Giusto protestare, ribellarsi e cercare di cambiare le regole. Ma non così
Enrico Galletti
Anche a me, come a molti miei compagni di liceo, parve una banalità quella frase di un professore, al termine della versione di greco di maturità: «Gli esami, nella vita, non finiscono mai». Una formula un po’ da libro Cuore (salvando solo la celebre commedia di Eduardo De Filippo), sussurrata mentre le prove finivano e cominciava l’estate. Non ci ho più ripensato, per dare l’idea di come accogliemmo quelle parole all’ultimo miglio del nostro ciclo scolastico. Non c’erano proteste allora, perlomeno su quell’esame che più che uno scoglio sembra la prima prova per diventare grandi. Quest’anno, da Brescia a Firenze, da Roma a Belluno, si fa un gran parlare degli studenti che si sono rifiutati di sottoporsi all’orale di maturità, sapendo di avere già ottenuto con gli scritti il punteggio minimo per passare (insomma, senza un centesimo da perdere). Un metodo, dicono, per protestare contro il sistema dei voti. Addirittura l’ultimo caso, al liceo Plinio di Roma, è di un 19enne che si è diplomato con 83 e ha scritto nientemeno che al ministro dell’Istruzione, chiedendo di abbassare il voto a 60: «L’ho fatto perché non credo che un voto possa valutare cinque anni della mia vita e di crescita, ma anche perché ho capito che la competizione per i voti danneggia pesantemente la nostra salute mentale». Un’opinione diffusa, nella GenZ, molto più di quanto raccontino questi casi che in altri tempi non avrebbero magari fatto notizia.
Ho sempre cercato un tratto comune nelle proteste della mia generazione. E l’ho trovato nella reazione di chi ha qualche anno in più e puntualmente, ad ogni nostra levata di scudi, reagisce allo stesso modo: «Ai miei tempi avevamo altri problemi», per poi non resistere alla tentazione di parlare di «bamboccioni», «svogliati», «sdraiati» nel raccontare chi, in barba all’età, si permette di alzare la voce. Solo che questa volta la mia generazione ha sbagliato. E ha sbagliato di grosso. Penso che ogni protesta, a qualsiasi livello, debba confrontarsi con un tema di credibilità. E la credibilità va costruita: passa attraverso i metodi della protesta, ma anche attraverso i temi che ogni generazione sceglie di cavalcare. Che credibilità può avere protestare contro i voti disertando l’orale quando si è matematicamente convinti di avere già la promozione in tasca? È bello, in molti casi, che si provi a cambiare le regole. Ma non è ignorando quelle stesse regole che immagino che la mia generazione possa fare la differenza. È incoerente urlare che «La scuola dovrebbe insegnare anche a fallire» mentre si scappa da una prova che, a quel punto, non può più avere nulla da insegnarti.
Non siamo una generazione silente, nella quale prevalgono gli sfaticati o i bamboccioni. Neppure con queste premesse. Siamo una generazione che la voglia di farsi sentire ce l’ha (e lo dicono le tante mobilitazioni giuste su ambiente, caro affitti, tematiche sociali), ma che questa volta ha sbagliato battaglia. Se è dalla scuola che è più facile immaginare che parta la nostra voglia di cambiare ciò che non va, invece di tirarsi indietro da una prova orale che promuove il 99,8% dei candidati (praticamente la vera ribellione è trovare il modo di farsi bocciare), perché non farsi sentire ad esempio sui drammatici dati Invalsi, che mostrano come uno studente su due non raggiunga neppure le competenze base in italiano e matematica? Avanziamo idee, proposte, visioni su come si possa aver accesso a un insegnamento qualitativamente migliore da Nord a Sud, spingiamo perché i nostri insegnanti più bravi (e magari neppure capiti fino in fondo quando eravamo fra i banchi) siano premiati, pagati di più, differenziati dagli svogliati. Perché è da lì, da quel capitale umano di maestri troppo spesso buttati in un medesimo calderone, che passa il nostro diritto a crescere con la giusta dose di successi e fallimenti.
Non ho vissuto neppure la metà, in termini anagrafici, della vita di chi mediamente in questo Paese prende le decisioni, ma ho l’impressione che la svolta della scuola passi anche attraverso la competizione, quella contro cui una parte dei miei coetanei protesta, salvo poi ritrovarla nella vita reale. Se davvero vogliamo che in questo Paese si smetta di parlare solo di pensioni, scegliamo le proteste giuste: battiamoci per una competizione sana, che sappia valorizzare i migliori e dare gli strumenti agli altri, senza voler crescere nell’illusione di essere tutti uguali, bravi, belli e buoni. Che ci abitui ai giudizi, insomma (a quelli numerici e a tutti gli altri), non come spinta al ribasso, ma come motore per arrivare dove vogliamo arrivare. Non è vero che «a scuola le istituzioni spingono chi ottiene risultati più alti a screditare gli altri». È vero il contrario, semmai: la scuola italiana è stata fin qui così morbida da promuovere chi non si è presentato all’esame, che è un po’ come assumere chi diserta un colloquio di lavoro perché teme che alla fine prendano un altro.
«Gli esami, nella vita, non finiscono mai». Ci ho ripensato, a quella frase che pochi anni fa, in quinta liceo, mi parve totalmente priva di senso. Ora che ho capito che è tutto vero, che la vita è un insieme di prove di fronte alle quali non sempre vale la giustifica firmata, più che alla solitudine che devono aver provato i vari esaminatori di Padova, Belluno, Roma e Firenze, penso all’occasione persa dagli esaminandi. Troviamo nuove battaglie per poter dire domani ai nostri figli che, ai nostri tempi, avevamo motivi seri per sognare di cambiare le cose.







