Gli affari di un prelato nelle indagini della chiesa provenzale sul caso Orlandi
GIANLUIGI NUZZI
La riunione alla casa diocesana di Avignone, in rue Paul Manivet, mi aveva talmente colpito che subito dopo decisi di rientrare in Italia, senza pernottare nella città provenzale, sebbene i sacerdoti gentilmente mi avessero messo a disposizione una stanza in curia. Nel viaggio di ritorno cercavo di collegare i punti di quanto accaduto: la giovane Sophie L. viene accolta e accudita dai sacerdoti della diocesi ai quali spiega le esperienze di bilocazione che vive, spiega loro come la storia di Emanuela Orlandi vada collegata alle altre sparizioni di ragazze dell’epoca a Roma, racconta in tempo reale come avvenivano questi rapimenti e omicidi. Gli alti prelati cercano di approfondire, verificare le notizie, interpretare le stigmate sul corpo, coinvolgere uomini di Chiesa.



La tesi della giovane non è di certo nuova, basti pensare a come già la questura della Capitale durante le prime indagini aveva stilato un elenco di ben 177 ragazze scomparse negli anni 1982-83 nella provincia di Roma. Gran parte di queste vennero ovviamente poi rintracciate ma di alcune si perse per sempre ogni traccia. Anche l’attività della Commissione parlamentare oggi mira a valutare i punti di connessione tra la scomparsa Orlandi e quella di altre ragazze a iniziare da Mirella Gregori. Ma l’attenzione dei collaboratori dell’alto prelato per il caso Orlandi va anche oltre le presunte rivelazioni di Sophie L. . Durante l’incontro nel salone di rue Paul Manivet si parla anche della storia e del tesoretto di un sacerdote francese, monsignor Marcel Noirot, dal 1957 professore al Pontificio Istituto di musica sacra e che nei suoi soggiorni capitolini aveva incrociato la vita di Emanuela. Infatti, tra i diversi incarichi ricoperti all’epoca dal sacerdote, c’era anche quello di insegnante e membro del consiglio direttivo dell’Istituto Tommaso Ludovico da Vittoria, proprio la scuola di musica in piazza Sant’Apollinare a Roma, frequentata da Emanuela. La ragazza sparì subito dopo aver seguito la lezione settimanale di flauto traverso quando Noirot era uno dei cinque insegnanti che componevano l’organo di direzione dell’istituto, insieme a monsignor Valentino Miserachs Grau, al professor Francesco Luisi, al maestro Mario Scapin e alla professoressa Maddalena Avignoni.
Il nome di Noirot emerge appena Bergoglio arriva in Vaticano e dispone una verifica sui conti segreti nei forzieri dei sacri palazzi. Nelle relazioni sulle attività alcuni paragrafi sono dedicati al Fondo monsignor Marcel Noirot. In particolare, in una scheda interna vergata durante i controlli si legge: “Fondo monsignor Marcel Noirot, fondo con conti n. 203929– 55 e saldo liquidità 51.901,82, titoli 449.880. Scopo: proventi annuali del fondo da ripartire secondo istruzioni del de cuius: 80 per cento finanziamento per borse di studio dedicate a sacerdoti francesi su indicazione del rettore della chiesa di San Luigi dei Francesi per frequenza università ̀pontificie romane per studi in diritto canonico, dieci per cento santo padre e dieci per cento per conservazione capitale. Eredità del monsignore Noirot attribuita alla Santa sede e conferita in gestione all’Apsa». In apparenza si tratta del conto di un monsignore che aveva incarichi presso la santa sede e strutture collegate e aveva deciso di aprire un deposito presso l’Apsa, la banca centrale vaticana. Peccato però che questo di tipo di rapporti finanziari fossero di fatto vietati dall’amministrazione visto che l’Apsa era delegata a gestire i denari di enti, istituti e fondazioni vaticane quindi non di privati. Gli uomini di Bergoglio, invece, avevano trovato un elenco di depositi personali che costituivano un’autentica eccezione. Perché monsignor Noirot godette di questo trattamento? Il suo conto aveva sollevato gli interessi dei sacerdoti e teologi provenzali: «Tra gli innumerevoli conti opachi – scrivevano nei loro scambi epistolari – c’è il fondo Noirot che incuriosisce, perché pur avendo una liquidità relativamente modesta di 51mila euro, destinata a pagare gli studi di diritto canonico a giovani preti francesi meritevoli, comprende un portafoglio titoli molto più ampio, valutato intorno ai 450mila, il che è meno usuale. Ora, questo fondo Noirot non può che essere quello di Mons. Marcel Noirot, professore alla scuola di musica frequentata da Orlandi e legato al clero di Sant’Apollinare. C’è indubbiamente un legame tra queste due cose, il fondo e il sacerdote, che ha un fondo significativo (per sé o come prestanome)». Del resto, non è solo questo il punto di contatto tra la scuola di musica frequentata dalla Orlandi e l’Apsa. Coincidenza vuole che l’edificio che all’epoca ospitava l’istituto Da Vittoria, al civico 49 di piazza Sant’Apollinare, fosse di proprietà proprio dell’Apsa. Non solo. È anche vero che all’epoca Sant’Apollinare fosse una basilica ben più frequentata rispetto agli ultimi quarant’anni. Proprio lì e in quegli anni il cardinale Agostino Casaroli, presidente della banca centrale vaticana, officiava di prassi la messa d’inaugurazione dell’anno musicale. Nello stesso palazzo frequentato dalla Orlandi al piano inferiore c’erano invece gli uffici della delegazione dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, correntista dell’Apsa dal giugno del 2012. E a celebrare la messa in basilica si recava a volte anche il cardinale Giuseppe Caprio, scelto da papa Wojtyła come gran maestro dell’ordine del Santo Sepolcro.



Lo verrò a sapere solo dopo, ma proprio in quelle ore Sophie L. ha chiesto di incontrare i monsignori per aggiornarli di quanto saputo. Nel mese successivo più volte afferma che i resti di Emanuela Orlandi si trovano a Torvajanica in un palazzo che era in costruzione quando la giovane venne sequestrata ed esattamente di fronte al ristorante Pippo. Se si volesse accedere dalle cantine si potrebbe agevolmente verificare il racconto. Tra l’altro, questa particolarità collima con quanto Sabrina Minardi aveva messo a verbale quando raccontò di un pranzo nei primi giorni del 1984 a Torvajanica nel ristorante Pippo l’abruzzese tra Renato De Pedis, il cassiere della banda della Magliana, e una sua guardia del corpo detto “il pugile”.
Proprio durante quell’incontro De Pedis avrebbe cercato di liberarsi del corpo della ragazza. Minardi svelò che dal bagagliaio dell’auto del pugile vennero estratti due grandi sacchi di plastica scuri e lasciati cadere in una betoniera parcheggiata lì sul lungomare, a due passi dal ristorante. Da quel giorno inizia una spasmodica raccolta di informazioni per approfondire ogni parola di Sophie L.. Per mesi gli incontri in diocesi si susseguono. Inizialmente si prepara un dossier da mandare alle autorità vaticane poi i sacerdoti provenzali preferiscono compiere direttamente degli accertamenti per tutta la primavera e l estate del 2021. La giovane francese ormai è considerata degna di fede e da proteggere, visto che lei lamenta il rischio di essere uccisa.






