Perché i terroristi di Al Qaeda vollero colpire le Torri Gemelle?

L’ossessione di Osama, il primo attacco (nel 1993), i 4 «piloti» (addestrati negli Usa) e i 15 «muscoli»: così Al Qaeda riuscì a colpire le Torri Gemelle, l’11 settembre 2001

Guido Olimpio

Le Twin Tower sono state sempre l’ossessione di al Qaeda, ancora prima di aprire il fronte di guerra. Erano il simbolo dell’America ricca, nel cuore di New York. 

Per questo Khaled Sheikh Mohammed, ingegnere e principale luogotenente operativo di Osama Bin Laden, ha dedicato risorse e sforzi per colpirle.
Il primo tentativo è nel febbraio 1993 quando i militanti fanno detonare un camioncino bomba nel garage sotto uno dei grattacieli. Sei morti. Esecutore dell’attentato il nipote di Sheik Khaled, Ramzi Youssef. 

A quell’azione doveva seguire il piano che prevedeva il dirottamento multiplo di jet passeggeri da far schiantare in una gigantesca ecatombe. Progetto sventato che però non distoglierà KSM, soprannome mediatico di Mohammed, dall’inseguire il grande obiettivo. 

E passo dopo passo i qaedisti arrivano a comporre il commando incaricato di eseguire l’assalto dell’11 settembre 2001. Un lungo lavoro di ricerca svolto da Mohammed e poi presentato a bin Laden. Secondo una ricostruzione non tutti erano d’accordo sulla missione, l’attuale leader di al Qaeda, Seif al Adel, avrebbe espresso un parere negativo temendo la rappresaglia statunitense. 

Osama, però, era convinto del successo, anche se aveva sottostimato (così è stato detto) le conseguenze.

La chiave del raid saranno i quattro «piloti» incaricati di assumere il controllo di altrettanti aerei. Tre saranno «offerti» dalla cellula di Amburgo: Mohammed Atta, Marwan al Shehi, Ziad Jarrah. Il quarto è Hani Hanjour, con esperienza aeronautica alle spalle visto che aveva un brevetto.

I terroristi si infiltreranno negli Usa, frequenteranno scuole di volo in luoghi diversi, impareranno – secondo l’inchiesta – a condurre le manovre finali che devono portare all’impatto, testeranno le misure di sicurezza, eseguiranno viaggi di prova. A loro si uniranno i «muscoli», i complici incaricati di prendere il controllo degli aerei usando come armi dei taglierini. C’era poi il ventesimo uomo, Zacarias Moussaoui, arrestato però prima che potesse aderire alla missione senza ritorno e condannato al carcere a vita.

Il team di 19 kamikaze entrerà in azione avendo come target la coppia di grattacieli, il Pentagono e la Casa Bianca. 

La Torre Nord del World Trade Center è colpita dal volo American Airlines Flight 11 alle 8.46 (tra i piani 93 e 99), crolla alle 10.28. 
La Torre Sud è centrata dallo United Airlines Flight 175 alle 9.03 (tra i piani 77 e 85), si sfalda alle 9.59.

Le indagini e gli esperti forniranno spiegazioni tecniche sulla duplice distruzione. Un rogo con alte temperature alimentato dal carburante dei jet. L’impatto e il cedimento strutturale. Il crollo progressivo verso l’interno dei piani devastati. Si produrrà un effetto a catena che comprometterà la stabilità degli edifici.

Nel corso degli anni la verità ufficiale è stata contestata dalle teorie cospirative. L’inside job, le Twin Tower minate con gli esplosivi, i complotti d’ogni tipo. Reali le polemiche con interrogativi sugli allarmi ignorati, le occasioni mancate per scoprire la trama, le faide tra FBI e CIA, gli errori grossolani di analisi. Molte le domande sulle intenzioni di Osama. Era consapevole che lo strike avrebbe «abbattuto» le Torri? Aveva messo in conto la rabbia americana per il massacro costato la vita a oltre 2750 persone solo al WTC? Ma, al di là dell’esito finale, il capo di al Qaeda era convinto che avrebbe risucchiato gli Stati Uniti in un conflitto logorante, costoso, infinito.

E resta aperta ancora la ferita dei riconoscimenti. Le autorità hanno appena annunciato l’identificazione, attraverso la ricerca genealogica, di una delle vittime delle Twin Tower. 

Dallo sceicco Bin Laden ai gruppi più «locali», la parabola di Al Qaeda non è ancora terminata dopo l’11 settembre

L’assetto attuale dopo le guerre e lo «scisma» dello Stato Islamico

Guido Olimpio

La lunga marcia di Osama (e in parte di Al Qaeda) è partita nel lontano agosto del 1996. Una data simbolica, perché preceduta da una crescita esponenziale di spinte integraliste con «colori» diversi. Ma in quell’estate lo «sceicco» Bin Laden dichiarerà guerra agli americani, una fatwa seguita da alcuni attacchi sanguinosi in Africa, dalla successiva promessa di portare il conflitto negli Stati Uniti e dall’operazione speciale dell’11 settembre, con gli aerei usati come missili contro le Torri Gemelle e il Pentagono.

La Casa Bianca risponderà con il «conflitto più lungo», con l’intervento in Afghanistan e la disastrosa invasione dell’Iraq, una campagna totale alla quale si assoceranno molti alleati. Ci saranno ancora attentati, compresi alcuni in Europa, ma in maniera lenta il movimento fondato dal ricco saudita sarà costretto a ripiegare. Nel 2011 lo stesso leader sarà ucciso ad Abbottabad, in Pakistan, così come erano stati eliminati nel corso del tempo i principali quadri, poi toccò nel 2022 al suo successore, Ayman Zawahiri, liquidato da un drone su un balcone di Kabul. 

La sfida

Intanto Al Qaeda, oltre a doversi riparare dalla caccia incessante, ha dovuto affrontare una sfida maggiore: lo scisma dello Stato Islamico. Realtà più feroce e dinamica, capace di attirare migliaia di mujaheddin, agile e potente, in grado di scuotere il Medio Oriente per poi colpire a ripetizione nel cuore dell’Europa, negli Usa o in Australia. Anche questa fazione subirà la reazione veemente degli avversari, perderà gradualmente le sue basi, vedrà sparire uno dopo l’altro i suoi califfi, fatti fuori dai raid precisi. Tuttavia non svanirà, così come non è scomparso il qaedismo: ha cambiato pelle e tattica.

Oggi sentiamo parlare poco della «casa madre» affidata — forse — all’ex militare egiziano Seif al Adel, detto la «spada della vittoria». Sarebbe lui il numero uno nascosto, dicono, in Iran, dove lo terrebbero sotto controllo. Non è un personaggio da video, da proclami. Preferisce restare nell’ombra, anche per non dare riferimenti alle intelligence. Il rilievo minore della gerarchia è una scelta ma soprattutto la conseguenza di quanto è avvenuto. Al Qaeda si è trasformata in una composizione di singoli «bracci» regionali che agiscono con obiettivi più locali. Per sfruttare al meglio le condizioni favorevoli. E su alcuni fronti continuano a registrare successi. 

Le costole

Nel Sahel è incalzante l’azione del Jnim, movimento che spesso collabora con forze separatiste (tuareg), per aumentare la propria influenza. Nella sua linea di tiro il Mali ora «protetto» dalla Russia e altri Stati. I qaedisti sono ben armati, usano a loro vantaggio un territorio esteso e gli errori dei regimi appoggiati dalla Russia. A ciò si aggiunge la tattica dei sequestri: hanno incassato decine di milioni di dollari di riscatti.

Più a Sud, nel Corno d’Africa, operano gli Shabab. Mai domi, uniscono stragismo e guerriglia, trafficano di tutto. Sull’altra sponda c’è una delle componenti storiche, Al Qaeda nella penisola arabica (ossia Arabia-Yemen), la preferita di Osama. Infatti, tra tutte è quella che dopo l’11 settembre ha organizzato attentati (alcuni riusciti) in Occidente. Un vero laboratorio: ricordate le mutande-bomba?

Ad Oriente, invece, il qaedismo sventola il suo vessillo nella regione indo-pachistana. Queste sono alcune delle «costole» di un network che, stando ad alcuni osservatori, non sarebbe più in grado di elaborare grandi disegni preferendo concentrarsi su target vicini. C’è chi invita a guardare cosa è avvenuto in Siria, dove l’entità qaedista ha riposto nell’armadio la divisa jihadista per indossare giacca e cravatta. Una rottura formale con il passato, un cambiamento per governare al posto degli Assad ed essere potabile. 

Deriva individualista

È un panorama molto più sfumato dove gli interpreti della guerra santa agiscono in Occidente in modo individuale e con scarsa organizzazione. Approccio che vale per Al Qaeda ma soprattutto per lo Stato Islamico. La minaccia è incarnata da elementi mossi più da ragioni personali che politiche. Non di rado prevale la violenza per la violenza mentre l’ideologia radicale è soppiantata da «culti» violenti privi di bandiere. I nichilisti, i seguaci del true crime affascinati dalle torture, uomini e donne che odiano la società e si comportano da terroristi. A questo si aggiunge il terrore sponsorizzato dagli Stati.

Eppure, nonostante questa nuova realtà, il qaedismo non viene mai trascurato. Per routine e perché si ritiene che il suo messaggio di fondo non sia mai morto del tutto.

L’11 settembre 2001 dei sauditi

I giovani riscoprono la «Lettera» di Bin Laden: 25 anni dopo, la «vendetta» del terrorista

Sui social si moltiplicano i video di giovani e giovanissimi americani che leggono la «Letter to America» del terrorista saudita e ne condividono la visione

L’America è ancora una nazione demograficamente vitale, con tantissimi giovani. Il 30% della sua popolazione ha meno di 25 anni. Questo significa che cento milioni di americani sono nati dopo l’11 settembre 2001. Che cosa sanno di quella tragedia? O forse sarebbe meglio chiedersi: che cosa vogliono sapere, quale narrazione hanno deciso di abbracciare?

C’è un video, tra i tanti su TikTok: una ragazza si spazzola i capelli davanti alla telecamera e racconta di aver appena letto la «Letter to America» di Osama Bin Laden, il capo di Al Qaeda, il regista di quella strage che fece quasi tremila vittime innocenti, civili ammazzati in modo orrendo sul suolo degli Stati Uniti. La ragazza lo dice con la stessa naturalezza con cui si commenta una serie Netflix: ha scoperto, dice, di essere stata «ingannata per tutta la vita». Un’altra giovane, ripresa mentre lava i piatti, confessa di non riuscire a tornare alla normalità dopo quella lettura. Un ragazzo, più diretto, sentenzia che se Bin Laden è un terrorista, allora lo è anche il governo americano. Sono scene di vita quotidiana americana. Le ha riprese Noah Rothman sulla National Review il 9 settembre, alla vigilia del venticinquesimo anniversario delle Torri Gemelle, con un titolo shock: «La vendetta di Osama Bin Laden».

Vale la pena ripartire da venticinque anni fa, perché la memoria è corta e la storia è un optional da riscrivere piegandola alle mode ideologiche. Rothman cita John Walker Lindh, il cosiddetto «talebano americano», un ragazzo della California convertito all’islam radicale e catturato in Afghanistan con le armi in pugno il 24 novembre 2001, due mesi e mezzo dopo gli attentati. Interrogato dall’FBI, Lindh – che aveva avuto contatti diretti con Bin Laden ed era al corrente dei piani di Al-Qaeda – raccontò che l’11 settembre doveva essere il primo di tre colpi. Il secondo avrebbe dovuto colpire centrali nucleari, oleodotti o, in alternativa, assumere la forma di un attacco biologico: l’obiettivo era mettere l’America «in ginocchio». Un terzo attacco, mai specificato, avrebbe dovuto «finirla».

Quelle confessioni diventarono pubbliche nell’autunno del 2002, in un clima internazionale arroventato: pochi mesi prima un uomo armato aveva massacrato due impiegati della El Al all’aeroporto di Los Angeles, e a Washington la coppia di cecchini Muhammad-Malvo aveva seminato il terrore per settimane. In quel contesto, a novembre, iniziò a circolare negli Stati Uniti la «Lettera all’America» firmata da Bin Laden. All’epoca la reazione fu di rigetto pressoché unanime, ma il testo venne letto, studiato, sezionato. E chi lo leggeva con attenzione notava una cosa sorprendente. Il capo di Al-Qaeda dedicava alla politica estera americana solo poche righe, per giunta confuse. Il vero bersaglio erano gli ebrei. Israele, scriveva Bin Laden, era «uno dei più grandi crimini» di cui l’America si era resa complice; le libertà occidentali – a partire dall’alcol e dall’omosessualità – erano un affronto alla «umma» islamica. Dietro ogni presunto crimine americano, concludeva, si celava sempre la stessa regia: quella di chi controlla «le vostre politiche, i vostri media e la vostra economia». Non serve indovinare a chi si riferisse: gli ebrei.

L’odio antisemita di Bin Laden era il cuore della sua visione del mondo, molto più della critica alla politica estera di Washington. Quel testo trovò lettori disposti a maneggiarlo con i guanti. Nel 2007 il giornalista Jeffrey Goldberg, recensendo un libro dei politologi John Mearsheimer e Stephen Walt sulla «lobby israeliana», osservava con inquietudine che si poteva rileggere la visione di Bin Laden non come antisemita, ma – suggeriva ironicamente – come «giudeocentrica». Mearsheimer era arrivato a dire in pubblico che Bin Laden aveva visto giustamente nel Congresso americano il vero snodo del sostegno a Israele, quasi compiaciuto che l’analisi del terrorista coincidesse con la propria. Erano, all’epoca, posizioni confinate al dibattito accademico sulla politica mediorientale.

Il salto di qualità arriva dopo il 7 ottobre 2023, il massacro di ebrei più sanguinoso dai tempi della Shoah. Un mese dopo quella strage, la lettera di bin Laden torna a circolare, questa volta su TikTok, sotto controllo cinese, e diventa virale tra utenti giovanissimi. Alcuni hanno sostenuto che il fenomeno fosse artificiale, amplificato da una compilation di video messa insieme dal giornalista Yashar Ali, o addirittura orchestrato da Pechino. Sarebbe rassicurante: vorrebbe dire che le giustificazioni di Bin Laden per la violenza di massa non hanno radici nell’opinione pubblica americana. Ma i dati raccontano un’altra storia.

Un sondaggio di J.L. Partners per il Daily Mail, condotto nel dicembre 2023, trovò che se l’81% degli americani nel complesso mantiene un giudizio negativo su Bin Laden, tra i giovani fra i 18 e i 29 anni quasi un terzo descrive le sue azioni violente come una «forza positiva». Non è un dato marginale, né liquidabile come provocazione giovanile buona solo a far arrabbiare i genitori. È il sintomo di qualcosa di più: un vuoto di memoria storica si è riempito, complice l’algoritmo, con la propaganda del nemico di ieri.

La rivalutazione di Bin Laden ha trovato sponde sempre più autorevoli. Poche settimane fa l’influencer di estrema destra Tucker Carlson (ex-MAGA, ha rotto con Trump perché contrario alla guerra in Iran) ha lasciato che Glenn Greenwald, davanti alle telecamere, elogiasse la lettera come una smentita definitiva del mito secondo cui gli islamisti odiavano l’America solo per le sue libertà. I giovani che scoprono oggi quel Manifesto di Bin Laden, ha detto Greenwald, restano «sconvolti» perché apprendono una storia mai raccontata loro, cioè il sostegno americano a Israele e la presenza di truppe Usa sul suolo saudita. Dopo la strage di ebrei australiani sulla spiaggia di Bondi, nel 2025, l’attivista britannico Moazzam Begg ha definito Bin Laden una «voce della libertà». Il Council on American-Islamic Relations, una delle più grandi organizzazioni islamiche d’America, ha inserito il Manifesto di Bin Laden in una lista di letture per il rientro a scuola.

La politica registra la tendenza, soprattutto ma non esclusivamente con quella nuova leva di leader di estrema sinistra che appartengono alla comunità islamica. Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, nel commemorare l’11 settembre non ha resistito alla tentazione di condannare, nella stessa frase, anche la risposta americana agli attentati; si è circondato di figure come lo streamer Hasan Piker, tristemente noto per aver sostenuto che l’America «se l’è cercata». In Colorado, la candidata democratica al Congresso Melat Kiros ha definito gli attacchi dell’11 settembre in qualche modo «inevitabili», conseguenza della destabilizzazione mediorientale innescata dagli Stati Uniti – riferendosi, verosimilmente, alla coalizione internazionale che nel 1991 liberò il Kuwait dall’occupazione irachena. Nel New Jersey, il candidato democratico Adam Hamawy ha dovuto spiegare la propria amicizia giovanile con lo sceicco cieco Omar Abdel-Rahman, l’ideologo del primo attentato al World Trade Center nel 1993, difendendosi con l’argomento che il suo amico «non parlava solo» di violenza. È lo stesso genere di relativismo con cui si potrebbe dire che Hitler amava i cani, o che Bin Laden era un appassionato di calcio.

Non importa che la fonte sia un califfo omicida, ciò che decide la diffusione di un’idea è la sua capacità di generare indignazione in sessanta secondi di video verticale. I ragazzi convinti di «smascherare» la narrazione ufficiale sull’11 settembre sono quelli che meno hanno gli strumenti – storici, linguistici, geopolitici – per giudicare criticamente la fonte alternativa. Scambiano la sorpresa per scoperta, e la scoperta per verità.

Un secondo livello riguarda la normalizzazione del linguaggio. Quando un candidato al Congresso può permettersi di derubricare l’amicizia giovanile con l’ideologo di un attentato terroristico a un dettaglio biografico, o quando una lista di letture scolastiche può includere il manifesto di un uomo che ha rivendicato l’uccisione di tremila civili, la soglia di ciò che è rispettabile si è spostata.

C’è una lezione? La memoria storica, in Occidente, non si trasmette più per osmosi culturale, ma va conquistata ogni generazione da capo, contro un ecosistema digitale che premia lo shock, la scoperta «proibita», il gesto iconoclasta verso l’ortodossia dei genitori. Vent’anni fa si discuteva se la guerra al terrorismo fosse davvero uno «scontro di civiltà». L’espressione (presa da un saggio importante di Samuel Huntington) è passata di moda, giudicata xenofoba, imbarazzante da pronunciare nei salotti bene. Resta la definizione più onesta di ciò che accadde allora. Il fronte militare di quella guerra è stato vinto: Al-Qaeda è un’organizzazione residuale, Bin Laden è morto da quindici anni. Ma la causa che quei diciannove dirottatori avevano abbracciato ha trovato un pubblico nuovo proprio tra gli eredi della civiltà che intendevano distruggere. È una generazione che sta entrando ora nell’età adulta, priva di ancoraggi storici, incline a dare per scontata la prosperità e la sicurezza di cui gode – anzi a disprezzarla, denigrarla.