La fisica per spiegare (e risolvere) i problemi della vita

20 Agosto 2026

Le città producono sempre più rifiuti, col risultato che ogni pochi anni ritorna sempre la stessa emergenza: «Tanto finisce tutto nello stesso posto», è la lamentela. Il problema non sta nel numero di discariche a disposizione, ma nella quantità di rifiuti che produciamo….

Siamo in montagna. Tutto ciò che vedete attorno a noi, acqua, terra, ghiaia, foglie, tende lentamente a scendere verso valle. Per anni quasi non ce ne accorgiamo. Poi un giorno scopriamo che il paesaggio è cambiato. Si è riempito. Ha accumulato materiale arrivato da ogni direzione. Ed è esattamente per questo che siamo qui. Perché oggi parliamo di rifiuti. La lamentela la conosciamo tutti. «Tanto finisce tutto nello stesso posto.» E subito dopo arriva la scintilla. «Possibile che non sappiamo più dove buttare la spazzatura?» Domanda comprensibile. Soprattutto se avete provato a capire dove vada una confezione composta da plastica, carta, alluminio, colla, senso di colpa e istruzioni scritte in corpo sei. A quel punto la tentazione di buttare direttamente il manuale della raccolta differenziata è forte. 

Ma la fisica dei sistemi complessi parte sempre da qui. Prende una lamentela. Toglie il luogo comune. E mette il sistema. Perché la domanda interessante non è dove buttare i rifiuti. La domanda interessante è: da dove arrivano? Ed è qui che la fisica ci costringe a cambiare prospettiva. Perché noi vediamo il cassonetto. La fisica vede il flusso.

I rifiuti sono un flusso che obbedisce a leggi precise

Pensiamo a una bottiglia di plastica. Quando la buttiamo abbiamo la sensazione che la sua storia finisca lì. In realtà è il contrario. La bottiglia arriva nel cassonetto dopo aver attraversato fabbriche, trasporti, magazzini, supermercati, acquisti, consumi. Il cassonetto non è l’inizio del problema. È l’ultimo fotogramma. È come entrare al cinema negli ultimi trenta secondi e pretendere di capire tutta la trama. La fisica dei sistemi complessi osserva quello che succede prima. Perché i rifiuti sono un flusso. E i flussi obbediscono a leggi molto precise.

Immaginiamo una vasca da bagno. Se dal rubinetto entra più acqua di quella che esce dallo scarico, la vasca si riempie. È una legge fisica prima ancora che un’opinione, un’ideologia o una posizione politica. Lo stesso vale per i rifiuti. Se un sistema produce più materiale di quanto riesca a recuperare, riutilizzare o smaltire, l’accumulo aumenta. Sempre. Non esistono scorciatoie. La materia non sparisce perché ci dà fastidio. La natura ha molti talenti. Far sparire la plastica per gentilezza non è tra questi. C’è una legge della fisica che in questa storia si comporta come un ospite testardo: la conservazione della materia. Tradotto: le cose non spariscono. Cambiano forma. Cambiano posto. Cambiano stato. Ma restano nel sistema. Quando buttiamo qualcosa abbiamo spesso la sensazione psicologica della scomparsa. Il sacchetto esce di casa e sembra svanire. La fisica è meno collaborativa. Quello che per noi è «via», per l’universo è semplicemente «da un’altra parte». È una delle grandi delusioni dell’età adulta: scoprire che «buttare via» non è una destinazione geografica.

Quanti rifiuti produciamo?

Ed è qui che compare uno dei grandi equivoci contemporanei. Noi discutiamo continuamente di dove mettere i rifiuti. Discariche. Inceneritori. Impianti. Depositi. La fisica continua a fare una domanda precedente. Quanti rifiuti stiamo producendo? Perché cercare soltanto una destinazione è come cercare parcheggi in una città che continua a riempirsi di automobili. Può servire. Ma non affronta il motivo per cui le automobili continuano ad aumentare.

Pensiamo a una folla che esce da uno stadio. Se cinquantamila persone arrivano contemporaneamente a un’unica uscita, il problema non è la porta. La porta è soltanto il punto dove il sistema mostra il proprio limite. Nei sistemi complessi i colli di bottiglia funzionano così. Funzionano come una spia sul cruscotto. Rendono visibile il problema. Una discarica piena non crea i rifiuti. Li rende impossibili da ignorare.

C’è una seconda immagine che la montagna ci regala. Pensiamo a una conca alpina. Per anni raccoglie materiale che arriva dai versanti. Un po’ di terra. Un po’ di ghiaia. Un po’ di detriti. Ogni singolo contributo sembra irrilevante. Poi guardi il paesaggio dopo decenni. E scopri che la valle è cambiata. I sistemi complessi fanno spesso così. Non cambiano per un singolo evento. Cambiano per accumulo. La parola chiave è proprio questa: accumulo. Una delle parole più importanti della fisica. E una delle meno amate dagli esseri umani. Perché l’accumulo è noioso. È lento. Non produce titoli. Non produce emergenze. Poi un giorno produce entrambe.

I limiti della differenziata e un’interessante idea concepita in Giappone

A questo punto qualcuno potrebbe dire: «Va bene. Però io faccio la raccolta differenziata.» Ed è una buona notizia. Davvero. Ma qui la fisica introduce una distinzione importante. Differenziare è necessario. Non è sufficiente. Perché una parte del problema riguarda la gestione. Ma un’altra parte riguarda la produzione. È un po’ come andare in palestra per un’ora e passare il resto della giornata seduti sul divano a mangiare un cornetto (come dicono a Milano, una brioche). L’universo non vieta questa strategia. Semplicemente non collabora molto. 

Ed è qui che entra in scena l’esempio virtuoso della puntata. Kamikatsu, in Giappone. Un piccolo comune diventato famoso perché ha ripensato l’intero flusso dei rifiuti. Kamikatsu è interessante per un altro motivo. Non si è limitata a separare i rifiuti in molte categorie. Ha ripensato l’intero percorso del rifiuto. Riutilizzo. Riparazione. Riduzione degli sprechi. Recupero dei materiali. La domanda non era: «Dove lo mettiamo?» La domanda era: «Come facciamo a produrne meno?» È una differenza enorme. Perché sposta l’attenzione dalla destinazione alla traiettoria.

Ed è qui che la fisica diventa quasi filosofica. Noi vediamo il cassonetto. La fisica vede migliaia di decisioni che ci hanno portato fin lì. Ed è per questo che le emergenze rifiuti tornano continuamente. Perché spesso interveniamo sull’ultimo pezzo della storia. Non sui capitoli precedenti. Stiamo arrivando alla fine della puntata di oggi. L’asse che riassume tutto il ragionamento è questo: Il problema non è dove finiscono i rifiuti. Il problema è quanti ne produciamo lungo il percorso. Siamo in montagna perché una valle non si riempie il giorno in cui arriva l’ultimo sasso. Si riempie dopo anni di accumulo. E forse vale anche per la spazzatura. Noi continuiamo a discutere dell’ultimo metro del sistema. La fisica guarda i cento chilometri precedenti. Perché il cassonetto è l’ultima pagina. I rifiuti sono la storia che l’ha scritta. E nei sistemi complessi, quasi sempre, la storia conta più del finale.