Processo alla minigonna: la moda raccontata da Oriana Fallaci

In libreria in occasione della nuova serie tv Miss Fallaci, il volume dal titolo Processo alla minigonna raccoglie una manciata di articoli scritti da Oriana negli anni Cinquanta: un faccia a faccia con i grandi nomi della moda come pretesto per rileggere il mondo

Aurora Mandelli per

Oriana Fallaci non sarà riuscita ad intervistare Marilyn Monroe, ma i suoi corrispettivi «divi della moda» sì, eccome. Uno ad uno, da Coco Chanel a Christian Dior, da Yves Saint Laurent a Mary Quant, muovendo le sue dita schiette, indagatrici, implacabili tra una sigaretta e i tasti della macchina da scrivere, senza di certo prostrarsi all’incanto che i loro nomi stavano lasciando per via. Un volume che si intitola Processo alla minigonna, edito da Rizzoli e introdotto da Maria Grazia Chiuri, oggi riscopre questa parentesi, forse meno conosciuta, nella mitica carriera di una giornalista, scrittrice, reporter di guerra che ha fatto della disobbedienza più radicale (nel bene e nel male) il suo inconfondibile marchio di fabbrica.

Circa vent’anni prima che i suoi spietati tête-à-tête con Henry Kissinger, Indira Gandhi e Gheddafi diventano leggenda con la pubblicazione della raccolta Intervista con la Storia (1974), Oriana Fallaci si ritrova, poco più che ventenne, a dover intervistare la crème de la crème del jet set internazionale compresi gli stilisti del secolo. Parliamo di uno spicchio di vita, quello a cavallo degli anni ’50 e ‘60, riscoperto anche sul piccolo schermo grazie alla nuova miniserie Miss Fallaci diretta da Luca Ribuoli, Giacomo Martelli e Alessandra Gonnella, con Miriam Leone nei panni della giovane giornalista. In onda da ieri, 18 febbraio, su Rai 1 in concomitanza con l’uscita del libro.

Nonostante il dichiarato disinteresse verso le tematiche di «cinema e costume», Fallaci ne intuisce il potenziale politico per radiografare i passaggi di potere sulla scacchiera del mondo, per parlare di emancipazione, per confrontare il punto di vista dei couturier con quello dei loro clienti indebitati fino al collo pur di acquistare un capo. Riesce ad incontrare la famigerata Mademoiselle Coco nella sua suite all’hotel Ritz e ne scrive un tenero ritratto biografico descrivendola come «una cosa minuscola: così minuscola che l’avreste sollevata col mignolo», sottolineando il dettaglio di quella «celebre collana di perle che vale quattrocento milioni di franchi» posata con negligenza sulla camicetta. Ma non solo, mentre chiacchiera con Mary Quant capta subito la portata rivoluzionaria della sua invenzione, la minigonna, malgrado la poco velata antipatia nei suoi confronti: «Per colpa sua ogni mese bisogna accorciare i vestiti di un centimetro almeno: di questo passo a Natale mostreremo l’orlo delle mutande».

Mary Quant, 1965.

Inoltre, è curioso notare che il primo stilista a passare per il suo temuto Q&A, quasi per caso, è stato un insospettabile Christian Dior braccato di soppiatto nella hall di un albergo fiorentino nel 1949. Una decina di anni dopo, lo intervista ufficialmente e non si trattiene a punzecchiarlo sul perché fosse ancora scapolo. «Mademoiselle, dedico alle donne quattro quinti della mia vita. Quando entro in casa, non voglio più vederle né sentirne parlare» fu la risposta definitiva del couturier. Probabilmente lasciandole (e lasciandoci) qualche dubbio.

Interroga, incalza, riporta nero su bianco. Eppure, anche a proposito di stile Oriana Fallaci aveva già un’idea ben chiara e fuori dal coro. Sempre vestita di tutto punto con una riga d’eyeliner sulle palpebre superiori a completare il look, non solo utilizza lei stessa l’abbigliamento per autoaffermarsi, ad esempio, ostinandosi a portare i pantaloni al posto della gonna, che rivaluta solo in tarda età. Ma non si accoda ad idolatrare né volti né Maisons. «La moda non dipende mai da un disegnatore o da una sarta. Essi non sono che interpreti casuali e sostituibili. La moda nasce da sé, da un bisogno che è già nell’aria, e prende forma quando la gente sta inconsciamente aspettando qualcosa di nuovo».