Le “visioni” di Sophie L. sulla fine di Emanuela Orlandi e delle altre ragazze

Un gruppo di alti prelati francesi presenta prove inquietanti:

pista o depistaggio?

GIANLUIGI NUZZI

Chi l’avrebbe mai detto che per avvicinarsi alla verità su Emanuela Orlandi, bisognava spingersi Oltralpe, raggiungere Avignone, terra di papi chiese e segreti? L’autostrada della Costa Azzurra era libera, deserta, quella domenica mattina del 4 ottobre 2020. Nessun tir, pochissime auto; colpa del Covid e di tutti quei divieti che in piena pandemia non permettevano di muoversi liberamente. Per fortuna, come giornalista in servizio, avevo la possibilità di circolare con più agio e raggiungere il mio appuntamento. Del resto, l’invito arrivava da una delle più alte cariche della chiesa cattolica in Provenza. Non si poteva certo rinunciare a battere questa pista, dopo che un prete di Lourdes mi aveva cercato e raggiunto a Milano per incontrarmi, sensibilizzarmi su quanto d’inatteso accadeva ad Avignone e invitarmi a incontrare quanto prima, in assoluta riservatezza, un alto prelato che mi attendeva nella città francese.

Prima però di raccontare quest’altra pagina buia che ancora cadenza di misteri la scomparsa di Emanuela, necessita una premessa. Il lettore potrebbe infatti interrogarsi sul perché abbia deciso in questi quattro anni e mezzo di non rendere pubblica questa storia e sul motivo che mi induce oggi a rompere il silenzio. Finora ho taciuto quanto accaduto per diversi motivi. In un primo momento ero rimasto in silenzio perché impegnato a verificare questa incredibile e illuminante vicenda, poi perché del caso si è interessato il Vaticano e quindi anche l’autorità giudiziaria francese. Al contrario, gli eventi potrebbero ora interessare – per gli eventuali approfondimenti – chi ancora cerca la verità sull’Orlandi, a iniziare dalla commissione parlamentare d’inchiesta. E così si potrebbe magari provare a superare quel magma informe che cerca di coprire le tracce da quando Emanuela sparì dopo la lezione di musica a Sant’Apollinare a Roma.

Ritorniamo quindi a quella che per comodità potremo chiamare la “pista francese” con un appuntamento che mi era stato fissato per domenica 4 ottobre in un convento nel cuore della città. Un sacerdote mi aprì il cancello sul retro e lo seguii lungo qualche rampa di scale, mentre pensavo che ad attendermi sarebbe stato l’appuntamento con quell’alto prelato, un uomo che all’epoca ricopriva uno dei ruoli apicali della comunità cattolica provenzale. Fui fatto entrare in un ampio salone e rimasi senza parole. Mai avrei potuto solo immaginare che ad attendermi silenti c’erano una mezza dozzina di persone, seduti uno a fianco all’altro, dietro a un lungo tavolo, tipo commissione d’esame universitario. Riconobbi il sacerdote di Lourdes che avevo incontrato a Milano, suo fratello, l’alto prelato già visto in fotografia su wikipedia e alcune deferenti figure, evidentemente suoi collaboratori. Quella presenza era chiaramente superflua se non vogliamo leggere il carattere simbolico per caratterizzare d’importanza l’incontro. Superati i convenevoli di rito, il sacerdote di Lourdes mi introduce in questa storia incredibile.

In buona sostanza, mi raccontano che da settimane, forse persino mesi, la diocesi di Avignone sta aiutando e protegge in gran segreto una ragazza, tale Sophie L., ventenne della zona perché questa, profondamente cattolica, ha chiesto aiuto terrorizzata per le notizie delle quali è venuta a conoscenza. In pratica, la stessa vivrebbe episodi di bilocazione, ovvero una presunta e contemporanea presenza in due luoghi diversi, facoltà attribuita a capacità soprannaturali. Mi descrivono la ragazza in questione come una donna senza cultura, di umilissime origini, la cui famiglia vive in un centro rurale lì vicino. Trovando interessanti i racconti, i sacerdoti hanno deciso di mettere a disposizione un appartamento dove Sophie L. dimora passando gran parte della giornata a pregare, priva di collegamenti con l’esterno, di accesso internet e ai mezzi d’informazione. I sacerdoti si dicono colpiti da questi episodi di bilocazione, durante i quali la ragazza asserisce di venire a conoscenza di trame e misteri di moltissime vicende violente del passato. A iniziare dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la figlia di un messo del Vaticano, scomparsa il 22 giugno del 1983: un caso al centro di numerose inchieste e tuttora insoluto.

Ad Avignone, tra i presenti, nessuno dei sacerdoti aveva finora avuto qualche contezza di questa storia se non in maniera del tutto generica e dopo numerosi dubbi e resistenze i dettagli progressivamente forniti da Sophie, circostanziati nella ricostruzione e nella dinamica, li avrebbero convinti a fare dei primi approfondimenti. Questi li avrebbero portati a trovare prime conferme e connessioni tra quanto accaduto e il racconto della ragazza. Anche perché lei è davvero un fiume in piena di dettagli e retroscena sulla scomparsa di Emanuela.

Non solo. La giovane svela di ritrovarsi durante la bilocazione in contatto con tutta una serie di altre ragazzine sparite proprio in quegli anni dalla Capitale. Se non bastasse, Sophie avrebbe mostrato – negli incontri ormai quasi quotidiani con i sacerdoti che la seguono– delle lesioni, delle sorti di stigmate prodotte nella bilocazione o subito dopo, che sono state fotografate. Mi vengono mostrati diversi scatti: la ragazza appare segnata da lividi profondi agli arti. Gli stessi scatti sono stati inviati a un medico specialista perché possa fare una valutazione dei segni e capirne l’origine e se si tratta di autolesionismo. Nei giorni antecedenti al mio incontro è stato consultato anche un sacerdote esorcista che analizzato il caso ha escluso di trovarsi di fronte a una persona indemoniata. La ragazza si mostra terrorizzata, afferma che durante la bilocazione si trova negli stessi luoghi dove Emanuela è stata reclusa, svela che un gruppo organizzato gestisce i sequestri di queste ragazze e che anche lei rischia di finire rapita e uccisa. Aggiunge di aver parlato oltre che con la stessa Emanuela, anche con altri personaggi: tutti le hanno indicato quanto accade a queste vittime, le caratteristiche delle stesse e i rischi.

Ascoltando seduto per ore questo racconto, rimango sconvolto, mi controllo per non mostrarlo. Mi è subito evidente che la questione centrale non è l’autenticità del racconto di Sophie ma il fatto che questa ragazza sia ritenuta interessante, credibile, da parte del vertice di una diocesi, cioè da sacerdoti che a differenza di tanti altri uomini di Chiesa negli ultimi quarant’anni, vogliono far chiarezza. Ma è il ragionamento che ne consegue a farmi paura: visto quanto il racconto sia in sé incredibile, quasi surreale se trova tutto questo ascolto dev’essere per qualche motivo recondito. Che qualcuno, in altre parole, voglia utilizzare questo insolito canale per far arrivare delle informazioni sulla fine di Emanuela Orlandi, mimetizzandosi dietro una sedicente bilocazione? O, ancora, siamo di fronte a un’iniziativa di depistaggio per condizionare le indagini italiane? Sono quesiti legittimi perché ancora ricordo toni e sguardi di quei sacerdoti. E capisco d’essere solo all’inizio della storia.