In questi venti anni di vita social ci siamo persi per strada un’idea condivisa di futuro, inteso come un mondo migliore dove arrivare tutti assieme. La resa della nostra cultura alla tecnologia si può invertire?
Come è successo che abbiamo perso la necessità di approfondire, ragionare, concentrarci? Stiamo sprecando una nuova forma di intelligenza o la nostra cultura e la nostra scuola si sono arrese, senza reagire, alle dinamiche e al bisogno di guadagno delle società che governano le piattaforme e ciò che noi vediamo sulle piattaforme? Quando i bambini hanno smesso di sognare di essere astronauti e hanno iniziato a voler diventare influencer?
Quand’è, precisamente, che la storia è cambiata?

Riccardo Luna
Qualcosa è davvero andato storto, insomma, e non qualcosa di marginale; potremmo dire che in questi venti anni di vita social ci siamo persi per strada un’idea condivisa di futuro, inteso come un mondo migliore dove arrivare tutti assieme. Quella cosa che, a fasi alterne, ha fatto compagnia all’umanità per un paio di secoli, adesso non c’è più, questo lo abbiamo capito da un pezzo. Ma quando è successo esattamente che abbiamo iniziato a reagire? Quando è che abbiamo detto «basta, c’è un intero settore dell’economia che prospera mandando in malora la democrazia, la convivenza civile e che lucra tirando fuori il peggio di noi»? Quando è che ci siamo davvero ribellati a un modello di business costruito sulle nostre vulnerabilità di esseri umani — il narcisismo, l’esibizionismo, l’egoismo, debolezze millenarie certo ma che nel flusso di contenuti selezionati per noi dagli algoritmi diventano assoluti universali, assurgono a stili di vita da emulare? In un certo senso mai, non abbiamo mai detto basta, non ci siamo mai ribellati; non lo abbiamo fatto. Postiamo un po’ meno di prima forse, qualcuno se ne è addirittura andato da X per protestare contro Elon Musk, ma fondamentalmente siamo ancora tutti o quasi lì, dentro quelli che una volta chiamavamo social network e che oggi sono quasi esclusivamente strumenti di intrattenimento personalizzati (persino Mark Zuckerberg nella primavera del 2025, testimoniando in un delicato processo contro Meta, ha detto che «l’era dei social è finita». Ipse dixit).
Però c’è stato un momento in cui il senso della storia si è invertito: come quando il trombettiere negli eserciti suona la carica (o la nostra è stata piuttosto una ritirata?). È accaduto nel 2024, il giorno di San Valentino, il 14 febbraio, quando il sindaco di New York Eric Adams ha convocato una conferenza stampa per annunciare che la città di New York, assieme a tutte le sue scuole e a tutti i suoi ospedali, aveva deciso di portare in tribunale le aziende che per comodità teniamo sotto il cappello di Big Tech «per i danni inflitti alla salute mentale dei giovani». Non era la prima causa di questo tipo negli Stati Uniti: si erano già mossi altri Stati, con lo stesso obiettivo, con gli stessi argomenti. Ma un conto è dire che lo Utah o il Nebraska accusano TikTok e Instagram di nefandezze varie, un altro è avere sul ring New York, con tutto quello che questa città rappresenta nell’immaginario globale in termini di progresso, futuro e tecnologia. Lo stesso sindaco poi, un ex poliziotto eletto con il partito democratico, si era presentato agli elettori come un sostenitore dell’innovazione arrivando a promettere che si sarebbe fatto pagare ogni anno un mese di stipendio in bitcoin per fare di New York «la capitale mondiale delle criptovalute». E infatti il 14 febbraio 2024 Eric Adams, dopo aver citato una serie di dati drammatici sulla crescita vertiginosa di depressione e suicidi fra gli adolescenti della sua città, quasi sembrava volersi giustificare per una mossa così ardita: «Lo so che New York è stata costruita sull’innovazione e la tecnologia, ma molte piattaforme social hanno finito per danneggiare la salute mentale dei nostri figli, promuovendone la dipendenza e incoraggiando comportamenti pericolosi». Non stava dicendo, come qualcuno chiosò, che «era tutta colpa dei social», che senza di essi gli adolescenti di New York sarebbero stati spensierati e operosi, o che non c’erano motivi per deprimersi o preoccuparsi del futuro visto lo stato del pianeta. Non stava assolvendo gli adulti o la società nel suo complesso: stava dicendo che i social avevano trasformato il malessere di alcuni nell’epidemia di una generazione. E che lo avevano fatto per soldi. Di questo era, sarebbe o è (dipende dal punto di vista) colpevole Big Tech.
Da quel momento tutto è iniziato a cambiare: per esempio alla fine dell’anno il parlamento australiano ha approvato a larghissima maggioranza una legge che vieta l’uso dei social ai minori di 16 anni e che scarica sulle piattaforme tecnologiche il compito di trovare un modo certo per identificare l’età degli utenti senza violare la privacy di chi naviga. Questa legge, che molti altri paesi stanno pensando di imitare, entrerà in vigore alla fine del 2025 e vedremo se sarà efficace; mentre il maxi processo ai social incardinato presso un tribunale della California del Nord, nel frattempo è diventato enorme, i ricorrenti sono diventati più di mille, non solo persone ma piuttosto istituzioni, città, scuole, ospedali. Adulti sull’orlo di una crisi di nervi. Tra poco inizierà il dibattimento: fin qui la corte si è limitata a respingere le eccezioni di Meta e Byte Dance che cercavano di farlo saltare, non un bel segnale per le aziende sotto accusa. Anche perché le citazioni non poggiano su impressioni generiche da boomer tipo «i social fanno male ai ragazzi», ma su indagini scientifiche condotte in questi anni. Decine e decine di indagini.
La letteratura scientifica contro i social è diventata un genere. Allertati dalle scuole in crisi, negli anni Venti psicologi, psichiatri e data scientists si sono messi a studiare l’impatto dei social sullo studio e sulle performance scolastiche. Qualche scienziato ha persino coniato l’espressione «TikTok brain» riferendosi alle modifiche nel modo di funzionare di un giovane cervello troppo esposto ai social. I risultati, se ci pensate, erano scontati: non servivano migliaia e migliaia di interviste agli studenti per scoprire che se passi quattro o cinque ore al giorno sui social poi fatichi a concentrarti su altro; e che se quelle ore le sottrai alla lettura di un libro poi alla lunga ti disabitui a leggere un testo qualunque; e che se tieni il telefonino acceso in classe mentre l’insegnante fa lezione, sei inevitabilmente distratto, pensi solo alle notifiche in arrivo e non segui più nulla e per di più sei insofferente, non vedi l’ora di andartene. Non servivano per saperlo però è sulla scorta di quelle indagini che molti procuratori generali negli Stati Uniti si sono mossi e hanno potuto avviare le cause contro i social media recuperando in questo modo documenti essenziali per capire cosa accadeva davvero nelle plance di comando di Big Tech. In attesa dei processi e delle sentenze, infatti, una cosa dalle carte processuali è già venuta fuori: la malafede delle aziende che gestiscono le piattaforme digitali. Sapevano dei danni che stavano procurando o che rischiavano di provocare e non si sono fermate. Hanno sempre scelto i soldi.
Del resto i dati sul crollo dell’apprendimento e delle competenze a livello globale lo confermano al di là di ogni ragionevole dubbio: è come se stessimo tornando tutti analfabeti. Nel 2024 l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Oecd), che si occupa di questi temi da moltissimo tempo, ha intervistato 160 mila adulti in trentuno paesi per verificare come si sono evolute le competenze letterarie e matematiche e la capacità di risolvere problemi delle persone. É una indagine che si ripete ogni dieci anni e rispetto alla precedente, del 2014, i risultati sono stati sconfortanti quasi ovunque: «Il trenta per cento degli americani», per esempio, «ha la capacità di lettura di un bambino di dieci anni», dice il rapporto finale. Dovete immaginare, ha chiosato il direttore dell’Oecd Andreas Schleicher, «che un terzo delle persone che incontrate per strada in America ha difficoltà a leggere un testo semplice». Il che peraltro spiega perfettamente perché hanno eletto un presidente che nei suoi discorsi usa al massimo un centinaio di parole e anche piuttosto basiche (noi buoni, loro cattivi, noi bene e gli altri, se non ci obbediscono, male, molto male, cose così). Lo capiscono, si capiscono perfettamente. Sono abitanti di un mondo che ha eliminato la complessità e le sfumature e anche l’empatia, lo sforzo necessario a capire il punto di vista degli altri.
Epperò di questo presunto calo delle nostre capacità mentali, o meglio della nostra intelligenza, se ne parla da molto prima che ci fosse TikTok. Nel 1992 il web stava appena arrivando nelle nostre vite quando il massmediologo Neil Postman pubblicò un libro al quale lavorava da un po’ (Technopoly) per denunciare «la resa dalla cultura alla tecnologia». In un passaggio molto citato dice: «Una cultura non ha bisogno di costringere gli studiosi a fuggire per renderli impotenti. Una cultura non ha bisogno di bruciare libri per garantire che non vengano letti… Ci sono altri modi per raggiungere la stupidità, senza dover ricorrere alla violenza». Si riferiva alla televisione.
E nel 2008 il giornalista Nicholas Carr scrisse per l’Atlantic un saggio dello stesso tenore che fece molto discutere, a partire dal titolo: «Is Google Making Us Stupid? Google ci sta rendendo stupidi?». Carr aveva in mente il web in generale, non solo a Google, ma ai tempi Google sembrava contenere tutto il resto (e in un titolo ci stava benissimo, acchiappava i nostri clic perfettamente). Se andate a rileggere le tesi di Carr sul web oggi scoprirete che assomigliano moltissimo alle cose che si dicono sui social: Carr sosteneva che il digitale avrebbe portato ad una «perdita della nostra capacità di leggere e concentrarsi»; che un certo modo di informarsi avrebbe «modificato il funzionamento del cervello»; che avremmo «perso la profondità di ragionamento» in cambio dell’efficienza di avere risposte pronte in meno di un secondo; e che tutto questo sarebbe avvenuto sull’altare del profitto. Dopo più di quindici anni cosa dovremmo concludere? Che Carr è stato preveggente e aveva previsto tutto? O che ad ogni passo avanti della tecnologia abbiamo sempre avuto le stesse paure e che in fondo Google non ci ha reso così stupidi come si temeva?
Di solito quando si affrontano questi temi, per difendere la tecnologia e più in generale il progresso, si cita un testo di più di duemila anni fa, un celebre dialogo di Platone, il Fedro, in cui Socrate racconta un mito in cui il dio egizio Theuth presenta l’invenzione della scrittura al re Thamus. Theuth sostiene che la scrittura migliorerà la memoria e la saggezza, ma Thamus non è d’accordo: «Se gli uomini impareranno questo (la scrittura), nelle loro anime si impianterà l’oblio. Cesseranno di esercitare la memoria perché si affideranno a ciò che è scritto, richiamando le cose alla memoria non più da dentro di sé, ma attraverso segni esterni». È stato detto che Platone stesso temeva che la scrittura avrebbe portato ad una conoscenza superficiale delle cose perché priva dell’interazione e della introspezione che sarebbero tipiche del discorso parlato.
Le sentite anche voi le sabbie mobili ora? Non vi viene qualche dubbio rispetto a chi esibisce solo certezze su cosa fare adesso? Meglio procedere con cautela, altrimenti si affonda davvero.
Tra l’altro due anni prima del saggio di Nicholas Carr, Alessandro Baricco aveva scritto un saggio fulminante sulla «mutazione in corso» a causa dell’avvento del digitale, I Barbari, difendendo a suo modo una nuova forma di intelligenza, ovvero la capacità dei nativi digitali («i barbari») di muoversi rispetto al sapere non verticalmente, imparando tutto ma proprio tutto su un fenomeno o una materia, come si era sempre fatto, come facevano i monaci amanuense nel Medio Evo; ma orizzontalmente, collegando segnali diversi, mescolando materie diverse e arrivando comunque a conclusioni originali e intelligenti. «Respirano con le branchie di Google» aveva scritto Baricco. Era un modo per dirci che coloro che ci apparivano come dei barbari erano diversi da noi ma non erano affatto stupidi, anzi, se la stavano cavando piuttosto bene.
Insomma: e se stessimo sprecando una nuova forma di intelligenza? Se non avessimo capito cosa sta davvero accadendo?
Quel saggio di Baricco torna utile per approfondire gli sconfortanti dati dell’Oecd sulle nostre capacità di apprendimento. Abbiamo visto che sono andate a picco ovunque; ovunque tranne che in un paese: la Finlandia. La Finlandia? La Finlandia, lo stesso paese che nel 2025 è finito in testa alla «classifica mondiale della felicità» (una classifica in cui si chiede alle persone di dire quanto sono felici da uno a dieci: i finlandesi evidentemente si sentono molto felici, gli altri meno). E se le due cose fossero collegate? Quali cose? La felicità di una popolazione e la sua capacità di apprendimento. In fondo, lo ha spiegato lo psichiatra Miguel Benasayag, «i problemi di apprendimento sono rivelatori di una difficoltà di desiderare la vita». I nostri ragazzi non studiano come dovrebbero perché non amano la vita? E come è stato possibile che mentre le scuole di tutto il mondo andavano in tilt, per il terremoto causato dai social, quelle finlandesi no?
La risposta richiederebbe di aprire una parentesi lunghissima ma in breve possiamo dire questo: perché la Finlandia più volte, l’ultima nel 2016, ha aggiornato il suo sistema scolastico cercando di tenere sempre al centro di tutto gli studenti. Per esempio invece di puntare solo sulla comprensione di un testo scritto ha deciso di valorizzare il pensiero critico, la collaborazione e la creatività; invece di pretendere che gli studenti stiano in classe anche sei ore al giorno e che facciano una montagna di compiti a casa, ha scelto un approccio più equilibrato, con orari più corti che si adattano alla ridotte capacità di concentrarsi; infine le competenze digitali dei ragazzi sono integrate nella didattica, non punite, e i programmi sono personalizzati sui bisogni di ciascuno. E questo è stato possibile perché gli insegnanti sono valorizzati, stimati, pagati il giusto (43 mila dollari l’anno, quasi il doppio della media degli altri paesi dell’Unione Europea). Praticamente in Finlandia quando hanno visto arrivare il terremoto causato dai social network, hanno costruito degli edifici antisismici che fin qui hanno retto bene. É un’ipotesi da non scartare.
Arrivati a questo punto ci sono soltanto domande senza risposta. E se fosse la scuola a doversi adattare al nuovo mondo di cui siamo tutti parte? E se fosse una scuola incapace di evolvere in funzione di studenti che sono cambiati (non per colpa loro), la causa o, almeno, l’amplificatore dell’ansia e della depressione giovanile che vengono fuori in tutte le indagini? E se fosse una didattica per molti versi ottocentesca la ragione del dilagare della famigerata Adhd, la sindrome di disturbo dell’attenzione che per anni è stata considerata un problema genetico e trattata con dei farmaci e solo adesso viene fuori che potrebbe essere una patologia legata all’ambiente che si frequenta e quindi da trattare semplicemente cambiando ambiente? Lo dico più chiaramente: e se il dilagare di tutti questi certificati che diagnosticano la Adhd e che gli studenti sventolano in classe come uno scudo protettivo, dipendesse dal fatto che i ragazzi a scuola, in questa scuola, fondamentalmente si annoiano? Si sentono alieni?
Sono domande fondamentali, che non hanno risposte univoche tipo giusto o sbagliato. In questo scenario ha poco senso dire: leviamogli i telefonini fino a 16 anni così andrà tutto apposto! Oppure: imponiamo ai ragazzi di imparare i testi di greco e latino a memoria come si faceva un secolo fa perché solo così si allena la mente traviata da stories e reels. Quelle sono risposte che vanno bene sui social dove non esistono le sfumature perché non polarizzano abbastanza, non creano engagement e quindi ormai non siamo più capaci di coglierle. La realtà è più complessa e volendola semplificare al massimo potremmo esporla così: negli ultimi vent’anni c’è stata una rivoluzione, la rivoluzione digitale; chi l’ha guidata ha fatto scelte dettate solo dal profitto e questo ha fatto un sacco di danni; e ora dobbiamo capire come andare avanti, non come tornare indietro perché indietro di solito non si torna mai.
C’è però un’ultima cosa che andrebbe detta, un ultimo elemento da inserire in questa equazione già così complicata. Ammettiamo per ipotesi che chi gestisce i social network lo faccia d’ora in poi con una maggiore attenzione e responsabilità, che il filtro dell’età minima a 13 anni finalmente funzioni, e che gli algoritmi rinuncino a far vedere in continuazione video che amplificano le vulnerabilità degli adolescenti, che non li spingano al suicidio se sono depressi insomma, e non li facciano diventare anoressici se si sentono grassi. E ammettiamo che nel frattempo la scuola si evolva, che insegnanti motivati e retribuiti il giusto imparino a fare lezioni più partecipate e interessanti, che diventino meno pignoli e ossessivi di quanto a volte sono e che la si smetta di considerare una forma di stupidità la difficoltà a leggere un libro lunghissimo senza considerare altre qualità. E infine ammettiamo che i genitori abbiano imparato la lezione, che la finiscano di dare uno smartphone in mano ad un bambino di 7 o 8 anni e che abbiano capito che levarglielo dopo, quando hanno 14 anni, è una forma di violenza inutile e inaccettabile. Ammettiamo per un attimo che tutte queste cose per miracolo accadano: basterebbe? Oppure c’è ancora qualcosa che non torna nella vita social dei nostri figli?
Parlando agli studenti dell’università di scienze gastronomiche di Pollenzo, un paio di anni fa, l’architetto Renzo Piano ha esposto una interessante teoria su «come nascono le idee». Ogni attività creativa è sempre «sospesa fra la memoria e l’oblio», disse Piano citando il poeta argentino Jorge Luis Borges; tra quello quello che abbiamo visto da qualche parte e che ci ricordiamo e il resto, le cose che ci aggiungiamo noi. Il tema è: quello che gli adolescenti vedono online sui social, patologie escluse, che sistema di valori sta costruendo dentro di loro? Che base costituisce per le loro idee? È importante capirlo perché è lì che dorme il futuro del mondo.
Prendiamo la differenza che c’è fra il TikTok che si usa nel mondo occidentale e la sua versione cinese, Douyin. Il tema non è la solita storia dei legami fra TikTok e la Cina: è dalla fine della prima presidenza Trump che TikTok avrebbe dovuto essere vietato negli Stati Uniti per una questione di sicurezza nazionale, ovvero per il fatto che i dati degli utenti vengono trasferiti in Cina e quindi entrano sotto il controllo del partito comunista cinese («Ci spiano!»). TikTok questa cosa l’ha sempre negata fin quando una indagine di una commissione parlamentare australiana ha portato le prove: nei primi anni di attività i dirigenti di TikTok e di Byte Dance, la società che aveva sviluppato la piattaforma, erano gli stessi, ed erano gli stessi gli strumenti che usavano per le comunicazioni interne e tutte le decisioni fondamentali prese da TikTok a San Francisco dovevano essere approvate da Byte Dance a Pechino. Quando la bugia è stata scoperta, il quartier generale della società è stato trasferito a Singapore e il management è stato cambiato per mostrare che i legami con la Cina erano stati recisi ma non è questo il punto. Il punto non è se la Cina spia quello che guardiamo online, ma se decide cosa guardiamo online. Il punto è proprio la differenza fra TikTok e Douyin, che pure teoricamente dovrebbero essere identici. Apparentemente lo sono, pure nella grafica, nei colori: ma l’algoritmo è stato settato in modo opposto. «TikTok da noi è completamente fuori controllo», ha spiegato recentemente una leggenda di Internet, il professor Lawrence Lessig, «funziona sempre, senza sosta e offre i contenuti peggiori possibili, soprattutto ai giovani, per spingerli a interagire. Mentre la versione cinese è bloccata in determinati orari e limita il tempo totale che puoi trascorrere su di essa. Ma c’è di più. Il suo obiettivo è educativo, è far sognare le persone di poter diventare astronauti. Risultato: se chiedi ai bambini cinesi qual è il loro sogno rispondono: essere un astronauta. Se lo chiedi ai nostri figli la risposta è: essere un influencer».
Nessuno in Occidente vorrebbe un sistema cinese. Ci teniamo stretta la nostra libertà. Ma se i cinesi tramite una app convincono i giovani occidentali che il miglior futuro possibile per ciascuno di loro è fare tanti soldi facili diventando influencer, abbiamo un problema. E non è la sicurezza nazionale. È, appunto, il futuro che vogliamo.
A che serve studiare, a che serve la scuola se poi i giovani vogliono diventare influencer?
Cos’è andato storto?

















