Il viaggio del capo della Cia a Mosca è segno di un accordo vicino o di rapporti deteriorati?
Russia-Usa, la missione del capo della Cia Ratcliffe rientra in una tradizione che risale alla Guerra fredda ed è sopravvissuta al crollo dell’Unione Sovietica. I precedenti di Burns nel 2021 e Brennan nel 2016
FEDERICO RAMPINI

Quando i rapporti politici fra Washington e Mosca diventano difficili per la diplomazia ordinaria, spesso entrano in scena le spie. La missione del capo della Cia Ratcliffe in Russia rientra in una tradizione che risale alla Guerra fredda ed è sopravvissuta al crollo dell’Unione Sovietica. Il ricorso ai capi dei servizi non significa necessariamente che sia in preparazione un grande accordo.
Talvolta può indicare il contrario: le relazioni sono così deteriorate che occorre un canale riservato per evitare incidenti, trasmettere avvertimenti, discutere di terrorismo, armi nucleari o scambi di prigionieri. Poco prima del viaggio di Ratcliffe l’intelligence ha rivelato i piani di Putin per ricorrere a nuove mobilitazioni di massa, e minacciare il corridoio di Suwalki che collega la Russia alla exclave di Kaliningrad, incuneata fra Polonia e Lituania, tutte notizie che preoccupano la Nato. Tra i messaggi di cui il capo della Cia può essere portatore va incluso il classico «sappiamo cosa state preparando e vogliamo ammonirvi sulle conseguenze».

Gli ultimi incontri
Un precedente istruttivo risale al novembre 2021. Biden mandò a Mosca Burns, direttore della Cia, ex ambasciatore in Russia, russofono e profondo conoscitore del Cremlino. Burns incontrò Patrushev, allora segretario del Consiglio di sicurezza, e Naryshkin, capo dell’Svr, lo spionaggio estero. Solo in seguito diventò chiaro il significato della missione: Biden lo aveva incaricato di comunicare ciò che l’intelligence americana sapeva sui preparativi per invadere l’Ucraina e di avvertire Putin delle conseguenze. Tre mesi dopo cominciò la guerra.
Nel novembre 2022 Burns incontrò di nuovo Naryshkin, questa volta ad Ankara. La Casa Bianca precisò che non stava negoziando la pace. Il messaggio riguardava soprattutto le conseguenze catastrofiche che avrebbe avuto l’eventuale uso dell’arma nucleare; sul tavolo c’erano anche gli americani detenuti in Russia. È un esempio: il canale dell’intelligence può diventare più importante quando il negoziato politico è bloccato. Non fu un’invenzione di Biden. John Brennan, direttore della Cia di Barack Obama, compì una missione riservata a Mosca nel 2016, nel pieno della crisi siriana e due anni dopo l’annessione russa della Crimea.
Il tentativo di disgelo
Il contesto di oggi è reso più interessante dal tentativo di disgelo avviato da Trump. Nel febbraio 2025 una lunga telefonata con Putin segnò la ripresa del dialogo presidenziale. Trump disse di credere nella volontà di pace del leader russo, propose perfino un ritorno della Russia nel G7 e prese le distanze da alcuni obiettivi di Kiev: il recupero di tutti i territori perduti e l’ingresso nella Nato.
Il culmine fu il vertice Trump-Putin di Anchorage del 15 agosto 2025. Per Putin un successo d’immagine: dopo le sanzioni per l’invasione dell’Ucraina tornava a essere ricevuto da un presidente americano sul territorio degli Stati Uniti. Trump puntava sulla diplomazia personale per ottenere ciò che Biden non aveva neppure tentato: un’intesa diretta con il leader russo per aprire la strada alla fine della guerra.
Lo spirito di Anchorage
Anchorage però non produsse né un cessate il fuoco né un accordo. Da allora lo «spirito di Anchorage» si è dissolto. Mosca continuò a chiedere il controllo dell’intero Donbass, compresi territori che il suo esercito non aveva conquistato, insieme con limiti alla sovranità strategica e militare dell’Ucraina. Washington non accettò quelle condizioni.
Nel 2026 la distanza è ancora più visibile. A giugno il segretario di Stato Rubio vara un nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina da 400 milioni di dollari. Lavrov accusa allora Washington di non rispettare i presunti «accordi dell’Alaska». La replica di Rubio: ad Anchorage non c’era stato alcun accordo, solo delle proposte. Putin finisce per riconoscere pubblicamente che non era stato firmato né concluso nulla. Il richiamo russo allo «spirito di Anchorage» appare sempre più come un modo per attribuire agli americani la responsabilità del mancato disgelo.
La pressione economica
Proprio mentre Washington continua a parlare con Mosca, la pressione economica americana si allarga. Alla vigilia del viaggio di Ratcliffe a Mosca, il segretario al Tesoro Bessent ha lanciato «Operation Economic Outcast», una vasta offensiva di sanzioni contro l’Iran e chi ne sostiene i commerci. La Russia, partner strategico di Teheran, è coinvolta nel nuovo terreno di scontro, anche se l’offensiva americana punta soprattutto alle reti economiche iraniane e ai loro facilitatori internazionali.
Il bilancio del disgelo Trump-Putin è quindi paradossale. I canali di comunicazione sono più numerosi che nell’ultima fase dell’amministrazione Biden, ma la sostanza del conflitto russo-americano è cambiata meno. Trump ha restituito a Putin un interlocutore alla Casa Bianca; non è riuscito finora a trasformare quel rapporto in un compromesso sull’Ucraina. È in queste fasi di dialogo senza accordo che la diplomazia delle spie diventa più utile. L’eventuale liberazione di prigionieri, se accade, non esclude che si parli di tante altre cose.



