«Chi boicotta la Maturità non può farla franca. Serve più rispetto. Così cambierò l’esame»

Il ministro Valditara: «Anch’io non studiavo, salvato da una prof che mi ha detto: non ti ammetto agli esami se non recuperi». I risultati deludenti dell’Invalsi? «Investiremo più risorse»

Gianna Fregonara

Ministro Valditara, dopo i quattro casi di studenti che si sono rifiutati di fare l’esame orale della Maturità, lei ha annunciato che dal prossimo anno chi boicotta l’esame sarà bocciato. Hanno sbagliato i professori a promuoverli?
«Non potevano fare diversamente, perché la legge permette la promozione».

Interviene perché teme che possa diventare una nuova forma di protesta diffusa?
«Avevo già da tempo deciso dei cambiamenti nel contenuto dell’esame e il recupero della dizione Maturità, al posto di Esame di Stato, introdotto da Luigi Berlinguer venticinque anni fa».

Oltre al nome, cosa cambia?
«I due scritti no, l’orale che deve servire a valutare, oltre alle conoscenze e le competenze che emergono già dagli scrutini di ammissione, il grado di maturità dello studente, quello che ha assorbito nel percorso scolastico, il suo grado di responsabilità e autonomia».

Come fanno quattro commissari esterni (più i tre interni) a capire la persona con un colloquio di un’ora?
«Il ruolo dei docenti interni che conoscono i ragazzi è fondamentale e i commissari esterni devono validare e certificare la legittimità di un percorso di 5 anni e le relative prove finali».

E poi ha aggiunto la norma contro il boicottaggio: chi non fa l’orale deve essere bocciato.
«Con questa norma voglio dare un forte messaggio in linea con la Costituzione. C’è un problema importante nella società italiana ed è il rapporto con la regola. Troppo spesso non è chiaro che la regola si rispetta, così come si rispettano le persone: all’esame ci sono commissari che dedicano il proprio tempo ad una funzione sancita dalla nostra Costituzione. Non si prendono in giro gli insegnanti, si rispetta il loro lavoro, si rispettano i compagni che hanno creduto in quel momento e si sono impegnati, che hanno provato ansia, stress, coltivato speranze, hanno dedicato mesi per prepararsi all’appuntamento. Devo rispettare il loro impegno, non posso farla franca se decido di fare scena muta».

Si è chiesto i motivi del gesto plateale degli studenti?
«Certo, una difficoltà ad affrontare le prove. La mia preoccupazione è per il messaggio diseducativo che la legittimazione di tali gesti rischia di lanciare. Se si consentisse di rifiutare senza conseguenze di sottoporsi all’esame, sarebbe legittimo rifiutare tutto ciò che non ci piace. Dobbiamo piuttosto insegnare ai giovani che ci sono modalità democratiche per cambiare le regole che non ci piacciono».

Quali?
«Ci sono diverse modalità alternative a partire da quelle che offre lo stesso contesto scolastico».

Lo sberleffo dei ragazzi che hanno mandato la scuola a quel Paese ha però colpito un po’ tutti. Da questo punto di vista ha colto nel segno.
«Le polemiche mediatiche di questi giorni hanno sollevato una questione più ampia che rende paradossalmente emblematico il dibattito: dobbiamo uscire da quella cultura che ha paura del giudizio, che rifiuta il concetto di autorità, che condanna i divieti, che rifugge dal pronunciare dei no, anche quando servono, che considera sempre dannose le sanzioni. In questo modo si coltiva l’immaturità e ci si abitua a considerare normale la irresponsabilità. La scuola serve anche come palestra per imparare ad affrontare le difficoltà. La vita è fatta anche di prove».

Anche lei per un certo periodo al liceo aveva smesso di studiare matematica e ha rischiato.
«È vero. Alla vigilia dell’esame la professoressa mi ha detto: se non ti metti a studiare non ti ammetto. E così in due settimane ho recuperato il programma di mesi. Ringrazio ancora oggi quella docente per avermi richiamato al senso di responsabilità».

250 mila maturandi su cinquecentomila non sono sufficienti in Italiano e Matematica, al Sud la situazione è ancora peggiore.
«Abbiamo ottenuto risultati molto positivi contro l’abbandono scolastico: le proiezioni sono al di sotto del target del 9 per cento fissato dall’Europa per il 2030. Inoltre Agenda Sud, il piano strategico per contrastare i divari di competenze nel Mezzogiorno, ha dimostrato di funzionare: nelle scuole della sperimentazione i giovani hanno migliorato notevolmente le performance in italiano e matematica».

Forse non basta.
«Investiremo sempre più risorse in Agenda Sud. Inoltre è indispensabile modificare i programmi per potenziare l’insegnamento di italiano e matematica».