«Oriana a casa mia era quasi ingombrante»
«Nella mia famiglia tutto quello che lei scriveva e diceva in tv accendeva discussioni. Divorzio, aborto…»
Daniela Monti per

«D’un tratto Monsieur si impenna e sulla sua faccia bonaria, che arrossisce per un nonnulla, appare un’espressione di sdegno. I suoi occhietti già stupefatti mi fissano con odio, le sue manine lisce e curate incominciano a tremare. Istintivamente mi ritiro: per paura che mi strozzi. Ma no: non vuole strozzarmi. Si copre la faccia, invece: ed è chiaro che soffre, che è annichilito. È successa una cosa incredibile». E che cosa può essere accaduto per risvegliare in Monsieur, il dio della moda di allora, istinti para omicidi? «Io, che sono venuta a Parigi per scrivere un articolo su Christian Dior, non mi intendo di moda», ammette Oriana Fallaci nell’intervista che fece nel febbraio 1957 al couturier e che ora è riproposta in Processo alla minigonna, Rizzoli, insieme a quelle a Chanel, Givenchy, Saint Laurent, Cardin, Balmain, Capucci, Mary Quant (che potete leggere nelle pagine seguenti) e tanti altri. Fuochi d’artificio in apertura e fuochi d’artificio in chiusura dell’incontro fra i due giganti, Fallaci e Dior, che infatti termina così: «Gli chiedo perché sia ancora scapolo, mi risponde con voce finalmente decisa: “Mademoiselle, dedico alle donne quattro quinti della mia vita. Quando entro in casa, non voglio più vederle, né sentirne parlare”. Infatti non ho visto che camerieri».
Ride Maria Grazia Chiuri, romana, alla guida della maison francese dal 2016, quasi dieci anni che nella moda — oggi soprattutto — sono un’era geologica. Ride e dice che sì, lo riconosce il Dior raccontato da Fallaci, «nell’intervista ritrovo non solo lui, ma tutto il mondo della moda di allora», con gli eccessi e le stravaganze «che in parte resistono anche oggi».
«VESTIRSI E’ QUESTIONE D LIBERTA’ PIU’ CHE DI CORAGGIO. IO RISPETTO CHI NON VUOLE FARSI VEDERE NE’ PERFORMARE NEL TEATRO DELLA VITA»
Esempio?
«La differenza fra pubblico e privato. È evidente che c’era un Dior privato e un Dior pubblico molto diversi fra loro — “fra tutti gli uomini, io sono il meno adatto a recitare la parte di Dior”, arriva a raccontare lo stilista a Fallaci — e lo stesso accade oggi a tantissime persone in questo settore: quando affronti la parte pubblica del tuo lavoro, in qualche modo indossi un abito che rappresenta quello che gli altri si aspettano da te. Anche nella descrizione che Fallaci fa di Yves Saint Laurent — “il piccolo re aspettava nel medesimo ufficio che fu del grande monarca e tremava come un pulcino” — coglie alla perfezione un ragazzo di 21 anni attorno al quale il sistema moda è impegnato a costruire un’allure da giovane sovrano. È tipico di questo mondo creare dei miti».
Nella prefazione al libro scrive che «Fallaci è una figura a me cara. In lei vinceva sempre il senso della sfida». Anche in lei, Chiuri, vince sempre il senso della sfida? Ha lasciato Valentino per Dior, Roma per Parigi, prima donna a dirigere la maison francese.
«Sì, ma un conto è farlo a 20 anni, un conto a 52, l’età che avevo all’arrivo in Francia, quando sei più forte, hai più consapevolezza rispetto a cosa vuoi dire, come vuoi usare la tua voce. La mia generazione è cresciuta molto più libera, meno condizionata dai social media, dal confronto continuo, rispetto alle generazioni di oggi. In questo sento di essere stata fortunata».
Una sua sfida vinta e una persa.
«Credo che nella vita tutti i giorni ci siano situazioni positive e situazioni negative, e impari sempre più dalla seconde che dalle prime. Non sono mai stata ossessionata né dal vincere, né dal perdere. In me, piuttosto, è molto forte l’idea della scoperta, della curiosità, dell’imparare sempre qualcosa. Non ho mai fatto programmi tipo: voglio andare lì e fare questo e se non succede ho perso la sfida. Non ragiono così».
Scrive che Fallaci «è stata una presenza vera e quasi ingombrante» nella sua famiglia. Chi è Fallaci per lei?
«Un donna coraggiosa, curiosa, con un grande spirito determinato a fare bene il proprio lavoro, anche in situazioni molto complesse. È stata un simbolo per me, per mia madre, per più di una generazione di donne. I suoi libri giravano per casa, li leggevano mia madre, mio padre e poi anch’io quando sono stata più grande. Ricordo tutto: le copertine e quanto le sue parole fossero presenti nelle discussioni in famiglia. In casa mia, Fallaci era un argomento: tutto ciò che scriveva o che diceva in tv accendeva dicussioni. Erano gli anni dell’aborto e del divorzio: in casa non si parlava d’altro».


Com’era suo padre?
«Un padre accogliente, molto moderno, che ha sempre condiviso con mia madre un progetto di vita che prevedeva il confronto. I miei erano molto indipendenti l’uno dall’altra, avevano una vita personale, oltre che di coppia. Non sono cresciuta in una famiglia tradizionale: quando andavo nelle case degli amici mi sentivo quasi a disagio da quanto in casa mia fossimo diversi».
Mary Quant intervistata da Fallaci dice: «Io l’idea di lavorare l’ho sempre avuta. E lavorare per me ha sempre significato occuparsi di moda perché la moda non è qualcosa di frivolo ma un fenomeno sociale assai serio, come la politica». Nella prefazione lei scrive: è lo stesso per me. La moda è politica?
«Tutto ciò che uno fa è politica. Ma la moda lo è di più, perché è un racconto del tutto particolare della Storia dell’umanità e un colloquio continuo con il corpo. Cosa c’è di più politico del corpo?».
E allora quale moda ha senso fare in questo momento storico?
«La moda è un territorio di dialogo, un territorio comunitario, un filo che connette e permette l’ascolto. Può dare questa opportunità: a me l’ha data in questi anni in cui ho collaborato con tantissime persone, fra cui molte artiste, senza le quali non avrei potuto fare quello che ho fatto. Quindi credo che dovremmo usare l’opportunità offerta dalla moda per non smettere mai di dialogare con tutti ».
La sua t-shirt manifesto con la scritta «Dovremmo essere tutti femministi» è del 2016. Oggi grandi aziende smantellano i programmi di inclusione, quelli a favore delle minoranze, dell’empowerment femminile. Mark Zuckerberg ha detto che vuole un’azienda «più maschia». Che resta di quel suo slogan?
«Continuo a pensarla allo stesso modo, con una consapevolezza ancora maggiore che i diritti non si ottengono mai facilmente, ma bisogna lottare per mantenerli. Basta essere un po’ appassionati di Storia per sapere che queste cose sono sempre accadute e accadranno sempre, sono i cicli e ricicli, ai passi avanti segue sempre qualche passo indietro. Non resta che persistere».
Fallaci scrive che i sarti sono un po’ come gli attori del cinema: «Influiscono molto sui costumi di un’epoca e come gli attori sono ingranaggi di un’industria difficile e reclamizzata come pochissime altre». Anche lei si sente un ingranaggio in un’industria difficile?
«Più che difficile direi complessa, nelle parole di Fallaci però c’è molto di vero. Io non mi sento simile a un’attrice, anche perché appartengo a una generazione molto diversa rispetto a quella degli stilisti che Fallaci incontrò. Penso però che sia proprio il sistema moda a volerli così. Pensiamo solo a quanto è ancora enfatizzata la comunicazione che racconta del genio da solo al lavoro in una stanza, mentre nella realtà la moda è soprattutto lavoro in team. Lo stilista inaccessibile ha una grossa influenza sull’audience».
Un’industria sempre più complessa?
«Ho iniziato a lavorare a 22 anni, era un’altra epoca. Oggi con i nuovi media questo settore ha preso tutt’altre dimensioni: prima il tuo lavoro era comunque settoriale, rivolto a una comunità piccola, adesso è quasi un canale comunicazionale sempre aperto».
La pressione sugli stilisti è cresciuta?
«Sicuramente i risultati economici rientrano nelle performance come per qualunque altra azienda, c’è una performance creativa e una di risultati.
L’ottimale è ottenere entrambe».



A Fallaci Cardin dice: «Ritengo che il mio sia un mestiere da uomo. La donna pensa troppo a sé stessa ed è incapace di dimenticare il suo corpo quando pensa a un vestito».
«Questa è un’assurdità, smentita da tutti i talenti femminili emersi nel tempo. Chanel, Vionnet, Schiaparelli hanno fatto la storia. Hanno fatto la donna moderna. E vogliamo parlare delle contemporanee: Miuccia Prada, Phoebe Philo, Rei Kawakubo?»
C’è una peculiarità del pensiero femminile nella moda?
«No. Sono brave, talentuose, rivoluzionare e tutte diverse una dall’altra. Hanno una cosa in comune, una cosa sola: fanno meno rumore, è il loro lavoro a parlare».
Per lei il corpo che ruolo ha?
«Centrale. Ho studiato molto il rapporto fra corpo, abito e performance e come voglio che questo corpo stia all’interno dell’abito: nel mio lavoro penso sempre a renderlo un luogo accogliente».
La moda è arte?
«Molti couturier hanno questa idea fissa di essere scultori, pittori, come se ci fosse una graduatoria della creatività e più ti avvicini alla pittura e alla scultura, più sei artista. Penso alla differenza che esiste fra pittura e fotografia: la moda sta alla fotografia, non alla pittura, ma questo non toglie che ci siano fotografie di valore artistico più alto di molti quadri. Non è il mezzo, ma quello che esprimi che conta».



Ancora Quant dice a Fallaci: «Chi non ha il coraggio di vestirsi secondo il proprio gusto e di farsi notare per quello che indossa non ha il coraggio per tante cose ben più importanti». Condivide?
«A metà. Ciascuno è libero di vestire come meglio crede. Dall’altra parte penso ci siano persone che non vogliono farsi vedere: rispetto anche chi non vuole performare nel teatro della vita. Vestirsi è una questione di libertà più che di coraggio».
Ha riconosciuto nel suo lavoro una matrice «molto italiana». Questa riflessione dove la porterà?
«Credo che il fatto di lavorare in un altro Paese con un’altra cultura e una storia diversa mi abbia fatto capire chi sono. La moda italiana, a differenza della couture, si è affermata con l’industria, con cui i creativi hanno cominciato a dialogare negli anni 70 e 80. È un mondo completamente diverso. Non ci avevo mai davvero riflettuto, ma ora mi rendo conto che se ho certi riferimenti culturali, storici, artistici e se affronto in un certo modo la moda e le collezioni è perché io sono nata e cresciuta a Roma».
E a Roma i rumors la danno presto di ritorno, ma su questo Chiuri interrompe brusca. Parafrasando la chiusa dell’intervista di Fallaci a Giovan Battista Giorgini, nella casa di Chiuri, dove si parlano tutte le lingue, nessuno azzarda ancora cadenze romane.







