Le provocazioni dalla ex Königsberg allarmano gli alleati da anni. “Mosca cerca una reazione eccessiva, dobbiamo stare attenti”. Da lì può colpire con gli Iskander il continente
Kaliningrad è sempre stata la fortezza che definisce i rapporti di forza tra Mosca e l’Europa. Un castello di torri e fossati nei tempi in cui si chiamava Königsberg: capitale dei cavalieri teutonici lanciati alla conquista dell’Est, la cui disfatta sul lago ghiacciato è stata esaltata dall’Urss di Stalin nel film Aleksandr Nevskij diretto da Ejzenstejn. Oggi è un bastione irto di missili, che minacciano le metropoli dell’Ue da Berlino a Varsavia, da Stoccolma a Helsinki: da lì possono raggiungerle anche gli Iskander a testata convenzionale, senza così superare la “soglia nucleare” e rischiare una reazione apocalittica. L’Armata Rossa l’ha occupata nel 1945 e l’ha annessa alla Russia, nonostante si trovi incastonata nel mezzo della Polonia: è all’altra estremità del golfo dove c’è Danzica; una vicinanza geografica che provoca più di un brivido nello scenario inquietante di queste ore.
Per Putin, Kaliningrad è diventata soprattutto lo strumento per misurare la determinazione europea: una sorta di termometro, che utilizza per valutare fino a che punto i Paesi della Nato e dell’Ue siano disposti a spingersi nel confronto con la Russia generato dall’invasione dell’Ucraina. Le provocazioni però sono iniziate molto prima, con i Mig e con i Sukhoi che irrompono nelle rotte civili del Baltico senza preavviso né autorizzazione: una situazione che ha spinto l’Alleanza a schierare sin dal 2004 i suoi caccia a protezione di Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia. Quasi ogni giorno i jet del Patto atlantico – adesso ci sono pure gli Eurofighter italiani – si alzano alla massima velocità per fronteggiare gli sconfinamenti di velivoli, droni e persino missili da crociera.
La tensione continua a crescere ed è arrivata a livelli mai toccati neppure durante la Guerra Fredda. Al vertice della Nato c’è la convinzione che ogni segno di debolezza possa motivare il Cremlino a spingersi oltre, cercando di spezzare anche con le armi la coesione dell’Alleanza indebolita dall’amministrazione Trump. Nel cuore dell’estate le reti di intelligence hanno colto i segnali di un’intensificazione della pressione russa, con l’impressione che Mosca fosse pronta a un salto di qualità. Così il 18 agosto è scattata un’operazione di deterrenza, per mettere in guardia il Cremlino: un assedio virtuale di Kaliningrad condotto insieme da americani ed europei. I cieli sono stati sbarrati da decine di intercettori ma soprattutto sono entrati in azione i migliori sistemi volanti da contromisure elettroniche, esibendo la capacità concreta di disturbare i radar, interrompere le comunicazioni, oscurare gli apparati di puntamento: hanno testimoniato di saper accecare la fortezza russa.
Il carosello di jet, a cui si sono unite manovre terrestri e navali, è proseguito fino al 21 agosto. È stato l’inizio di una partita a scacchi, in cui vengono continuamente spostate pedine. Putin non si è mostrato intimidito; anzi. Il giorno dopo ha dichiarato che «gli attacchi ucraini sulla Russia hanno scoperchiato il vaso di Pandora» ossia lo scrigno di tutti i mali. Poi il 25 agosto il direttore della Cia John Ratcliffe è arrivato a Mosca: ha incontrato i capi dei due servizi segreti russi e trasmesso un monito rimasto top secret.
In apparenza, la missione di Ratcliffe non sembra avere sortito effetti. Droni e missili attraversano l’Ucraina e puntano verso i confini europei. I sabotaggi nell’ombra della “guerra ibrida” sono più numerosi. I decolli da Kaliningrad più frequenti, fino all’incursione dell’elicottero che la scorsa settimana è platealmente entrato in Polonia per pochi secondi. Sul versante opposto, da metà settembre per una settimana i ricognitori della Nato hanno tenuto sotto controllo cielo e mare in tutto il fronte est: da Kaliningrad fino al porto di Murmansk, dove sono ormeggiati i sottomarini nucleari russi. Sono sfide in cui il pericolo di innescare l’escalation è elevatissimo. «Vladimir Putin è diventato più minaccioso e disposto ad accettare rischi – ha dichiarato sir John Stringer, generale britannico e numero due della Nato –. Mentre la guerra in Ucraina è in una situazione di stallo, tenta di dividere i Paesi occidentali. I membri dell’Alleanza devono fare molta attenzione nelle loro risposte, perché il Cremlino potrebbe cercare di spingerci verso una reazione eccessiva».












