazione si trova negli stessi luoghi dove Emanuela è stata reclusa, svela che un gruppo organizzato gestisce i sequestri di queste ragazze e che anche lei rischia di finire rapita e uccisa. Aggiunge di aver parlato oltre che con la stessa Emanuela, anche con altri personaggi: tutti le hanno indicato quanto accade a queste vittime, le caratteristiche delle stesse e i rischi.

Ascoltando seduto per ore questo racconto, rimango sconvolto, mi controllo per non mostrarlo. Mi è subito evidente che la questione centrale non è l’autenticità del racconto di Sophie ma il fatto che questa ragazza sia ritenuta interessante, credibile, da parte del vertice di una diocesi, cioè da sacerdoti che a differenza di tanti altri uomini di Chiesa negli ultimi quarant’anni, vogliono far chiarezza. Ma è il ragionamento che ne consegue a farmi paura: visto quanto il racconto sia in sé incredibile, quasi surreale se trova tutto questo ascolto dev’essere per qualche motivo recondito. Che qualcuno, in altre parole, voglia utilizzare questo insolito canale per far arrivare delle informazioni sulla fine di Emanuela Orlandi, mimetizzandosi dietro una sedicente bilocazione? O, ancora, siamo di fronte a un’iniziativa di depistaggio per condizionare le indagini italiane? Sono quesiti legittimi perché ancora ricordo toni e sguardi di quei sacerdoti. E capisco d’essere solo all’inizio della storia.

Gli affari di un prelato nelle indagini della chiesa provenzale sul caso Orlandi

La riunione alla casa diocesana di Avignone, in rue Paul Manivet, mi aveva talmente colpito che subito dopo decisi di rientrare in Italia, senza pernottare nella città provenzale, sebbene i sacerdoti gentilmente mi avessero messo a disposizione una stanza in curia. Nel viaggio di ritorno cercavo di collegare i punti di quanto accaduto: la giovane Sophie L. viene accolta e accudita dai sacerdoti della diocesi ai quali spiega le esperienze di bilocazione che vive, spiega loro come la storia di Emanuela Orlandi vada collegata alle altre sparizioni di ragazze dell’epoca a Roma, racconta in tempo reale come avvenivano questi rapimenti e omicidi. Gli alti prelati cercano di approfondire, verificare le notizie, interpretare le stigmate sul corpo, coinvolgere uomini di Chiesa.

Renatino De Pedis

La tesi della giovane non è di certo nuova, basti pensare a come già la questura della Capitale durante le prime indagini aveva stilato un elenco di ben 177 ragazze scomparse negli anni 1982-83 nella provincia di Roma. Gran parte di queste vennero ovviamente poi rintracciate ma di alcune si perse per sempre ogni traccia. Anche l’attività della Commissione parlamentare oggi mira a valutare i punti di connessione tra la scomparsa Orlandi e quella di altre ragazze a iniziare da Mirella Gregori. Ma l’attenzione dei collaboratori dell’alto prelato per il caso Orlandi va anche oltre le presunte rivelazioni di Sophie L. . Durante l’incontro nel salone di rue Paul Manivet si parla anche della storia e del tesoretto di un sacerdote francese, monsignor Marcel Noirot, dal 1957 professore al Pontificio Istituto di musica sacra e che nei suoi soggiorni capitolini aveva incrociato la vita di Emanuela. Infatti, tra i diversi incarichi ricoperti all’epoca dal sacerdote, c’era anche quello di insegnante e membro del consiglio direttivo dell’Istituto Tommaso Ludovico da Vittoria, proprio la scuola di musica in piazza Sant’Apollinare a Roma, frequentata da Emanuela. La ragazza sparì subito dopo aver seguito la lezione settimanale di flauto traverso quando Noirot era uno dei cinque insegnanti che componevano l’organo di direzione dell’istituto, insieme a monsignor Valentino Miserachs Grau, al professor Francesco Luisi, al maestro Mario Scapin e alla professoressa Maddalena Avignoni.

Il nome di Noirot emerge appena Bergoglio arriva in Vaticano e dispone una verifica sui conti segreti nei forzieri dei sacri palazzi. Nelle relazioni sulle attività alcuni paragrafi sono dedicati al Fondo monsignor Marcel Noirot. In particolare, in una scheda interna vergata durante i controlli si legge: “Fondo monsignor Marcel Noirot, fondo con conti n. 203929– 55 e saldo liquidità 51.901,82, titoli 449.880. Scopo: proventi annuali del fondo da ripartire secondo istruzioni del de cuius: 80 per cento finanziamento per borse di studio dedicate a sacerdoti francesi su indicazione del rettore della chiesa di San Luigi dei Francesi per frequenza università ̀pontificie romane per studi in diritto canonico, dieci per cento santo padre e dieci per cento per conservazione capitale. Eredità del monsignore Noirot attribuita alla Santa sede e conferita in gestione all’Apsa». In apparenza si tratta del conto di un monsignore che aveva incarichi presso la santa sede e strutture collegate e aveva deciso di aprire un deposito presso l’Apsa, la banca centrale vaticana. Peccato però che questo di tipo di rapporti finanziari fossero di fatto vietati dall’amministrazione visto che l’Apsa era delegata a gestire i denari di enti, istituti e fondazioni vaticane quindi non di privati. Gli uomini di Bergoglio, invece, avevano trovato un elenco di depositi personali che costituivano un’autentica eccezione. Perché monsignor Noirot godette di questo trattamento? Il suo conto aveva sollevato gli interessi dei sacerdoti e teologi provenzali: «Tra gli innumerevoli conti opachi – scrivevano nei loro scambi epistolari – c’è il fondo Noirot che incuriosisce, perché pur avendo una liquidità relativamente modesta di 51mila euro, destinata a pagare gli studi di diritto canonico a giovani preti francesi meritevoli, comprende un portafoglio titoli molto più ampio, valutato intorno ai 450mila, il che è meno usuale. Ora, questo fondo Noirot non può che essere quello di Mons. Marcel Noirot, professore alla scuola di musica frequentata da Orlandi e legato al clero di Sant’Apollinare. C’è indubbiamente un legame tra queste due cose, il fondo e il sacerdote, che ha un fondo significativo (per sé o come prestanome)». Del resto, non è solo questo il punto di contatto tra la scuola di musica frequentata dalla Orlandi e l’Apsa. Coincidenza vuole che l’edificio che all’epoca ospitava l’istituto Da Vittoria, al civico 49 di piazza Sant’Apollinare, fosse di proprietà proprio dell’Apsa. Non solo. È anche vero che all’epoca Sant’Apollinare fosse una basilica ben più frequentata rispetto agli ultimi quarant’anni. Proprio lì e in quegli anni il cardinale Agostino Casaroli, presidente della banca centrale vaticana, officiava di prassi la messa d’inaugurazione dell’anno musicale. Nello stesso palazzo frequentato dalla Orlandi al piano inferiore c’erano invece gli uffici della delegazione dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, correntista dell’Apsa dal giugno del 2012. E a celebrare la messa in basilica si recava a volte anche il cardinale Giuseppe Caprio, scelto da papa Wojtyła come gran maestro dell’ordine del Santo Sepolcro.

Sabrina Minardi

Lo verrò a sapere solo dopo, ma proprio in quelle ore Sophie L. ha chiesto di incontrare i monsignori per aggiornarli di quanto saputo. Nel mese successivo più volte afferma che i resti di Emanuela Orlandi si trovano a Torvajanica in un palazzo che era in costruzione quando la giovane venne sequestrata ed esattamente di fronte al ristorante Pippo. Se si volesse accedere dalle cantine si potrebbe agevolmente verificare il racconto. Tra l’altro, questa particolarità collima con quanto Sabrina Minardi aveva messo a verbale quando raccontò di un pranzo nei primi giorni del 1984 a Torvajanica nel ristorante Pippo l’abruzzese tra Renato De Pedis, il cassiere della banda della Magliana, e una sua guardia del corpo detto “il pugile”.

Proprio durante quell’incontro De Pedis avrebbe cercato di liberarsi del corpo della ragazza. Minardi svelò che dal bagagliaio dell’auto del pugile vennero estratti due grandi sacchi di plastica scuri e lasciati cadere in una betoniera parcheggiata lì sul lungomare, a due passi dal ristorante. Da quel giorno inizia una spasmodica raccolta di informazioni per approfondire ogni parola di Sophie L.. Per mesi gli incontri in diocesi si susseguono. Inizialmente si prepara un dossier da mandare alle autorità vaticane poi i sacerdoti provenzali preferiscono compiere direttamente degli accertamenti per tutta la primavera e l estate del 2021. La giovane francese ormai è considerata degna di fede e da proteggere, visto che lei lamenta il rischio di essere uccisa.

Le visioni della ragazza in mano alla chiesa provenzale: “Farò la stessa fine”

Siamo alla vigilia del Natale del 2020, Sophie L., la giovane ragazza che indica ad alcuni alti prelati di Avignone indicazioni su Emanuela Orlandi e altre ragazze scomparse negli Anni ’80, ormai ha conquistato la fiducia dei sacerdoti.

Dalla Provenza mi arrivano notizie tanto incredibili da lasciarmi incredulo: “Con Google Earth – mi scrive uno dei sacerdoti – abbiamo delimitato il perimetro dove si troverebbero i resti di Emanuela, appena ho delle novità vi ricontatto”.

E così con gli auguri di buon 2021 arrivano anche quelli di poter fare presto concreti passi in avanti. In realtà per circa dieci mesi non vengo più aggiornato. Solo successivamente verrò a sapere che alcuni monsignori con Sophie L. sono venuti in missione riservata in Italia per raggiungere Roma e da qui Torvaianica, alle porte di Pomezia, convinti che la tomba di Emanuela sia tuttora sotto un imponente edificio lungomare. I sacerdoti si affidano alle parole di Sophie L. che li aggiorna e rende sempre più precisa la ricostruzione aggiornandoli di quanto viene a sapere durante il fenomeno della bilocazione. A differenza dei preti, nutro profonde perplessità su questa testimone e notizie che fornisce sebbene rimanga spiazzato dall’assoluta dedizione che sacerdoti di potere e d’esperienza vi dedicano. E poi come può questa ragazza sapere queste cose senza aver accesso a libri e rete wi-fi? C’è qualcuno che la imbocca e per quali fini?

Un passo in avanti arriva nell’autunno del 2021 quando un vescovo francese con un altro sacerdote e la stessa Sophie L. decidono di venire a trovarmi.

«Caro Gianluigi – mi scrivono – appena possibile prenoteremo il nostro volo per Milano al fine di incontrarvi e darvi il nostro dossier”. In effetti capisco che hanno stilato una sorta di memoria sulle rivelazioni della ragazza e vogliono ancora confrontarsi.

E così il 9 ottobre ci si incontra più volte, si va a colazione insieme sulla terrazza della Triennale. Conosco Sophie L., è esattamente come l’immaginavo, magrissima, lunghi capelli lisci castani, occhi chiari e sfuggenti. Parla poco, pochissimo, anzi quasi non parla.

Mentre siamo a tavola mi accorgo che ogni volta che dialogo con i suoi amici sacerdoti, lei mi osserva, studia, fissa. Se però ricambio lo sguardo lei subito gira il volto altrove. Le dico chiaramente che bisogna superare dei dubbi e che l’unica strada è quella di accettare delle domande da parte di Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela al quale potrei chiedere di formulare degli interrogativi su degli aspetti di Emanuela non ancora usciti sui giornali e che solo i familiari conosco. Sophie L. comprende la richiesta e si dice disponibile.

Dopo il lunch andiamo a vedere il Cenacolo di Leonardo da Vinci per poi salutarci. Passa qualche giorno e il monsignore di Avignone mi manda una email, questa: «Caro Signore, innanzitutto vorrei ringraziarvi per averci accolto così fraternamente sabato scorso. Sophie è rimasta molto colpita dal vostro incontro. Attende con ansia la tua e-mail e le domande del fratello di Manuela.

Devo farti notare che lei non desidera che padre D. faccia da intermediario tra lei e te. Da domenica Padre Pio la sta inondando di informazioni sulle ragazze scomparse negli anni ’80 e ’90, ma sarà lei stessa a raccontarvelo via email, perché desidera comunicare direttamente con voi.

Anche Manuela gli apparve e le raccontò, tra le altre cose, il soprannome che le aveva dato sua madre... Lascerò che Sophie parli direttamente con te. Resterò al suo fianco, anche se giovedì partirò per Israele per un servizio in una casa del CNC a Gerusalemme. Vi assicuro le mie preghiere per tutte le vostre intenzioni».

Monsignor Marcinkus

La missiva apre uno scambio epistolare direttamente con Sophie. La sua prima email è semplicemente agghiacciante: «Salve signore, grazie per la tua email e grazie mille per aver trovato il tempo di incontrarmi a Milano. Ti chiedo anche perdono per le mie paure. Sono purtroppo profondamente colpita dagli orrori che ho subito per mano di questi uomini. Per non parlare della mia enorme paura delle conseguenze di tutto questo. Va bene per le domande.

Grazie a te e a lui per averci dedicato del tempo. Da parte mia, ho ricevuto molte informazioni da Emanuela, sia sul giorno della sua scomparsa, sia sulla sua vita privata. Le trasmetterò, insieme alle risposte alle domande che mi pone. In modo che tutto sia raggruppato. Devo condividere con voi altre informazioni che ho ricevuto negli ultimi giorni. Hai chiesto i nomi delle altre ragazze corrispondenti al caso di Emanuela per opera del clero (oltre a Mirella), eccoli:

“1° aprile 1975: Alexandra Sandri, 11 anni. Rapita e sequestrata dagli uomini della Massoneria, poi sacrificata per la Pentecoste del 1982. Orchestrato da Mons. Marcinkus

2 dicembre 1981: Stefania Puglizi, 10 anni. Venne rapita e tenuta per diverse settimane presso l’abitazione di un familiare, massone (poi cambiò residenza tre volte, sempre sotto la tutela della Massoneria), finché non venne portata in sacrificio a Roma, durante una messa nera di Natale del 1985. Orchestrato da Marcinkus.

3. Maggio 1983: Mirella Gregori 15 anni. Rapita e tenuta prigioniera per ordine del vescovo Marcinkus. È stata tenuta insieme a Emanuela per circa un mese a Roma, portata a orge sessuali, prima di essere portata all’estero. Vescovo Marcinkus

4 giugno 1983: Emmanuela Orlandi. Vescovo Marcinkus.

5 gennaio 1984: Caterina Skerl, 17 anni. Testimone imbarazzante nel caso Orlandi. Uccisa la sera stessa della scomparsa da un uomo della gang di De Pedis.

6 novembre 1984: Maria Antonietta Flora 27 anni. Venduta da un mafioso (che lei conosceva) a un giro di schiavitù sessuale per membri del clero.

Pietro Orlandi

7 giugno 1989: Gisella Orou, 16 anni. Morì durante un rito satanico. La mafia si è sbarazzata del cadavere. Vescovo Marcinkus.

8 settembre 1993: Elisa Claps, 16 anni. Sacrificata durante una messa nera per la Gloriosa Croce il 14 (intrappolata da un parente). Il sacrificio non avvenne a Roma ma a Potenza. Orchestrato da Mons. de Bonis”.

Sembra un film ma non lo è. Sembra il frutto di notizie inventate, assemblate a casaccio o è un mosaico al quale mancano ancora i tasselli principali? Perché scomodare queste povere ragazze, la loro memoria e chi soffre ancora oggi per loro? Se questa donna mente è un’abile e sottile giocatrice ma forse è strumento di qualcuno per motivi ancora sconosciuti. La conclusione dell’email è inquietante, come una partita da giocarsi contro il tempo: «Signor Nuzzi, io penso molto a quello che mi ha detto “bisogna lottare contro il destino” e mi aggrappo il più possibile a questa parola per non perdere la speranza, ma sono terrorizzata e non so come lottare contro tali poteri… Ho molta paura, perché ciò che mi aspetta è terribile, ancora di più dopo le rivelazioni che continuo a trasmettere. Ricevo sempre più minacce e pressioni. Anche il cielo mi conferma tristemente che il tempo stringe… Faranno di tutto per farmi tacere, ma cosa posso fare contro di loro? Come posso combattere il destino che questi uomini hanno pianificato per me?».

Continuano le oscure rivelazioni della giovane “accolta” dalla curia di Avignone

Di fronte alle verità di Sophie sulle ragazze scomparse a Roma agli inizi degli anni Ottanta c’è da aver paura. Anche perché le sue email concludono sempre con un’incalzante, crescente espressione di terrore. «Il vescovo è partito per Israele e io mi ritrovo qui sola – scrive nel pomeriggio del 15 ottobre 2021 –. Di fronte a un’organizzazione che mi sfugge e mi terrorizza. Signor Nuzzi, sappia che farò tutto il possibile per aiutarla a scoprire la verità su tutti questi orrori, ma spero sinceramente di avere il tempo… Questa è la mia più grande paura, e credo che lei stesso sappia di cosa sono capaci… In una prossima email, se sarai interessato, forse ti racconterò più dettagliatamente cosa sto vivendo con questi uomini. Spero che questo vi permetta di comprendere meglio questa triste realtà che sta accadendo in relazione ai potenti del Vaticano. Naturalmente dipende se lo si desidera o meno. Capisci che voglio solo una cosa: la verità. Prego per te e la tua famiglia. Sofia +». E poi un post scriputm: «Per essere completamente onesta con te, nelle ultime ore sono stata sottoposta a così tanta pressione e minacce che ho avuto voglia di rinunciare a tutto».

Quindi, urge capire da subito se la giovane francese, portata in palmo di mano dagli alti prelati di Avignone, conosca davvero retroscena inediti sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. E, nel caso, esiste un suggeritore, chi è costui? Se inventa, ancor più bisogna comprendere quali dinamiche le hanno consentito di acquistare tanto credito nella curia avignonese da smuovere esperti e medici: cosa si nasconde sotto quest’affaire?

Per far calare le carte a Sophie chiedo a chi è vicino a Pietro Orlandi di formulare qualche domanda su Emanuela alle quali solo chi la conosce bene potrà rispondere. Ricevo quattro questioni scritte da Pietro, semplici, precise, lineari che il 17 ottobre giro a Sophie: «Nell’aprile del 1983 Emanuela andò dal medico per un problema di salute. Qual’era la diagnosi? Ho sempre chiesto a Emanuela di suonare al pianoforte due brani classici che mi piacevano particolarmente, uno era il Notturno di Chopin, l’altro? Durante un viaggio in una città europea, condivise la stanza con un’amica con cui andava molto d’accordo. Come si chiamava questa compagna? Che città era?». E, infine, «quando Emanuela si addormentava, legava i capelli con la riga in mezzo, io la chiamai con un certo nome per prenderla in giro. Tipo, come?».

La cattedrale di Avignone

In cuor mio penso, prevedo che la giovane eviterà di rispondere, dimostrando il bluff di questa storia e lasciando così alcuni esponenti della curia di Avignone a dover spiegare un giorno perché Sophie trova tanto credito. Invece, passano due giorni, arriva la risposta, una lunga missiva divisa in due parti. Nella prima replica alle domande su Emanuela, poi indica altri dettagli.

«Da parte mia – esordisce la email –, ti chiedo scusa, ma durante il nostro incontro a Milano ho commesso un errore. Quando ti ho detto che Emanuela Orlandi mi è apparsa tramite apparizioni (per il ritrovamento delle sue spoglie), mi hai chiesto se fosse possibile rivolgerle delle domande a nome del fratello, per verificare che fosse proprio lei. Con la forte emozione che ho provato durante questo incontro e la stanchezza del viaggio, ti ho detto: “sì, certo”. Questo è stato il mio grande errore, perché all’epoca non ho tenuto conto della dottrina della Chiesa cattolica, che condanna questa pratica. Mi scuso ancora una volta con tutto il cuore per questa goffaggine. Penso sia importante chiarire che non sono una medium né una chiaroveggente e non pratico la spiritualità né altro. Ho delle apparizioni e/o delle rivelazioni dal cielo, ma queste sono solo apparizioni permesse da Dio. Non faccio mai nulla di mia iniziativa. La sera stessa del nostro incontro mi sono resa conto dell’errore nelle mie parole in risposta alla tua richiesta. Mi sono presa allora il tempo di pregare, di chiedere il discernimento del vescovo, ma anche di attendere gli insegnamenti di Padre Pio su questa questione, consapevole del fondamento iniziale di questa richiesta. Per rassicurare il signor Orlandi. Padre Pio mi ha incoraggiato a rivolgermi alla Bibbia, dove sono tutte le risposte. Dopo aver letto diversi passaggi e averne discusso con il vescovo, vorrei condividerne alcuni con voi, affinché possiate constatare personalmente la posizione della Chiesa».

E qui Sophie argomenta il suo inatteso diniego, citando diversi passi delle scritture. Un fatto strabiliante se solo si pensa che la giovane francese mi era stata presentata come persona senza cultura e priva di mezzi telematici a disposizione. È palese che qualcuno la stia aiutando. «Signor Nuzzi, lei capirà che, oltre a essere consapevole della necessità del signor Orlandi di essere rassicurata circa le mie rivelazioni, mi è impossibile andare contro gli insegnamenti della Chiesa e ritengo mio dovere usare grande cautela al riguardo. Andare contro questo principio significherebbe anche aprire le porte ai trucchi del demone, il che equivarrebbe a far fallire la missione. Emanuela mi sembra alla ricerca della verità, le informazioni che mi fornisce sono principalmente legate a questa verità. Come avrete capito, non posso fare domande direttamente a nome della sua famiglia, d’altro canto, i defunti che mi appaiono con il permesso di Dio, possono liberamente condividere con me ciò che desiderano e ciò che Dio accetta».

E aggiunge: «A questo proposito, ecco alcuni elementi forniti da Emanuela Orlandi, che spero possano soddisfare suo fratello e voi: “Avevo l’astigmatismo all’occhio destro, dovevo indossare occhiali brutti per ascoltare la musica e avevo problemi renali. Ero piena di vita e di gioia. Felice nella mia famiglia, ma diffidente e timida con gli estranei. Mi sono trovata bene in Vaticano, ci sono nata e ci vivo ancora. I giardini erano un incredibile parco giochi e qualche volta il Papa veniva a chiacchierare amichevolmente con noi. Finché la mamma non ci ha chiamato dalla finestra per mangiare. Sapete, il Papa era stufo della situazione, sapeva tutto quello che era successo ma è stato messo a tacere. Ha fatto di tutto per cambiare il corso delle cose. Ha provato di tutto, ma è stato davvero pessimo. Il giorno del mio rapimento, prima di partire ho litigato con Pietro. Volevo che mi portasse a lezione di musica a causa dello sciopero degli autobus del giorno prima ma lui non ha voluto per via di Ana. In quel momento mi arrabbiai. E poi mi piaceva così tanto andare in moto con lui. Da piccola sono caduta una volta ma non ho avuto paura.

Padre Pio

Da allora so che si è pentito molto di avermi detto di no, non avrebbe dovuto. Se non fosse stato quel giorno, sarebbe stato un altro giorno. Digli che non è colpa sua. Non ho preso l’autobus 64 come al solito perché avevo paura che non sarebbe partito a causa dello sciopero. Ho camminato e ho attraversato l’interno di Piazza Navona per andare un po’ più veloce”». Una lunga missiva generosa di dettagli se non fosse per un errore, piccolo ma fondamentale.

La “teste” Sophie parla di orge con alcuni prelati e cita il boss De Pedis.

Poi tace

Nell’ottobre del 2021 le email di Sophie con presunti dettagli sulla scomparsa di Emanuela Orlandi si fanno più frequenti. In alcuni giorni ne arrivano anche un paio in poche ore. In ognuna si trovano delle verità sconvolgenti e la giovane francese ricorda sempre come i testi, le indiscrezioni, le valutazioni siano condivise con il vertice della curia di Avignone.

Negli scritti Sophie scrive in prima persona come fosse Emanuela, anche sul giorno della scomparsa: «Durante il tragitto ho incrociato una macchina, mi sono avvicinato, dentro c’erano monsignor Vergari (all’epoca rettore della basilica di sant’Apollinare risultato poi estraneo ai fatti, nda) e un altro uomo. Li conoscevo bene entrambi. L’altro uomo era Enrico De Pedis (esponente della banda della Magliana deceduto incensurato, nda), qualcuno che avevo già incontrato alla scuola di musica. Mi offrì un lavoro come venditrice di cosmetici a un evento la settimana successiva. C’erano molti soldi da guadagnare. Ero felice, ma dissi che avevo bisogno di sapere se mia madre avrebbe accettato. Pensavo che avrebbe detto di sì perché Natalina conosceva Avon. Monsignor Vergari mi chiese se avessi accettato di fargli un favore quella sera stessa: preparare una messa dopo la lezione di musica. Ovviamente ho detto di sì. Sapevo che mamma e papà sarebbero stati d’accordo. Fu concordato che Enrico De Pedis sarebbe venuto a prendermi alla fine del corso per portarmi da monsignor Vergari, al quale avrei dovuto dare la risposta del lavoro».

Sophie indica le relazioni amicali di Emanuela, presunti dettagli di famiglia, gli amici che erano con lei poche ore prima della scomparsa: «Prima della fine della lezione ho chiesto di uscire per un impegno, Ho raggiunto i miei amici dell’autobus e abbiamo chiacchierato un po’ ma non sono salita, ho dovuto aspettare Enrico De Pedis. Mentre aspettavo, Katy si è avvicinata a me e siamo state interrotte dall’arrivo della macchina di De Pedis. Era solo dentro. Salutai Katy e salii». Sophie accusa anche il Vaticano: «Nei giardini vaticani, mi è capitato di essere infastidita da X (cardinale tutt’ora in vita, nda). A volte era sgradevole e mi parlava molto del Medio Oriente. Ne parlai con un amico. Lo rividi più tardi, durante le orge successive, e capii… C’è un luogo in Vaticano, protetto in una cassaforte, dove è archiviato un fascicolo riguardante il caso Orlandi. Questo dossier è vietato alla consultazione, comprende tutti gli scambi telefonici sulla linea 158, gli scambi avvenuti prima dell’istituzione della linea diretta (a partire dalla sera stessa del sequestro) più il contenuto degli incontri riservati avvenuti presso la Santa Sede, nei giorni successivi alla scomparsa di Emanuela. Emanuela è al centro di un profondo tabù, le cui conseguenze per il Vaticano sarebbero senza precedenti, se la verità venisse finalmente a galla. In seguito a questo annuncio e dopo aver ascoltato il discernimento di Monsignor Y (l’alto prelato di Avignone da me incontrato nell’iniziale viaggio in Francia, nda) riguardo a tutta questa situazione, ho ricevuto sempre più informazioni, in particolare su dove è sepolta”.

Decido di condividere le informazioni con chi è vicino a Pietro Orlandi ma in quelle settimane di fine 2021 Sophie si mostra sempre più preoccupata: «Volevo avvisarti – con il consenso di monsignor Y (alto prelato di Avignone, nda) – che da quando sono venuta in visita a Milano, sembra che alcuni uomini abbiano iniziato a curiosare nei dintorni della mia casa. Questa situazione si è aggravata notevolmente nelle ultime ore. Aspettano il via libera dai mandanti? È un tentativo di mettermi pressione? (…) A seguito dell’invio delle testimonianze temo di essere rapita. Come ultima speranza, potete aiutarmi? Monsignor Y è stato evidentemente avvisato della situazione e dell’invio di questa email». La mia risposta è lapidaria: «Buonasera Sophie, ho dato a Pietro tutte le tue informazioni, domani avrò le risposte. Non nascondo che la mancanza di risposte alle quattro domande ha un po’ smorzato le speranze. Per decenni la famiglia Orlandi ha ricevuto stimoli di ogni tipo da persone spinte da motivazioni di ogni genere (…) Certamente, se il vescovo ti liberasse dalle sue paure, dato lo spirito nobile del suo gesto, anche senza porre questioni dirette, forse lei riuscirebbe comunque a porre almeno alcune di queste domande… Arrivederci».

L’indomani la svolta. Dai familiari di Emanuela ricevo la risposta a questa marea di retroscena o presunti tali che giro direttamente a Sophie: «Il fratello di Emanuela osserva che si tratta di notizie già pubblicate sui media. In particolare, aggiunge che alcune di queste notizie non corrispondono al vero e sono state smentite dalla famiglia quando sono uscite. Cosa dovrei pensare?». Sophie non si perde d’animo: «Non è di mia responsabilità. Secondo Padre Pio, tuttavia, alcune delle informazioni fornite sono inedite per questo caso. Personalmente non lo so. Posso trasmettervi solo ciò che ricevo, con tutta umiltà. Riguardo al fatto che ci siano elementi falsi, mi dispiace per questa delusione del fratello di Emanuela, purtroppo non sono in grado di darti una risposta, perché non l’ho io stessa. L’unica spiegazione possibile, a mio parere, sarebbe che il demone fosse presente nel bel mezzo di questa missione e in alcune indicazioni ricevute, il che non sarebbe impossibile data la posta in gioco. Forse io stessa, a volte, ho mancato di cautela nelle mie rivelazioni. Non tutte le informazioni sono state trasmesse contemporaneamente. Considerata la stanchezza e le difficoltà delle ultime settimane, è possibile che abbia mancato di cautela. Mi scuso se è così, rimane difficile da dire. Credo, signor Nuzzi, di aver fatto del mio meglio e di più per fare ciò che Emanuela chiede, vale a dire incontrare suo fratello. Mi rendo conto che questa persona sta soffrendo molto e che la sua lotta sia terribile. Ti assicuro che non voglio aggiungere altro alla sua sofferenza. Penso che ormai siano già abbastanza le persone che soffrono a causa di tutta questa faccenda. Non c’è bisogno di aggiungere nulla. Molte persone sono soggette a un abominevole codice del silenzio. Molte persone hanno paura e lo capisco, ma so che la chiave di tutto questo sta nel legame tra la scuola di musica e De Pedis. Posso ben immaginare la vostra confusione e senza dubbio anche quella del signor Pietro, ma il mio interesse in questa questione non è mai stato personale, è sempre stato per la Chiesa. Non essendo nata al momento di questa vicenda, non ho alcun interesse a riguardo. Questo mi sembra ovvio. Penso di aver dato il massimo durante i miei viaggi in Italia. Mi chiedi cosa dovresti pensare? Non posso dirtelo, perché credo che solo il tuo discernimento con lo Spirito Santo possa darti le risposte. Ci auguriamo sinceramente che venga a galla la verità su quanto accaduto a Emanuela. Questa mi sembra la cosa principale. In comunione di preghiere, Sophie”.

E – almeno – su questa speranza siamo tutti d’accordo.