Cosi il vento di Facebook ha alimentato il populismo.

Dal massacro dei rohingya in Myanmar alla «guerra algoritmica cognitiva»: il nuovo algoritmo sul social di Zuckerberg doveva incoraggiare «le interazioni sociali più significative» ma è diventato un pericolo per la democrazia

Come è successo che Facebook, dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, non ha davvero «dato più voce alle persone» ma ha perseguito l’engagement a ogni costo? E ha iniziato a «premiare e incoraggiare contenuti di bassa qualità»? Quand’è, precisamente, che la storia è cambiata?

Riccardo Luna per

Prima di parlare degli adolescenti, però, e degli effetti dei social network sugli adolescenti, è bene fermarsi a capire che fine hanno fatto tutta questa paura, tutta questa rabbia, che avvertiamo attorno a noi, moltiplicate dagli algoritmi della Silicon Valley (e della Cina, visto che in questa vicenda c’è anche TikTok). Come si sono dipanate. Cosa sono diventate. Perché altrimenti non capiamo dove siamo davvero, non capiamo perché a un certo punto ci siamo ritrovati uno contro l’altro, e ci siamo chiusi in casa a doppia mandata, e abbiamo smesso di pensare al futuro, abbiamo pensato soltanto a salvarci, a cavarcela, noi, che vadano al diavolo tutti gli altri. Perché, per esempio, a un certo punto in tanti hanno pensato che sì, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca fosse la cosa migliore in fondo. Che fosse la risposta giusta alla paura e alla rabbia. E infine perché il populismo, un po’ ovunque, sembra una forza a volte inarrestabile. Per farlo bisogna partire dal momento in cui qualcuno — non l’unico, ma non erano tanti all’epoca — ci ha detto che «il re era nudo», che la Silicon Valley ci stava fregando. E noi lo abbiamo applaudito, certo, ma non gli abbiamo creduto abbastanza. Siamo rimasti lì. Non abbiamo cambiato nulla. Non abbiamo «cancellato subito i nostri profili social», come ci esortava a fare il guru tecnologico Jaron Lanier in un libricino-manifesto uscito nel 2018. Ma non è di lui che dobbiamo parlare adesso. 

«…E tutto questo odio, tutta questa violenza, sono stati alimentati da un piccolo gruppo di aziende tecnologiche che formano la più grande macchina di propaganda della storia». È il 21 novembre 2019. Il Jacob Javits Convention Center di Manhattan è gremito. Quattromila persone sono accorse per partecipare al summit annuale della Anti-Defamation League, un’organizzazione nata agli inizi del ‘900 per contrastare l’antisemitismo e diventata con il tempo un baluardo contro l’odio e le persecuzioni online. Sul palco c’è la persona scelta per ricevere l’International Leadership Award: non è un politico, non è un attivista, non è un filosofo. È un attore, o meglio, un comico di gran classe (tre nomination all’Oscar): è Sacha Baron Cohen, ovvero “Borat” per i suoi ammiratori, «il primo giornalista specializzato in fake news», come lo definirà lui stesso citando un film di culto.

Baron Cohen non è lì per far ridere, stavolta, anche se all’inizio qualcuno ride lo stesso: fa invece un discorso appassionato contro i social network. Anzi, contro Mark Zuckerberg. Lo cita cinque volte e ogni volta lo fa per smontarne gli argomenti. A tratti sembra una requisitoria. Dice fra le altre cose che su Internet tutte le cose sembrano avere lo stesso valore: il sito di Breitbart (il progetto editoriale di Steve Bannon, l’oscuro consigliere di Trump) assomiglia a quello della Bbc; i falsi Protocolli di Sion hanno lo stesso peso di un rapporto sull’antisemitismo della Anti-Defamation League; e le grida di un pazzo sui social sembrano credibili come le scoperte di un premio Nobel. Uno vale uno, chi l’aveva già detto? Siamo arrivati là dove il filosofo tedesco Hegel aveva previsto: è «la notte in cui tutte le vacche sono nere», dove sparisce la verità e quindi anche la conoscenza. «Abbiamo perso», dice Baron Cohen sconsolato e ormai in sala non ride davvero più nessuno. «Abbiamo perso un senso condiviso dei fatti fondamentali, il senso sul quale si basa una democrazia». Cita Voltaire: «Aveva ragione quando diceva che “quelli che possono farti credere a delle assurdità possono farti commettere delle atrocità”. I social media consentono di far arrivare le assurdità a miliardi di persone». Non esagerava, come vedremo: delle atrocità si stavano compiendo in effetti.

Quel discorso fa il giro del mondo. I siti web dei giornali lo rilanciano con convinzione e con la recondita speranza di arginare lo strapotere dei social che li stanno rendendo sempre più marginali. Ma la verità è che non cambierà assolutamente nulla. Su YouTube il video integrale lo guardano appena due milioni di persone. Non diventa “virale”. Il post di un medio influencer di Instagram su come perdere peso o aumentare il testosterone con la dieta giusta ha molto più impatto. 

In quel momento la tempesta su Facebook si è appena placata. Eppure era stata dura stavolta. L’anno precedente Mark Zuckerberg per lo scandalo Cambridge Analytica nel giro di un mese aveva dovuto scusarsi solennemente due volte. «I am sorry, sono dispiaciuto per quello che è accaduto», aveva detto in un’intervista all’emittente televisiva Cnn. Poi, durante una drammatica testimonianza al Congresso, sudando copiosamente, ribadirà: «Non abbiamo capito davvero la responsabilità che abbiamo nella gestione dei dati dei nostri utenti. È stato un grosso errore, è stato un mio errore. I am sorry». Sembrava al tappeto, sembrava uno arrivato alla fine del suo regno. In quei giorni il mensile Wired, da sempre bibbia e trombettiere della rivoluzione digitale, era uscito con una copertina choccante: un primo piano del giovane Mark — aveva appena 34 anni — con il volto tumefatto da un pestaggio (non c’era ancora l’intelligenza artificiale generativa: era un’opera dell’artista Jake Rowland, realizzata mescolando due foto, una reale e una con un modello truccato). 

Molti iniziarono a chiedere le dimissioni del fondatore: non può essere più amministratore delegato di un gruppo così importante, era la richiesta condivisa anche da alcuni azionisti. Ma quella richiesta sottovalutava due cose: la prima era la sua capacità di resistere sotto attacco; la seconda il fatto che per come era stata creata l’azienda, per le regole dello statuto e il peso dato alle azioni, Zuckerberg non può essere licenziato mai. Mai. E mai si sarebbe dimesso. 

E così si era rialzato. Aveva comprato una pagina su alcuni giornali per mostrarsi contrito («Se non sappiamo gestire i vostri dati personali, non meritiamo di farlo», era stato il messaggio). E aveva chiuso i conti con la questione Cambridge Analytica pagando una multa enorme alla Federal Trade Commission: cinque miliardi di dollari, motivo per cui per la prima volta il profitto del 2018 sarà in leggero calo rispetto all’anno precedente. Ma in definitiva quella storiaccia non aveva innescato una vera crisi: l’azienda aveva registrato soltanto «un leggero calo degli utili» ma con un fatturato di oltre 70 miliardi di dollari. La “macchina” di Menlo Park produceva soldi a pieno regime. Lo scandalo non imponeva di cambiare i piani di Zuckerberg e soprattutto il suo modello di business. In fondo, a rivederlo oggi, era stato poco più di un diversivo: il problema di Facebook infatti non era tanto che una azienda terza avesse usato i dati degli utenti per fare propaganda politica mirata; il problema, il vero problema, era il funzionamento stesso dell’algoritmo che decideva cosa farci vedere e quali nostre reazioni emotive innescare. È bene ricordarlo di quali reazioni parliamo: la paura negli utenti anziani e la rabbia per il ceto medio impoverito. Quel problema non era stato sfiorato dallo scandalo. 

Un mese prima del vibrante discorso di Sacha Baron Cohen a New York, Zuckerberg era andato a Washington ad arringare gli studenti della scuola di politica della Georgetown University ed era di nuovo “il solito Zuck”. Il paladino della libertà di espressione. Niente ferite sul volto e soprattutto niente giacca e cravatta come nelle disastrose audizioni parlamentari. Aveva la solita t-shirt nera a maniche lunghe e anche la solita, formidabile, faccia tosta. Agli studenti aveva detto che tutta la sua vita da imprenditore, il senso della piattaforma che aveva realizzato, si riassumeva in due soli obiettivi: dare più voce alle persone e connetterle. Come non volergli bene? E dopo aver citato (mentendo sui numeri, ma lo avremmo saputo molto tempo dopo) i successi del sistema di intelligenza artificiale implementato per intercettare contenuti pericolosi, aveva scandito questa frase: «Io credo che in una democrazia le persone, non le aziende tecnologiche, dovrebbero decidere cosa è credibile».

Le persone dovrebbero decidere. Non gli algoritmi.

E allora perché su Facebook e Instagram (ma anche su YouTube, Twitter e TikTok) accadeva e accade il contrario? 

Era Il 17 ottobre 2019 e Mark era uscito dall’aula magna fra gli applausi ovviamente. Il messaggio era passato forte e chiaro. Ma le cose stavano diversamente. Come abbiamo già visto, l’anno prima, nel tentativo di resistere all’avanzata di TikTok, il criterio in base al quale ci venivano mostrati alcuni contenuti invece di altri su Facebook e Instagram era stato modificato per privilegiare «le interazioni sociali più significative». Era l’ennesima svolta per inseguire l’engagement e conquistare l’attenzione degli utenti. Che effetti aveva avuto? Un team di ingegneri di Menlo Park aveva avuto l’incarico di scoprirlo e i risultati erano spaventosi. In una nota interna — e ovviamente segreta — dell’aprile 2019 (e quindi sei mesi prima del discorso di Washington sul volemose bene, giù le mani dalla libertà di espressione!), si raccontava che molti esponenti di partito europei sostenevano che il nuovo algoritmo stesse cambiando il discorso politico: «In peggio». Infatti, proseguiva il rapporto, il peso attribuito ai contenuti che venivano condivisi (la “reshareability”), «premia e incoraggia contenuti di bassa qualità». Chiariamo: i partiti hanno da sempre un mix di contenuti positivi e negativi, ma la sensazione dei dirigenti di Facebook che stilano quel rapporto è che «con il nuovo algoritmo convenga produrre più contenuti negativi per raggiungere più persone; i post positivi si sono molto ridotti e al loro posto ci sono contenuti incendiari e attacchi diretti agli avversari». Molti partiti, era la conclusione, temono per gli effetti a lungo termine della democrazia. Non una cosa banale insomma. La democrazia in pericolo. Lo sapevano. Uno degli intervistati lo aveva spiegato meglio di altri: «Ci state costringendo a prendere posizioni che non ci piacciono e che fanno male alla società, ma noi sappiamo che se non facciamo così non vinceremo mai la battaglia sui social media». 

Matteo Salvini, Luca Morisi

Era l’inizio del 2019, in Europa il populismo veleggiava a tutta forza e in Italia era l’anno della Bestia, il team di social media manager artefice del successo elettorale di Matteo Salvini, il cui linguaggio politico sembrava fatto apposta per l’algoritmo di Facebook.

Questo “difetto di progettazione” dell’algoritmo dei social negli ultimi quindici anni è stato sfruttato ampiamente da chi aveva interesse a indebolire le democrazie occidentali. In testa la Russia, ovviamente. Nel 2013 era stato addirittura un capo di stato maggiore, il generale Valery Gerasimov, a mettere nero su bianco il testo di un suo discorso dell’anno prima in cui si enunciava il concetto di “guerra ibrida asimmetrica”, ovvero la necessità di utilizzare anche la rete e in particolare i social network per far circolare notizie false in grado di condizionare l’opinione pubblica. È effettivamente accaduto: a parte gli attacchi informatici, innumerevoli, degli hacker russi, sono stati dimostrati moltissimi casi in cui i russi hanno postato contenuti falsi o fuorvianti (per esempio in occasione del referendum sulla Brexit) che poi l’algoritmo di Menlo Park regolarmente, inconsapevolmente, premiava. Qualche anno più tardi in Cina la “dottrina Gerasimov” è stata ulteriormente affinata con il concetto di “guerra algoritmica cognitiva”. Un approfondimento di questi documenti ci porterebbe lontano, ma anche una semplice analisi semantica rivela di cosa si tratta. Primo: di una guerra. Secondo: fatta tramite degli algoritmi. Terzo: per cambiare la nostra sfera cognitiva, quello che sappiamo, quello in cui crediamo. Ci torneremo, parlando di TikTok. 

Ora che degli avversari possano provare a sfruttare le debolezze di una società aperta come la nostra per fiaccarci, ci sta. Fa parte del gioco. È la geopolitica, bellezza. Diverso è il fatto che gli algoritmi dei social abbiano spesso creato dei danni a noi stessi senza che nessuno, progettandoli, abbia previsto che lo avrebbero fatto; o lo abbia preteso o imposto in qualche modo. Danni collaterali a volte devastanti. 

Il caso forse più eclatante — il massacro della minoranza musulmana dei rohingya in Myanmar nel 2017 — lo ha spiegato recentemente lo storico Yuval Harari a partire da un rapporto di Amnesty International che aveva documentato, al di là di ogni ragionevole dubbio, il ruolo degli algoritmi nel fomentare l’odio etnico che poi si era tradotto in violenze efferate. Sostiene Harari: «I dirigenti di Facebook mica hanno scritto algoritmi per incitare la popolazione a prendersela con la minoranza musulmana, ma hanno soltanto chiesto di premiare i contenuti che avessero il massimo di engagement, che provocassero delle reazioni degli utenti. Gli algoritmi hanno scoperto che i post che facevano riferimento ad una cospirazione dei rohingya scatenavano gli utenti — la rabbia è il sentimento più facile per alzare l’engagement — e hanno mostrato quei post ad un maggior numero di persone. Dire che i dirigenti di Facebook o gli algoritmi non hanno colpe di quello che è accaduto dopo perché mica li hanno scritti loro i post fasulli sulla cospirazione dei rohingya, equivale a dire che il direttore di un giornale non è responsabile di quello che mette in prima pagina perché mica li ha scritti lui gli articoli. È un enorme potere decidere cosa vedranno gli utenti e quel potere implica una responsabilità. Nel caso del Myanmar è importante notare che l’algoritmo aveva come obiettivo di aumentare l’engagement degli utenti e l’obiettivo è stato centrato». 

In quegli anni si è ritenuto o almeno sperato che la soluzione a questo lato oscuro della rete fosse il fact-checking, il controllo della verità dei fatti citati in ogni singolo contenuto postato sui social. È il caso di riconoscere che il rimedio non ha funzionato. E non perché sia praticamente impossibile controllare tutto (solo su Facebook gli utenti postano un milione di contenuti al minuto). Ma perché la verità ha tante sfumature, la stessa cosa si può raccontare in modi diversi a seconda del punto di vista e un “tribunale permanente dei social” non è un rimedio efficace se non per pochi gravissimi casi eclatanti: il resto è censura e alimenta il senso di ribellione «contro le elite che controllano il mondo». Inoltre il fact-checking — che per i giornalisti è un dovere assoluto — sui social network è vissuto come un’opinione in più, faziosa se smentisce i pregiudizi o le aspettative; e in definitiva non ha fatto cambiare idea a nessuno. 

Quando tre mesi fa, per compiacere il neo rieletto presidente Trump, Zuckerberg ha annunciato «la fine del fact-checking» su Facebook e Instagram, molti hanno gridato alla «fine della verità» ma la verità in rete era morta da un pezzo come abbiamo visto. Invece di chiedere ad una società tecnologica di ergersi a “guardiano della verità” dei nostri post, basterebbe pretendere di non favorire quelli che scatenano rabbia e paura; pretendere di giocare tutti alla pari, senza trucchi. Senza engagement. Ma questo farebbe andare a picco i profitti e gli azionisti non lo tollererebbero. Infatti quando negli anni scorsi sul tavolo dell’amministratore delegato di Meta sono arrivati rapporti interni ed esterni che provavano che «qualcosa stava andando storto», non è sostanzialmente cambiato nulla e la dinamica vista in Myanmar si è ripetuta infinite volte. 

Una di queste merita di essere raccontata perché ci dà una chiave di lettura di tutto quello che abbiamo detto fin qui. Nel 2018 nello Sri Lanka una banale lite di traffico era finita con il pestaggio e la morte di un camionista e su Facebook aveva preso a circolare la versione — falsa — che fosse un’azione dei musulmani intenzionati a sfidare la maggioranza buddista del Paese. Ne erano seguiti dei post incendiari e poi la vendetta: moschee attaccate, negozi bruciati, case distrutte, altri morti. «Non è tutta colpa di Facebook», disse con onestà un dirigente del governo al giornalista del New York Times inviato a ricostruire i fatti, «i germi di quello che è accaduto, la rivalità fra musulmani e buddisti, sono i nostri; ma Facebook è il vento». Il vento. L’amplificatore del male che c’è nel mondo. 

Sarebbe un errore colossale adesso spiegare l’ascesa del populismo con gli algoritmi dei social network: la crisi delle democrazie è un fenomeno più complesso ma non è esagerato affermare che senza i social network il populismo non avrebbe avuto la stessa forza distruttiva. E sarebbe ugualmente un errore negare tutto il bene che l’avvento dei social network ha comunque portato nelle nostre vite. E del resto in questi anni Mark Zuckerberg non ha smesso di ricordarcelo. Nel discorso di Washington del 2019 disse per esempio che il movimento Black Lives Matter era nato con un hashtag su Facebook; e poi aveva citato la possibilità per gli amici e i familiari di stare in contatto anche se lontani, il contrasto alla solitudine degli anziani, le opportunità per i piccoli imprenditori e gli artigiani di farsi conoscere e allargare il proprio mercato, l’utilità di una piattaforma comune in caso di disastri naturali. Tutto vero. È per questo che nonostante tutto siamo ancora lì, con i nostri profili social: perché ne abbiamo bisogno. Ma il lato oscuro dei social, quello che li ha fatti crescere e che li ha resi aziende miliardarie, è un altro: è la ricerca dell’engagement a tutti i costi. Ricordate le parole del funzionario governativo dello Sri Lanka? «Facebook è il vento». E il vento può gonfiare la tua vela e portarti dove vuoi oppure può farti naufragare. Il vento ti può portare dalla parte del presidente ucraino oppure da quella dell’invasore. I padroni dei social decidono come usare quel vento. Basta un clic a volte. 

Dopo il drammatico incontro di Zelensky con Donald Trump alla Casa Bianca del 28 febbraio scorso, qualcuno su Instagram ha creato un oggetto, con il volto di Zelensky, per esprimergli solidarietà. Una cosa banale per consentire a tutte le persone di condividere l’immagine del presidente ucraino fra le proprie storie mentre il contatore si aggiorna. Per Gaza aveva funzionato («Tutti gli occhi su Rafah» era lo slogan), per Zelensky no. È accaduta una cosa bizzarra: chi postava la foto del presidente ucraino la vedeva, ma tutti gli altri no, non c’era, e dopo un po’ appariva la scritta «ancora nessuna visualizzazione».
Sicuramente sarà stato un bug: vi pare credibile che per far piacere a Trump qualcuno a Menlo Park abbia truccato le carte? Vi pare possibile? 

Cos’è andato storto?