I più giovani, per motivi legati allo sviluppo del cervello, sono incapaci di smettere di guardare video in modo compulsivo. Così è partita la corsa agli algoritmi per il controllo della loro attenzione, con conseguenze sulla loro salute mentale e memoria. I vertici delle piattaforme digitali come TikTok, Meta, Google per YouTube e Snapchat lo sapevano, ma in nome del fatturato non si sono fermati
Per renderci psicologicamente dipendenti e tenerci ingaggiati all’algoritmo di raccomandazione dei contenuti di TikTok occorrono 260 video di appena 8 secondi, che equivalgono a 35 minuti. Come può un adolescente, che riceve in media 240 notifiche al giorno, resistere a questa «arma di distrazione di massa»? Perché le piattaforme digitali continuano a lanciare soluzioni palliative che non possono cambiare le cose?

Riccardo Luna
All’alba degli anni Venti la tempesta populista che aveva scosso il mondo sembrava passata. L’offensiva respinta. Il 20 gennaio 2021 alla Casa Bianca era tornato Joe Biden, un esperto servitore dello Stato che rispetto al suo predecessore del partito democratico, Barack Obama, del quale era stato vice presidente, nutriva una profonda diffidenza per la Silicon Valley: in campagna elettorale aveva detto più volte che, senza un vero contrasto alla disinformazione, i social network erano solo «uno strumento che corrode la democrazia» promettendo di porre un argine al potere delle aziende tecnologiche. Ce l’aveva soprattutto con Facebook. Il suo rivale, Donald Trump, era stato sconfitto nelle urne e, in seguito ad un assalto di un manipolo di sostenitori al Campidoglio, fomentati dal leader che parlava di «voto rubato» senza alcuna prova, era stato espulso da Facebook e Twitter, ovvero da quei social network nei quali si era dimostrato un autentico mattatore: l’algoritmo dell’engagement, infatti, che è notoriamente incurante della verità dei fatti, sembrava fatto apposta per il suo stile comunicativo tonitruante e minaccioso. Per quattro anni dalla Casa Bianca Trump aveva macinato follower e imposto trending topic come nessun altro prima; per questo quel doppio cartellino rosso digitale, oltre che un oltraggio, sembrava la sua fine politica.
Per i social network invece sembrava l’inizio di una nuova stagione, quella della maturità e della responsabilità. Dopo l’ondata di fake news degli anni precedenti, con l’emergenza Covid la politica aveva iniziato a pretendere un maggiore controllo dei contenuti, soprattutto si esigeva un argine alla fake news; nell’Unione Europea la Commissione stava per avviare il lungo procedimento legislativo che avrebbe portato all’approvazione di due leggi fondamentali che hanno reso le piattaforme digitali responsabili di quello che accade online. Anche per scongiurare un esito di questo tipo, Mark Zuckerberg si era lasciato convincere a nominare una speciale commissione di saggi che aveva il compito di dirimere tutti i casi più spigolosi sui contenuti postati dagli utenti su Facebook e Instagram. Non era così facile come appariva. Le immagini delle violenze sui civili in Sudan andavano rimosse o no? E quelle di un ospedale bombardato a Gaza? E il video di una ragazza col seno nudo per promuovere una campagna contro il cancro alla mammella? (tutti e tre i post erano stati rimossi automaticamente dall’algoritmo di Meta e riammessi successivamente). Era una strana situazione: da un lato, con i suoi algoritmi, Zuckerberg diffondeva contenuti complottisti e antiscientifici per aumentare engagement e fatturato; mentre dall’altro, con la Oversight Commission, ne moderava alcuni. Era chiaro che sarebbe finita male.
Intanto gli studenti di tutto il mondo erano alle prese con la DAD , la didattica a distanza imposta dalla vita al tempo della pandemia. Gli allarmi degli anni precedenti sulla necessità di ridurre lo screen time degli adolescenti erano andati in frantumi con il primo lockdown. Eravamo tutti rassegnati al fatto che non c’erano più limiti ormai al tempo che si poteva trascorrere davanti ad uno schermo: che altro si poteva fare chiusi in casa? Ovunque era stata improvvisata una strana forma di istruzione impartita tramite internet da insegnanti evidentemente impreparati al ruolo e costretti a fare lezione dal tinello o dalla cucina a classi fatte di tanti schermi spenti e quindi mentre gli studenti probabilmente facevano tutt’altro. Per la scuola quella breve stagione – che però ci è apparsa lunghissima – era stata una caporetto. Non solo era stata la prova del ritardo di cultura digitale dei docenti ma anche della complessiva inadeguatezza dell’istituzione tutta a capire cosa stava succedendo davvero: gli studenti erano improvvisamente cambiati.
Sembravano avere un altro modo di apprendere, di informarsi, di esprimersi. E avevano perso completamente interesse per lo studio. Per confortarci ci dicemmo: è colpa della DAD; ma non era vero, qualcosa di più profondo era successo. Non c’era stata solo una trasformazione, come ce ne sono sempre state; ma piuttosto una trasfigurazione. Per gli insegnanti (e per i genitori) gli adolescenti erano diventati irriconoscibili. E i ragazzi agli adulti ripetevano tutti più o meno lo stesso concetto: «Voi non ci capite, non ci potete capire». Era come se improvvisamente qualcuno avesse costruito un muro più alto del solito fra le generazioni. I social network in questo stavano giocando un ruolo fondamentale.
La grande sfida per il controllo della rete e del ricchissimo mercato pubblicitario digitale di Europa e Stati Uniti (500 miliardi di dollari, a spanne: un quarto del prodotto interno lordo di un Paese grande come l’Italia), si giocava tutta su di loro: sui più giovani. «Più gli utenti sono giovani e migliori sono le nostre performance», aveva spiegato nel 2019 un dirigente di Tik Tok in uno dei documenti interni dell’azienda emersi solo alla fine del 2024 in seguito alle numerose cause intentate negli Stati Uniti ai social network («As expected, across most engagement metrics, the younger the user, the better the performance»). La «performance» a cui si riferiva il dirigente della società cinese consiste nel tempo trascorso online, guardando un video dopo l’altro, senza stancarsi mai (si chiama scrolling infinito, un concetto inventato da uno sviluppatore americano nel 2006 per impaginare un sito web, ma diventato lo standard dei social quindici anni più tardi). «I giovani non sono capaci di smettere», scriveva negli stessi giorni al suo team un altro dirigente di Tik Tok alludendo a quel filone della neuroscienza per il quale il cervello degli adolescenti, e soprattutto dei preadolescenti, per ragioni legate allo sviluppo, sarebbe più facilmente manipolabile di quello degli adulti («Minors do not have executive function to control their screen time, while young adults do»). Per questo, cito ancora un dirigente di Tik Tok, nel mondo dei social media era partita «una corsa agli armamenti per il controllo dell’attenzione» dei giovani. Gli armamenti erano gli algoritmi e quello di Tik Tok era sicuramente il più efficace.
Insomma, gli amministratori delegati delle piattaforme digitali lo sapevano bene quello che stavano facendo. Stavano attirando ragazzi e ragazzini online affinchè ci stessero più tempo possibile incuranti delle conseguenze. E lo stavano facendo piuttosto bene. Nel 2021 negli Stati Uniti (in Europa in dati sono molto simili) il 95 per cento degli adolescenti, praticamente tutti, era sui social media; ma ci stava anche la metà dei tween, i ragazzini fra 10 e 12 anni, nonostante il divieto per i minori di 13 anni (aggirabile con un clic rispondendo «sì» alla domanda: «Hai più di 13 anni?»); e ci stava persino un terzo dei bambini fra 7 e 9 anni. Questo dato va sottolineato: almeno un terzo dei bambini da 7 anni in su ha un account social, attivato probabilmente, ma non necessariamente, con il consenso dei genitori e mentendo sull’età al momento dell’iscrizione. Sono bambini, entrati in un posto da grandi, senza protezioni.
L’utilizzo dei social senza limiti di età è ovviamente noto a quei genitori che hanno dato ai figli troppo presto uno smartphone in mano pensando di tenerli occupati mentre loro sono al lavoro e di farli crescere al passo con i tempi («mio figlio è un campione con l’iPhone, è più bravo di me!»); ed è noto anche alle aziende tecnologiche i cui algoritmi sono in grado di dedurre con notevole precisione la vera età di ciascun utente. Ma c’è una differenza importante fra queste due consapevolezze: Meta, Tik Tok ma anche Google per YouTube e Snapchat (poco diffuso in Europa ma forte negli Stati Uniti), sapevano anche quello che stava accadendo alla salute mentale dei loro giovani utenti. Lo sapevano e non si sono fermati. Nessuno di loro si è fermato per non perdere fatturato.
Questa, insomma, non è la storia di un errore di valutazione, è la storia di un inganno. Gli uffici di pubbliche relazioni di Meta, Tik Tok e degli altri ci dicevano: sta andando tutto benissimo, noi ci teniamo un sacco alla salute dei ragazzi; e vogliamo fare un patto con i genitori, lo volete fare un patto con noi? Vi aiutiamo. Ma era solo un modo per guadagnare tempo. E soldi. Questa è la storia di una infinita serie di omissioni e di storielle rassicuranti raccontate soltanto nel nome del profitto; e va spiegata bene.
Nel caso di Tik Tok la verità l’abbiamo scoperta da poco, nell’ottobre 2024, e l’abbiamo scoperta per caso. I procuratori generali di due stati americani, il Kentucky e il Nebraska, avevano presentato una citazione per danni contro i social raccogliendo moltissimi documenti interni alle piattaforme che erano poi stati depositati sbianchettando i passaggi fondamentali in attesa della conclusione del giudizio e di un possibile accordo risarcitorio (qualcosa tipo: se paghi i danni non li pubblichiamo e ti salviamo la reputazione). Ma il cronista di una radio locale aveva scoperto che copiando e incollando il testo, ben trenta pagine del documento originale tornavano leggibili nella loro interezza.
Quelle pagine costituiscono uno spaccato di quello che stava accadendo online all’inizio degli anni Venti visto dalla plancia di comando della app più scaricata del mondo. Tik Tok ovviamente.
Intanto un dato. A Pechino hanno calcolato quanto tempo impiega l’algoritmo di raccomandazione dei contenuti a sapere esattamente cosa farci vedere per tenerci ingaggiati e renderci psicologicamente dipendenti dalla piattaforma: 260 video che, considerando la durata di appena 8 secondi di molti video, equivalgono a circa 35 minuti. Dopo, siamo spacciati. Fermiamoci un attimo su quel numero: 8 secondi. Per molti psicologi è diventato la misura della nostra capacità di attenzione: ogni 8 secondi passiamo ad altro, sentiamo un irresistibile impulso a cambiare argomento, un altro video per favore. Se avete figli adolescenti, avete notato la fatica che fanno non dico a leggere un libro ma anche a guardare un film? Il cinema è diventato troppo lento per loro. Figuratevi una lezione frontale a scuola.
In un altro documento, che cita una ricerca interna, si dice che «l’uso compulsivo di Tik Tok, è correlato con una serie di problemi mentali quali la perdita delle competenze analitiche, della formazione della memoria, del pensiero contestuale, della profondità della conversazione, dell’empatia e un aumento dell’ansia». Non lo dicono gli avversari dei social, non lo dicono dei boomer nostalgici del tempo che fu, non lo dicono degli insegnanti frustrati dalla disattenzione che regna sovrana in classe: lo dicono i ricercatori di Tik Tok ai loro capi. Dicono anche che l’uso eccessivo della piattaforma interferisce con alcune «funzioni essenziali della persona tipo dormire, gestire gli impegni scolastici o di lavoro, connettersi con i propri affetti».
Eccolo, il terremoto. Era inevitabile che l’epicentro delle scosse fosse la scuola. È stato calcolato che in media un adolescente riceve circa 240 notifiche al giorno. Come potevano resistere gli studenti a questa «arma di distrazione di massa»? Del resto in quel periodo Tik Tok mandava notifiche anche durante l’orario scolastico o nel pieno della notte incurante dell’età degli utenti: e infatti il 20 per cento degli adolescenti risultava attivo fra mezzanotte e le cinque del mattino. Funziona così: tu metti a dormire i tuoi figli tranquillo, «buonanotte tesoro, a domani», e loro riaccendono il telefonino nel buio delle loro camerette e al mattino sono dei cadaveri. Come mai? Quando qualcuno ha sollevato il problema l’ufficio pubbliche relazioni di Tik Tok ci ha rassicurato che era tutto sotto controllo e che però avrebbero iniziato a mandare avvisi ai più giovani per dire che «è ora di andare a dormire» postando, solo per gli adolescenti, dei video con musica rilassante. Come vendere cheeseburger e patatine fritte con l’avviso «attenti al colesterolo».
In realtà c’erano, e ci sono ancora strumenti per limitare l’uso dell’app da parte dei giovanissimi: da un certo momento in poi ai genitori è stato permesso di stabilire un limite di utilizzo quotidiano per i figli fra quaranta minuti e due ore. Venne anche lanciata una campagna per promuovere i «break videos», video che ricordavano all’utente di fare un break ogni tanto, di interrompere lo scrolling infinito e fare altro; ma un test interno dimostrò che la riduzione del tempo online dopo questa iniziativa in media era stata di appena un minuto e mezzo. Nei documenti pubblicati dalla radio americana c’è il commento di un project manager su questa situazione: «Il nostro obiettivo in fondo non è davvero ridurre il tempo trascorso online». E allora perché continuare a lanciare palliativi spacciandoli per strumenti che davvero potevano cambiare le cose? Risposta: «Questi strumenti non hanno alcuna utilità pratica ma ci servono per avere qualcosa da dire (“talking points”) quando ci chiamano i politici». Fuffa. Ma molto ben raccontata.
Cosa è andato storto?















