Sandro Veronesi

Sinner vince Wimbledon, unendo l’Italia in un sogno collettivo che Panatta celebra come vittoria di tutti. Le prime volte storiche emozionano, ma la gloria è fragile: senza l’infortunio di Dimitrov agli ottavi, probabilmente, sarebbe stato un incubo. Lo sport unisce e divide: ricordiamocene quando Jannik perderà

Cosa accomuna Nastase, Lendl, Wilander, Courier e Roddick? Sono tutti ex-numeri 1 Atp, d’accordo, ma questo li accomunerebbe anche a Federer, Sampras, Nadal, McEnroe e Djokovic. Ciò che li accomuna davvero è che sono sì ex-numeri 1, ma NON sono soci dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club di Wimbledon, perché un tennista può diventarlo solo vincendo il torneo che vi si disputa ogni anno dal 1877. 

Par di sentirla, una voce anodina, forse addirittura sintetica, che dice: «ok, signori Numeri 1, adesso quelli di voi che hanno vinto Wimbledon possono proseguire attraverso quella porta, mentre gli altri possono accomodarsi su queste comode panche». Oltre quella porta ci sono le leggende del tennis pre-Atp, i fuoriclasse dell’età dell’oro del tennis, quando tre Tornei Slam su quattro si giocavano sull’erba: Laver, Hoad, Rosewall, Emerson, Newcombe, Stan Smith, Fred Perry, René Lacoste…

Da domenica tra quelli che proseguono c’è anche Jannik Sinner. Non sarebbe di per sé una notizia clamorosa, giacché nell’era Atp, cioè dal 1973 in poi, a vincere Wimbledon per la prima volta, diventando nuovi soci del Club, sono stati in 20. Di clamoroso c’è che, malgrado il nome e il lampante rutilismo, Jannik Sinner è italiano — e lo è davvero, per formazione, scuola e sentimento. Adriano Panatta ha scritto: «Finalmente l’ho visto, so com’è fatto. Un italiano che vince Wimbledon. Mi sono chiesto, qualche volta, se mai mi sarebbe riuscito». Adriano Panatta. Il giocatore più bello e dotato di maggior classe che il tennis italiano abbia prodotto; fino a Sinner anche il più alto in ranking Atp, il più rispettato nel mondo; ridotto a dire, con la sincerità e l’onestà intellettuale che lo contraddistinguono, la stessa cosa che ha detto o pensato qualsiasi appassionato, qualsiasi mediocre giocatore di circolo — compreso me che scrivo queste righe, e voi che le leggete. 

Ecco, più ancora che l’ingresso in quel leggendario Club, la portata storica del trionfo di Sinner viene mostrata da questo appiattire tutti noi sullo stesso piano — questo ridurci tutti uguali. Ancora Panatta: «Il trofeo più prestigioso del tennis è di Jannik Sinner, e un po’ anche nostro, che non c’entriamo nulla, perché è solo suo e di nessun altro, ma ci fa piacere condividerlo». Adriano Panatta. L’unico italiano, insieme a Pietrangeli, che Wimbledon avrebbe anche potuto vincerlo, e che si accontenta di avere visto, di avere condiviso. Questo ci dice quale impresa immensa abbia compiuto Sinner — che giustamente l’ha definita «il sogno dei miei sogni», e di conseguenza anche noi, tutti insieme, Panatta compreso, possiamo definirla «il sogno dei nostri sogni».

Ma c’è anche un’altra cosa da dire, e nulla la dice meglio del messaggio che mi ha mandato mio fratello l’indomani: «È stata una vittoria memorabile. Perché era la prima: d’ora in poi sarà tutto normale». Già. Anche se ripetersi a Wimbledon è forse più difficile che vincerlo per la prima volta, è questa bufera di prime volte che Sinner ci ha scatenato addosso a lasciarci a bocca aperta: prima volta di un italiano che vince lo Us Openl’Australian Open, Wimbledon, che vince due Davis di fila, che diventa Numero 1 al mondo… 

Mancano ancora due prodigi, solo due, e poi smetterà di meravigliarci: il Piccolo Slam, cioè la vittoria di tutti e quattro i Big Titles consecutivamente ma non nello stesso anno solare (c’è riuscito solo Djokovic, e Sinner ha sprecato un mese fa tre match point per riuscirci già quest’anno), e infine il Grande Slam, cioè la vittoria degli stessi quattro tornei ma tutti nello stesso anno solare, che nel dopoguerra è roba esclusiva di Rod Laver: poi veramente non saremo mai più così affratellati dalle stesse emozioni, noi italiani, e «tutto sarà normale».

A questo banchetto, tuttavia, c’è un convitato di pietra che non si può non menzionare. Il suo nome è Grigor Dimitrov. È quanto di più vicino a Federer sia rimasto nel tennis dopo l’abbandono di Federer. Impossibile non pensare a quei due set a zero per lui, negli ottavi di finale, quando il suo muscolo pettorale si è spezzato come polistirolo. C’era poco da fare, in quel match: giocava un tennis perfetto, vinceva meritatamente, Sinner era impotente. 

Passare il turno in quel modo per il N. 1 al mondo contro il N. 19 è stato quasi più umiliante che perdere, e questa volta devo citare me stesso, il messaggio che ho mandato a caldo sulla chat dei miei amici tennisti: «Per riscattarsi c’è un modo solo. Non ne vedo altri». 

Be’, fortunatamente quel modo Sinner lo ha adottato, ma tra le cause del suo trionfo bisogna obbligatoriamente menzionare anche quel muscolo bulgaro che si rompe. Perché certi estremi nello sport in realtà sono molto vicini, e senza la sfortuna di Dimitrov il sogno dei nostri sogni sarebbe probabilmente diventato l’incubo dei nostri incubi: Pantani solo in testa sul Galibier che diventa Bitossi beffato sul traguardo al Mondiale di Spa; la Nazionale di Bearzot dell’82 che diventa quella di Valcareggi del ’74; per me, tifoso della Juve, la finale contro l’Ajax nella Champions League del ’96 che si trasforma in quella dell’anno dopo contro il Borussia

Perché è di questo che stiamo parlando, questa è la volatilità dei beni su cui investiamo le nostre emozioni, quando facciamo il tifo. Ricordiamocelo, e pensiamo al pettorale di Dimitrov, il giorno in cui Sinner perderà.