L’11 settembre di 25 anni fa è stata la fine di un’era

Ma l’America continua a generare rivoluzioni

Molte profezie di allora non si sono avverate. Il cuore del capitalismo globale ha continuato a battere. Gli effetti geopolitici furono enormi, quelli economici no

FEDERICO RAMPINI

Prima ci furono orrore, angoscia e sgomento. Era passato poco tempo, quando dalle finestre dei miei vicini di casa sventolarono le bandiere a stelle e strisce. L’11 settembre 2001 abitavo già in America, allora sull’altra costa, a San Francisco: città ribelle, trasgressiva, di estrema sinistra. Non sospettavo che tanti suoi abitanti custodissero in casa la bandiera nazionale. Non avevano votato Bush, lo odiavano. Ma la reazione immediata fu la solidarietà, l’unità nazionale, un patriottismo profondo nel momento del dolore. La nazione colpita a morte diventava la nazione di tutti. Non durò in eterno, di sicuro quella coesione non superò la prova del 2003: l’invasione dell’Iraq, le bugie sulle armi di Saddam Hussein. L’America tornò a dividersi, San Francisco fu una delle tante città solcate dai cortei pacifisti.

Il clan Bin Laden a Washington

Alcune polemiche erano cominciate ancora prima. Il 12 settembre 2001 avrei dovuto essere proprio al World Trade Center di New York, per partecipare a un convegno del settimanale The Economist insieme a Carlo De Benedetti, allora editore di Repubblica. Non partirono né il suo volo da Washington né il mio da San Francisco, i cieli erano chiusi. Ma De Benedetti mi rivelò un retroscena. Era nella capitale federale per la riunione di un fondo d’investimento a cui partecipavano anche dei membri della dinastia reale saudita e della famiglia di Osama Bin Laden, capo di Al Qaeda e regista degli attacchi. Riuscirono a lasciare rapidamente gli Stati Uniti. La partenza di dignitari sauditi e del clan Bin Laden, indisturbati, alimentò per anni i sospetti. Il legame tra i Bush, le compagnie petrolifere e una monarchia allora compromessa con il fondamentalismo islamico, attirò molte accuse. Ci vollero anni prima che Riad — colpita a sua volta dal terrorismo — avviasse una laicizzazione, il ridimensionamento politico del clero wahabita, lo stop dei finanziamenti alle madrasse jihadiste.

La fine dell’era unipolare

L’11 settembre 2001 segnò una cesura storica, la fine e l’inizio di tante cose. Si chiuse l’era unipolare in cui l’egemonia americana era stata incontrastata fino a dare l’illusione dell’invulnerabilità. Cominciarono lunghe guerre mediorientali. L’opposizione a quei conflitti contribuì alle fortune di due leader agli antipodi. Obama vinse le primarie democratiche del 2008 anche perché a differenza di Hillary Clinton si era dissociato dalla guerra in Iraq. Pure Trump deve in parte la sua vittoria in campo repubblicano nel 2016 alle sue vigorose accuse contro i Bush. Né l’uno né l’altro mantennero le promesse di non ripetere gli errori mediorientali. Obama prolungò ben oltre il previsto le guerre del suo predecessore e ci aggiunse la Libia. Trump sta combattendo la sua guerra del Golfo adesso.

Molte profezie di 25 anni fa non si sono avverate. Si disse che con le Torri Gemelle crollava il cuore americano del capitalismo globale. Ma se le conseguenze geopolitiche di quella strage furono enormi, quelle economiche no. L’America era già entrata in una lieve recessione nel marzo 2001; l’11 settembre la aggravò di poco e quella recessione terminò appena due mesi dopo gli attentati. La leadership del dollaro non fu scalfita neppure dalla crisi successiva — ben più grave — del 2008. Il sorpasso della Cina sull’America allora sembrava una certezza: non c’è stato. L’America ha continuato imperterrita a generare rivoluzioni tecnologiche, ora quella dell’intelligenza artificiale.

La reazione che non si è avverata

Un’altra profezia distopica, da incubo, non si è avverata. Come reazione alla strage gli Stati Uniti non divennero un regime poliziesco né una nazione islamofoba. Il giro di vite indiscriminato contro le minoranze islamiche ci fu, ma altrove. In Cina masse di uiguri dello Xinjiang vennero sottoposti a «rieducazione» per estirpargli il Corano dalla testa in appositi centri di detenzione. Un rigurgito anti-islamico arrivò poi nell’altro gigante asiatico, l’India di Narendra Modi. Negli Stati Uniti invece da 25 anni il peso degli immigrati arabi è cresciuto. Alcuni hanno fatto carriere politiche folgoranti: è un musulmano molto fiero della sua religione il mio sindaco attuale, il primo cittadino della metropoli martirizzata da Al Qaeda, Zoran Mamdani. Questa ascesa socio-politica dell’Islam non è priva di tensioni. Mamdani ha sempre avuto un atteggiamento ambiguo sull’11 settembre. Ogni volta che evocava la morte di quei tremila civili innocenti, subito faceva un accostamento con i morti per le guerre americane in Medio Oriente: un’equiparazione che finiva per attenuare la specificità morale dell’attacco terroristico. Una lezione più nobile la trovate visitando il museo edificato nel ricordo di quella tragedia. Lungi dall’abbracciare il nazionalismo o il risentimento, il memoriale di Manhattan ricostruisce la storia del Medio Oriente dando spazio a tutti i punti di vista, anche quelli antiamericani.

I giovani e la memoria

Nazione ancora giovane e dalla demografia positiva, gli Stati Uniti hanno oggi cento milioni di abitanti sotto i 25 anni. Il 30 per cento della popolazione è nata dopo l’11 settembre. Privi di ricordi personali e diretti, quali lezioni possono imparare, ora che quella data storica si è politicizzata, inquinata dalle ideologie?

L’area del World Trade Center è rinata in modo splendido. Quello che 25 anni fa era quasi solo un centro di finanza e si svuotava alle sette di sera, oggi è un quartiere variegato: ha aggiunto la vocazione residenziale, ha una vita notturna, accoglie start-up tecnologiche. È una vicenda molto newyorchese; e una metafora della storia americana. I cicli politici possono essere impazziti, le lacerazioni interne sono al parossismo. Ma ogni volta che qualcuno ha accostato la parola «fine» alla parola «America», la storia si è incaricata di smentirlo.

L’11 settembre 2001 spartiacque storico

Fra le svolte emersero sia Obama che Trump

La tragedia dell’11 settembre 2001 fu uno spartiacque nella storia contemporanea. Segnò la fine o l’inizio di tante cose. Certamente segnò la fine di quella fase unipolare in cui l’America era sembrata onnipotente e invincibile. Segnò l’inizio, tra l’altro, di due guerre, due guerre mediorientali lanciate da George W.Bush. 
La prima la guerra in Afghanistan aveva una legittimità superiore perché si trattava di andare a colpire quel regime dei talebani che aveva dato ospitalità e protezione a Osama bin Laden e al-Qaeda, gli organizzatori della strage dell’11 settembre.
La seconda guerra, quella del duemilatré contro Saddam Hussein in Iraq, aveva un grado di legittimità molto inferiore o addirittura a posteriori inesistente, visto che si fondava su bugie di Stato, menzogne dell’amministrazione Bush sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, il quale peraltro il dittatore iracheno aveva tantissime colpe molto gravi, ma non era particolarmente legato ad al-Qaeda.

L’undici settembre 2001 fu anche, in qualche modo all’origine di due carriere politiche molto diverse quelle di Barack Obama e di Donald Trump. Sì, perché tutti e due devono la loro fortuna politica inizialmente al fatto di avere proprio preso le distanze o denunciato le guerre di Bush. Obama sconfisse Hilary Clinton nella gara per la nomination democratica del 2008 perché, a differenza di Hilary Clinton, lui non aveva sostenuto le guerre di Bush e Donald Trump aveva denunciato le interminabili guerre di Bush in Medio Oriente.
Questo fu all’origine anche della fortuna nella nomination repubblicana del 2016. Obama e Trump hanno in comune anche di aver tradito quelle promesse originarie. Obama continuò le guerre di Bush molto, molto a lungo e ne iniziò anche altre Medio Oriente, come la guerra in Libia e lo vediamo impegnato
 tuttora in una guerra in Iran con cui ha contraddetto le sue promesse.

Quello che l’undici settembre 2001 non ha segnato è stato l’inizio di una deriva islamofobia degli Stati Uniti, che molti allora potevano temere. No, non c’è stata la prova forse più clamorosa e che New York ha un sindaco musulmano, così come la componente musulmana al Congresso degli Stati Uniti è andata crescendo di anno in anno.

Undici settembre, briciole di preziosa umanità

Quei piccoli particolari di civiltà che allora passarono inevitabilmente inosservati

Nel ricordare, con ancora le lacrime agli occhi, la tragedia delle Torri Gemelle, affiorano piccoli particolari di civiltà che allora passarono inevitabilmente inosservati o in secondo piano. Alcuni di questi, estremamente significativi, sono parte del libro di Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi dal titolo Da Giuliani a Mamdani, New York, 25 anni dopo l’11 settembre, edizioni Mind. Entrambi furono testimoni oculari della tragedia, anche perché il crollo delle due torri si portò via la loro casa, a Battery Park. Cometto scrisse la propria cronaca nell’edizione del 12 settembre del 2001 del Corriere ; Maggi fece il suo reportage su La Stampa. Nel loro libro i due giornalisti non smettono di essere grati alla città che ancora oggi li accoglie, al sistema di assistenza alle famiglie superstiti, all’efficienza dei soccorsi oltre che all’eroismo di tanti, tantissimi. Un dato che deve fare riflettere: sono ancora 145 mila i pazienti iscritti al World trade health center, di cui 57 mila affetti da tumore. Lo stesso sindaco di allora, Rudolph Giuliani, si ammalò respirando quei veleni. Che differenza di immagine rispetto al Giuliani screditato e fallito di oggi. Ma le vite vanno giudicate nella loro interezza.

Cometto e Maggi ricordano che il funzionario che accolse le loro richieste di sfollati della tragedia consegnò loro un foglio con alcune domande. Un questionario su se stesso. Eccole. È stato rispettoso? Ha spiegato bene lo scopo dell’intervista? Ti ha messo a tuo agio? È stato puntuale? Era vestito in modo ordinato? Simili attenzioni e premure, nel mezzo di una tragedia in cui le priorità erano certamente altre, potevano apparire superflue, eccessive. Ma, come scrivono gli autori «chi è vittima, e quindi in condizioni di fragilità, ha bisogno di sentirsi parte di una famiglia». Alla figlia Francesca fu dato un orsacchiotto di peluche. E un assegno di 350 dollari. «Abbiamo cercato di rifiutarlo spiegando che altri potevano averne bisogno. Ma hanno insistito. È il segno che gli americani vi vogliono bene, hanno spiegato». Oriana Fallaci, che viveva a New York e non era americana, raccontava quanto fosse importante sentirsi dire, all’aeroporto di ritorno dall’estero, Welcome home. Forse da allora sono passati più di venticinque anni. 

I quattro ex presidenti a New York per l’11 settembre.

E Trump difende la guerra in Iran

Il leader Usa al Pentagono per le vittime dell’11 settembre: «Oggi combattiamo per loro»

VIVIANA MAZZA

Tutti e quattro gli ex presidenti americani in vita — Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden — erano ieri alla cerimonia di New York per l’11 settembre: la foto dei quattro leader insieme alle loro mogli ritrae un’epoca in cui era possibile trovare l’unità nazionale nonostante le divergenze, che oggi sembra tramontata. Erano anche presidenti che hanno condiviso momenti importanti, insieme, nella lotta al terrorismo. Il presidente Trump non c’era: ha scelto di partecipare alla cerimonia per il 25° anniversario al Pentagono e ha mandato a New York il suo vice, JD Vance.

Al Pentagono, a differenza che a Ground Zero, Trump ha potuto fare un discorso, nel quale ha elogiato il Paese per essersi unito dopo quella tragedia e, nel farlo, ha tracciato un legame tra la sua guerra in Iran e la guerra al terrore di Bush: parole che rovesciano le sue affermazioni ai tempi della campagna elettorale, dal momento che il tycoon è arrivato al potere anche grazie alla sua critica netta delle «guerre infinite» del predecessori, inclusa l’invasione dell’Iraq dopo l’11 settembre.

Trump ha iniziato a febbraio la guerra in Iran, al fianco di Israele, ed è un conflitto che rischia di durare fino alla fine del suo mandato, come gli hanno detto i suoi assistenti. «Oggi rinnoviamo la sacra promessa che facemmo un quarto di secolo fa a loro nome», ha detto il presidente ieri, dopo la lettura dei nomi dei 184 caduti al Pentagono. «Non dimenticheremo. Per questo combattiamo oggi, non abbiamo scelta. Giorni come l’11 settembre ti insegnano di che pasta è fatto un Paese. Stiamo imparando la stessa cosa adesso, dobbiamo essere forti e furbi».

Nel discorso di 18 minuti, Trump è tornato più volte a parlare della decisione di attaccare l’Iran, sostenendo che fosse necessario farlo: «La Repubblica islamica non avrà mai un’arma nucleare». Tra i sostenitori di Trump c’è chi vede però questa guerra come il tradimento delle sue promesse elettorali e della filosofia «America First». Non a caso JD Vance, le cui aspirazioni ad arrivare alla Casa Bianca nel 2028 hanno avuto un pieno riconoscimento e una tacita investitura alla convention del giorno prima a Dallas, sta cercando di presentarsi come un vicepresidente leale che non poteva contraddire il presidente ma anche come qualcuno che sapeva sin dall’inizio che la guerra sarebbe stata un disastro (così viene descritto da fonti a lui vicine in un articolo uscito ieri sul New York Times).

Alla cerimonia a New York la presenza di Zohran Mamdani, il primo sindaco musulmano della città, era stata contestata da una petizione firmata da migliaia di persone, inclusi diversi familiari delle vittime che gli avevano chiesto di non presentarsi. Rudy Giuliani, che era sindaco l’11 settembre 2001 ed è poi diventato parte della cerchia trumpiana, era arrivato a dire in tv che, «avendo perso amici quel giorno ed essendo vicino a molte delle famiglie, mi offende che (Mamdani) venga. Francamente, non è d’accordo che l’11 settembre è stato un attacco terroristico islamico contro gli Stati Uniti». E sui musulmani aveva aggiunto: «Non vogliono solo essere un’altra religione, vogliono dominarci. Mamdani è un chiaro sostenitore di questo».

Il sindaco e l’ex sindaco si sono comunque stretti la mano prima dell’inizio della cerimonia. Ma, a riprova del clima teso che si respira in questo anniversario, c’è chi ha rilanciato sui social immagini di Mamdani e della deputata di New York Alexandria Ocasio Cortez, accusandoli di aver riso e scherzato durante la lettura dei nomi delle quasi 3.000 vittime di New York. L’assistente di Giuliani, Michael Ragusa, ha scritto su X che era vicino a loro e che quella una fake news, perché la foto mostra solo il momento in cui si salutano, ma la foto ha ugualmente scatenato l’indignazione della destra online. La vedova di una delle vittime ha criticato invece il fatto che i politici americani abbiano continuato a lavorare con l’Arabia Saudita, da cui venivano 15 dei 19 terroristi: «È stato un tradimento dopo l’altro», ha detto la donna.