Reinhold Messner: Noi sudtirolesi dobbiamo essere fieri di quello che ci ha dato l’Italia. All’estero mi definiscono austriaco, faccio correggere»
«Mi rende triste realizzare che la convivenza in Sudtirolo non è al livello che speravo»
Francesco Mariucci
Reinhold Messner non ha bisogno di presentazioni. Sudtirolese doc e alpinista leggendario, da anni attivo con i suoi musei della montagna, nel suo curriculum c’è pure una legislatura da europarlamentare, eletto con i Verdi. Il suo punto di vista sul caso Zeller, la sindaca di Merano che è finita in un mare di polemiche per essersi tolta la fascia tricolore, è netto: «Un gesto che non mi è piaciuto, noi siamo cittadini italiani e dobbiamo essere fieri di quello che ci ha dato l’Italia». Risponde al telefono mentre è in viaggio tra Monaco e l’Alto Adige («ma sta guidando mia moglie, ormai mi faccio accompagnare»), dove è impegnato in uno dei suoi tanti progetti per la divulgazione dell’alpinismo.
Reinhold Messner, che cosa pensa di quanto successo a Merano e del gesto della sindaca Katharina Zeller?
«Non è stato un gesto intelligente, e nemmeno opportuno. Non mi è piaciuto: ci sono abitudini, consuetudini, che un rappresentante dello Stato deve seguire. Mi rende triste realizzare che la convivenza in Sudtirolo non è al livello che speravo. Le idee, il lavoro di Alexander Langer (politico sudtirolese che ha sempre rifiutato l’identificazione etnica, ndr) per fare del Sudtirolo una terra bilingue e biculturale, purtroppo non corrispondono alla realtà. Provo pena anche per l’ex governatore Luis Durnwalder: ha tanti meriti per aver contribuito alla pacificazione dei due gruppi e casi come questo rischiano di dividerli di nuovo».
Quindi crede che la convivenza tra madrelingua italiani e tedeschi sia a rischio?
«In questo momento non c’è una situazione pacifica. Aver capito che bisogna collaborare e rispettare gli altri era la nostra forza: l’Alto Adige deve dimostrare che l’autonomia è un fatto positivo per questa terra ma per tutta l’Italia. Gli italiani devono essere fieri di aver dato a questa piccola terra un’autonomia sincera e funzionante e noi sudtirolesi di madrelingua tedesca dobbiamo essere fieri di quello che ci ha dato l’Italia. Ma forse la mia visione è un’illusione».
A lei è mai pesato definirsi italiano?
«Io giro il mondo e se mi chiedono di che nazionalità sono rispondo che sono italiano. Non sono tedesco o austriaco: sono sudtirolese, cittadino italiano, e questo è un fatto. Nei mass media internazionali vengo visto come austriaco e chiedo di correggere. Noi sudtirolesi siamo passati dall’Impero austriaco al Regno d’Italia, siamo diventati italiani e abbiamo lottato per l’autonomia: alla fine il nostro obbligo è quello di riempire l’autonomia con la convivenza, perché non abbiamo niente di positivo nell’andare avanti a litigare. Ricordiamoci che prima dell’autonomia l’Alto Adige era una terra poverissima. Il benessere di oggi non era scontato».
A proposito di tricolore, durante le sue spedizioni ha mai portato una bandiera italiana in vetta?
«È una pratica che non si fa più. Noi sudtirolesi che bandiera avremmo dovuto portare? È una tradizione che risale agli anni del fascismo, è finita con la conquista italiana del K2 nel 1954. Prima le montagne non erano scalate, poi sono diventate espressione di tanti nazionalismi: dai francesi nel primo ottomila, l’Annapurna nel 1950, ai tedeschi negli anni immediatamente successivi. La conquista italiana del K2 è stata prima di tutto un fatto nazionalistico, poi sicuramente un fatto di grande capacità e una delle più importanti ascensioni di sempre. Se uno porta oggi una bandiera sull’Everest mi viene da ridere: è impossibile occupare la cima di una montagna a nome di una nazione».



Crede che le personalità pubbliche dell’Alto Adige dovrebbero fare di più per far conoscere le peculiarità di questa terra?
«Per quanto riguarda la realtà dell’Alto Adige c’è più ignoranza in Italia che in Germania. Noi abbiamo tanti turisti tedeschi che conoscono la situazione di questa terra. Siamo anche fortunati ad avere una storia del genere, dovremmo esserne custodi e farla conoscere».
Ha citato il turismo, non crede che l’Alto Adige sia arrivato a un punto di non ritorno per la sostenibilità?
«Non ho mai capito le scritte contro i turisti. Ma siamo matti? Viviamo di turismo, la nostra responsabilità è quella di sfruttare il nostro paesaggio controllando che non venga distrutto. L’importante è distribuire bene i turisti su tutto il territorio: oggi ci sono vallate che sono molto sfruttate e altre quasi vuote che sopravvivono solo con l’agricoltura. Il Sudtirolo ha un paesaggio unico in tutto il mondo, dobbiamo capire che la nostra ricchezza è questa, non gli alberghi di lusso».
Attenzione all’ambiente, convivenza pacifica, amore per la montagna. È questa la sua eredità?
«Sto lavorando su questo tema. Lascerò una casa che si chiamerà “Casa Reinhold Messner”, allestita con i simboli e i valori che ho maturato in 80 anni di alpinismo in giro per il mondo. Lo porterà avanti mia moglie (Diane Schumacher, di 36 anni più giovane, ndr) e lo proporrà alle prossime generazioni. I miei figli portano avanti una struttura museale, la rete dei Messner Mountain Museum, che guarda indietro nella storia. Con Diane invece stiamo recuperando una vecchia struttura sul monte Elmo, nella zona di Sesto Pusteria, una specie di upcycling: non sarà utilizzata a fini turistici, ma sarà la mia eredità consegnata alle prossime generazioni. Voglio portare avanti le mie visioni e i miei ideali, tra cui la convivenza in Sudtirolo. A fine giugno sarà già visitabile e ci saremo noi a fare i lavori, poi a fine settembre sarà pronta definitivamente. Probabilmente sarà l’ultimo progetto che alla mia età riuscirò a realizzare, speriamo che resterà nel tempo».







