Oro italiano negli Usa, perché 1.061 tonnellate sono ancora a New York

E dopo l’Olanda conviene spostarle?

La Banca d’Italia conserva negli Stati Uniti oltre il 43% delle riserve auree. Dopo la scelta olandese di ridurre New York, torna il tema della sicurezza e della diversificazione

Massimiliano Jattoni Dall’Asén

La banca centrale olandese ha deciso di ridurre drasticamente la quota delle proprie riserve auree custodita a New York, spostando verso Londra parte dell’oro detenuto fino a oggi in Nord America. Tra marzo e agosto De Nederlandsche Bank ha riallocato circa 86 tonnellate: la quota conservata a New York è scesa dal 31,3 al 18,5% del totale, mentre quella di Londra è salita dal 18,1 al 32,1%. A spingere la scelta, ha spiegato l’istituto, sono la crescente «instabilità geopolitica», una migliore distribuzione dei rischi e la necessità di poter utilizzare più rapidamente le riserve in caso di crisi.

La decisione è dell’Olanda, ma la situazione italiana qual è? La Banca d’Italia conserva negli Stati Uniti 1.061,5 tonnellate d’oro, pari al 43,29% dell’intera riserva nazionale: poco meno delle 1.100 tonnellate custodite in Italia e molto più delle 149,3 depositate in Svizzera e delle 141,2 nel Regno Unito. In tutto fanno 2.452 tonnellate. Sulla base delle riserve ufficialmente dichiarate, è la terza riserva aurea nazionale del mondo, dopo Stati Uniti e Germania. È però una classifica da leggere con una cautela: la Cina dichiarava a fine luglio 2.366 tonnellate, ma gli acquisti non dichiarati del settore pubblico restano una componente importante del mercato e alcuni analisti ritengono che le disponibilità cinesi effettive possano essere superiori a quelle ufficiali.

E mai come oggi quei lingotti hanno avuto anche un peso economico così grande. A fine 2025 l’oro della Banca d’Italia valeva 289,2 miliardi di euro, contro 197,9 miliardi dodici mesi prima. Ma da allora il prezzo ha continuato a correre. Alle quotazioni della mattina del 3 settembre 2026, con l’oro spot a 4.422 dollari l’oncia, le sole 1.061,5 tonnellate custodite negli Stati Uniti valgono circa 151 miliardi di dollari, poco più di 130 miliardi di euro al cambio di oggi.

Sotto Manhattan, nel caveau della Fed

La parte più consistente dell’oro italiano custodito all’estero si trova presso la Federal Reserve Bank of New York, nel cuore di Manhattan. Il caveau poggia sulla roccia dell’isola, 24 metri sotto il livello della strada. Alla fine del 2024 conteneva circa 507 mila lingotti per complessive 6.331 tonnellate: oro appartenente a governi, banche centrali e istituzioni internazionali. Il celebre Fort Knox, in Kentucky, custodisce invece principalmente l’oro del Tesoro americano.

A New York la Fed svolge il ruolo di depositaria: il metallo non diventa americano perché si trova negli Stati Uniti. Ogni barra viene pesata, identificata per purezza e provenienza e, in caso di ritiro, la Fed restituisce gli stessi lingotti consegnati dal titolare del conto.

La presenza italiana oltreoceano ha soprattutto una spiegazione storica. Nel dopoguerra l’Italia tornò progressivamente a essere un Paese esportatore, accumulò valuta estera (soprattutto dollari) e ne convertì una parte in oro. Nel 1947, per esempio, la Banca d’Italia acquistò dalla Bank of Canada 26,6 tonnellate utilizzando fondi in dollari detenuti a New York: i lingotti furono depositati direttamente alla Federal Reserve. Molto oro rimase, insomma, là dove era stato acquistato.

Ma la spiegazione non è soltanto storica. Via Nazionale ricorda che distribuire il metallo fra diversi Paesi serve a diversificare e minimizzare i rischi; conservarne una parte nelle maggiori piazze finanziarie permette inoltre di utilizzarlo più rapidamente, evitando tempi e costi di trasporto.

Ed è proprio qui che la scelta olandese diventa interessante.

L’Olanda sceglie Londra

Amsterdam non ha semplicemente riportato i lingotti a casa. Circa 59 tonnellate sono state vendute a New York e ricomprate a Londra. Più di 27 sono state fisicamente trasferite dagli Stati Uniti e dal Canada a Zeist, mentre una quantità analoga di oro già conforme agli standard internazionali è stata spostata da Zeist a Londra. Le riserve olandesi sono rimaste identiche, 612,4 tonnellate. È cambiata la loro geografia.

Ed è forse questo il dettaglio più significativo. L’Olanda non sostiene che l’oro sia sicuro soltanto quando riposa sotto casa: ha giudicato troppo concentrata l’esposizione in Nord America e più utile aumentare la quota detenuta a Londra, grande centro mondiale di negoziazione dell’oro fisico. Per una banca centrale, sicurezza significa anche dividere il patrimonio fra più giurisdizioni, più depositari e più mercati.

Francia fuori da New York, Germania ancora dentro

L’Olanda non è sola. Nel 2025 la Banque de France ha venduto le ultime 129 tonnellate conservate a New York, pari al 5% delle proprie riserve, acquistando una quantità equivalente di oro in Europa. Lo stock francese è rimasto invariato a 2.437 tonnellate. La ragione ufficiale è soprattutto tecnica: quelle vecchie barre americane non rispettavano lo standard qualitativo adottato da Parigi, che ha preferito venderle sul posto anziché affrontarne il trasporto e la successiva lavorazione. Ma il risultato geografico resta: la Francia non conserva più quella quota d’oro a New York.

La Germania ha seguito una strada diversa. Nel 2013 la Bundesbank avviò il trasferimento a Francoforte di 300 tonnellate da New York e 374 da Parigi, completandolo nel 2017. Ma non ha abbandonato gli Stati Uniti: alla fine del 2025 conservava ancora presso la Fed di New York 1.236 tonnellate, quasi il 37% delle proprie riserve; 1.710 erano a Francoforte e 404 a Londra.

Tre Paesi, tre strategie. La Francia ha chiuso la posizione di New York, l’Olanda ne ha fortemente ridotto il peso, la Germania continua a considerarla una delle gambe della propria rete di custodia. L’Italia mantiene negli Stati Uniti il 43,29% del proprio oro.

E qualcosa si sta muovendo anche oltre questi casi. Nell’indagine 2026 del World Gold Council, il 10% delle banche centrali interpellate ha dichiarato di avere diversificato nell’ultimo anno i luoghi di custodia all’estero, contro appena il 2% dell’indagine precedente; un altro 9% pensa di farlo nei prossimi dodici mesi.

L’Italia potrebbe spostarlo?

Non esiste una norma che obblighi la Banca d’Italia a mantenere il 43,29% delle riserve negli Stati Uniti. La decisione, però, non appartiene al governo. Le riserve ufficiali vengono gestite da Via Nazionale in piena indipendenza, nell’ambito delle regole dell’Eurosistema e degli indirizzi della Bce necessari a salvaguardare la politica monetaria unica. La normativa riconosce inoltre alla Banca d’Italia la facoltà di negoziare oro all’estero, nei limiti previsti dall’ordinamento europeo.

Neppure la norma approvata con la legge di Bilancio 2026, secondo cui le riserve auree «appartengono al Popolo italiano», ha cambiato questo assetto. A marzo il governatore Fabio Panetta lo ha chiarito: la disposizione non modifica né la rappresentazione dell’oro nel bilancio della Banca né i compiti e le finalità della sua detenzione.

La domanda, dunque, non è se l’Italia possa modificare la geografia dei propri lingotti. Può farlo. È se convenga.

Avere più oro in Italia significherebbe ridurre l’esposizione a depositari e giurisdizioni straniere e disporre fisicamente di una quota maggiore del patrimonio. Tenerne una parte consistente nelle grandi piazze internazionali significa però diversificare il rischio e avere il metallo là dove può essere rapidamente mobilitato.

La banca centrale olandese non ha detto che gli Stati Uniti non siano più sicuri. Non ha evocato confische né chiamato in causa Donald Trump. Ha fatto però qualcosa di forse più significativo: ha inserito apertamente la geopolitica tra i criteri con cui decidere dove debba riposare l’oro di un Paese.

Il governo Meloni

L’oro italiano è tornato al centro del dibattito politico nel 2025. Nell’aprile di quell’anno, Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, spiegava che, mentre era aperto il confronto con Washington sui dazi, non era il momento di «gettare benzina sul fuoco»: quello dell’oro italiano all’estero restava un tema importante, ma non da affrontare allora. Pochi mesi dopo FdI avrebbe invece riaperto un altro capitolo, quello della proprietà delle riserve, arrivando alla norma sul loro appartenere al «Popolo italiano»: una dichiarazione che non ha però modificato né la gestione dei lingotti né la loro collocazione geografica.

Quel metallo resta italiano indipendentemente dal caveau nel quale riposa. La domanda semmai è un’altra: se, in un mondo che le stesse banche centrali considerano più instabile, abbia ancora senso mantenerne oltre il 43% negli Stati Uniti.

L’oro italiano custodito negli Usa è ancora al sicuro? La prudenza del governo e l’allarme degli esperti

Instabilità geopolitica e tensioni istituzionali negli Stati Uniti riaccendono il dibattito sull’oro della Banca d’Italia custodito presso la Federal Reserve, la cui indipendenza è messa in discussione dall’amministrazione Trump

Luca Angelini

Agli inizi di gennaio, di fronte alla crescente turbolenza (eufemismo) nei rapporti fra gli Stati Uniti di Donald Trump e il resto del mondo, alleati inclusi, un lettore ci aveva scritto: «L’oro della Banca d’Italia (o del Popolo Italiano!…) è al sicuro nei forzieri della Federal Reserve?». Confessiamo che, sulle prime, la preoccupazione ci era sembrata eccessiva. In fondo, l’Italia non è l’unica a fidarsi del bunker super protetto di Fort Knox e del caveau della Fed a New York. Venerdì, però, Edward Luce, commentatore principe di cose americane per il Financial Times, nella sua newsletter Swamp Notes citava un articolo su Medium di Steven Strauss, per oltre un decennio visiting professor alla Princeton University, dal titolo piuttosto raggelante: «Se l’oro del vostro Paese è ancora nella Federal Reserve di New York, è ora di riportarlo a casa prima che Trump se ne impossessi».
Il presupposto delle banche centrali europee (ma anche asiatiche, africane e latino-americane) «era che gli Stati Uniti fossero un baluardo dello Stato di diritto, un luogo in cui i diritti di proprietà sarebbero stati rispettati e la stabilità finanziaria globale preservata». Ma, scrive Strauss, «questa supposizione non è più valida. Gli Stati Uniti stanno diventando sempre più una superpotenza canaglia e la situazione potrebbe peggiorare prima di migliorare». È vero che, a custodire tutto quell’oro, è la Federal Reserve, autonoma rispetto alla Casa Bianca. Autonoma sì, ma fino a quando? I recenti attacchi, anche giudiziari, indirizzati dall’amministrazione Trump prima contro Lisa Cook e poi contro Jerome Powell, segnalano che, come ha scritto Lucrezia Reichlin sul Corriere, «il problema non è più solo monetario. È costituzionale, nel senso più ampio del termine. Riguarda il modello di governance dello Stato americano e il confine — sempre più labile — tra potere politico e amministrazione».

Garanzia di fedeltà

Intendiamoci, ci sono ragioni storiche e pratiche che hanno portato l’oro della Banca d’Italia nei forzieri a stelle e strisce. Daniela Binello le ha ricordate qualche giorno fa su Notizie Geopolitiche: «L’Italia, con la sconfitta subita nella seconda guerra mondiale, dovette ricostruire da zero la propria economia e secondo gli accordi di Bretton Woods del 1944 dovette trasferire una parte delle riserve auree negli Usa per ottemperare a una strategia comune, finalizzata a limitare le crisi economiche globali. Contestualmente i tassi di cambio delle valute furono legati al valore del dollaro, che a sua volta era legato all’oro. Con la sconfitta l’Italia, che doveva affrontare la ricostruzione e la mancanza di cibo, aderendo al Piano Marshall dovette dare garanzie di fedeltà agli alleati occidentali, consegnando una grossa parte delle proprie riserve auree. Lo stesso fece la Germania, che trasferì un terzo delle sue riserve auree negli Stati Uniti, salvo rimpatriarne gran parte nel 2013, da Usa e Francia. Ancora oggi, però, la Banca d’Italia spiega che la scelta di diversificare geograficamente le riserve auree risponde a una strategia di minimizzazione dei rischi e degli oneri. In pratica, un quantitativo delle riserve viene custodito in prossimità delle principali piazze dove viene negoziato l’oro al fine di avere la possibilità, in caso di necessità, di poterlo vendere rapidamente e di minimizzare i costi legati al trasporto del metallo».
La stessa Binello ricordava però che un nutrito gruppo di economisti, storici e giornalisti (tra gli altri, Marco Vitale, Giovanni Dosi, Nicola Acocella, Pietro Terna e Luciano Canfora) ha firmato, l’estate scorsa, una lettera – pubblicata anche dal Fatto Quotidiano – nella quale, dopo aver ricordato che il 43% delle riserve auree di Bankitalia è fisicamente immagazzinato presso la Federal Reserve, sottolineavano che «gli accordi di Bretton Woods non sono più in vigore da oltre 50 anni e l’Italia è diventato un Paese adulto, maturo e sicuro. La necessità di trasferire l’oro in Italia è tanto più urgente considerando la grande incertezza che esiste nella sfera geoeconomica e geopolitica globale, anche tra nazioni amiche e alleate».
Anche in quella lettera si sottolineava che «attualmente l’indipendenza della Federal Reserve è sempre più contestata – a torto o a ragione – dall’amministrazione americana» e si aggiungeva, come altro possibile motivo di «tentazione» di un colpo di mano(lesta), il fatto che la «il prezzo dell’oro è salito rapidamente – tanto che è diventato il secondo strumento di riserva delle banche centrali dopo il dollaro, ma prima dell’euro – e il valore del dollaro è invece sempre più incerto».

L’iniziativa tedesca e le vecchie promesse di Fdi

Massimiliano Jattoni Dall’Asén ha, del resto, ricordato che anche in Germania il dibattito sulla questione è acceso e, in passato, si è andati anche oltre le parole: «Nel 2013, la Bundesbank aveva deciso di riportare in patria circa 674 tonnellate di oro da New York e Parigi, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da istituzioni estere. Questo trasferimento ha rappresentato un passo significativo verso la sicurezza economica nazionale, facendo salire la percentuale di riserve custodite in Germania al 50,51%. Tuttavia, la maggior parte delle riserve tedesche, circa il 37%, rimane ancora negli Stati Uniti. Oggi, a Berlino, l’idea di rimpatriare l’oro sta riscuotendo consensi in tutti gli schieramenti politici. Peter Gauweiler, ex deputato conservatore dell’Unione Cristiano-Sociale bavarese, ha sottolineato che “la Bundesbank non deve prendere scorciatoie quando si tratta di salvaguardare le riserve auree del Paese“».
Sia Jattoni Dall’Asén che il Post ricordavano, peraltro, che quella del rimpatrio dell’oro di Bankitalia (ora riclassificato «del popolo italiano» dopo un dibattito che l’economista Carlo Cottarelli ha giudicato di palese inutilità) era una vecchia battaglia di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia quando erano all’opposizione. «Mentre altre Nazioni riportano in Patria i loro lingotti d’oro dalle banche estere, per mettersi al riparo da eventuali crisi, la nostra mozione per rimpatriare l’oro italiano è stata bocciata. Ma il futuro Governo con FDI restituirà l’oro agli italiani!», twittava la non ancora premier nell’ottobre 2019. E, a maggio 2020, postando un manifesto con lo slogan «Riportiamo con urgenza a casa l’oro italiano», ribadiva: «Prezzo dell’oro ai massimi: come in ogni recessione globale si conferma bene di rifugio per eccellenza. Russia e Cina stanno accrescendo loro riserve. Germania, Austria e Olanda provvedono a rimpatriarle. Oggi più che mai occorre riportare a casa oro italiano custodito all’estero».

Tra prudenza e azione

In quei mesi, l’inquilino della Casa Bianca era Donald Trump, come adesso. A essere cambiato è l’inquilino di Palazzo Chigi, dove è approdata, appunto, Meloni. E le parole d’ordine sono cambiate. «Fratelli d’Italia – ricorda il Post – presentò diverse mozioni in parlamento per riportare l’oro in Italia, gran parte delle quali a firma di Giovanbattista Fazzolari, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e Fabio Rampelli, attuale vicepresidente della Camera. Ad aprile lo stesso Fazzolari ha detto al Foglio che ora non è più una priorità: “Dopo i dazi americani stiamo adottando una linea del negoziato, non abbiamo intenzione di gettare benzina sul fuoco. Quello dell’oro italiano all’estero è un tema importante, ma non può essere trattato adesso“». E Jattoni Dall’Asén aggiungeva che, interpellato dalla Stampa, il presidente della Commissione finanze, Marco Osnato, sempre di Fdi, ha risposto: «Il tema della collocazione geografica dei lingotti italiani non mi pare rilevante».
Strauss aggiunge altri motivi che, vista l’irascibilità di The Donald, consigliano di muoversi con prudenza: «Qualcuno potrebbe sostenere che il tentativo di spostare l’oro innescherebbe di per sé la confisca, e questo rappresenta un rischio concreto» (anche se, come visto, in passato altri Paesi hanno rimpatriato parte delle riserve auree, come loro diritto). Non muoversi del tutto, però, sarebbe a suo avviso ancora meno prudente: «La Federal Reserve è attualmente indipendente, anche se non è chiaro per quanto tempo ancora. Pertanto, prima avviene il rimpatrio, e con la massima discrezione, meglio è. Il rimpatrio delle riserve auree non è solo una decisione finanziaria: è una potente dichiarazione di sovranità. Il momento di agire è adesso. La finestra temporale utile si sta restringendo. Con la crescente imprevedibilità politica a Washington e la crescente vulnerabilità degli asset sovrani alle azioni unilaterali degli Stati Uniti, il rimpatrio delle riserve auree è diventato più che prudente: una necessità. Se l’oro del vostro Paese è ancora a New York, la decisione più responsabile è chiara: riportarlo a casa, e farlo ora».

Alleanza Atlantica a rischio

A voler essere ottimisti, si potrebbe obiettare che mettere le mani sull’oro delle banche centrali straniere sarebbe una mossa talmente controproducente per la credibilità internazionale degli Stati Uniti e per l’economia sia americana che globale che persino Trump, alla fine, si guarderebbe dal farlo. Non fosse che il presidente Usa è lo stesso che, come ha scritto oggi in un editoriale il Wall Street Journal (non certo pregiudizialmente ostile a Trump), con le sue minacce di prendersi la Groenlandia ha appena reso possibile che il sogno coltivato invano, per 75 anni e passa, dagli strateghi russi, diventi realtà: dividere gli Usa dall’Europa occidentale e rompere l’alleanza Nato. «L’amara ironia è che Cina e Russia potrebbero essere i maggiori vincitori, sebbene Trump giustifichi la sua necessità di avere la Groenlandia in nome della deterrenza verso entrambe».

L’oro d’Italia, storia della riserva aurea di Bankitalia: dalle razzie naziste alle 2.452 tonnellate di oggi

Nato con l’Unità e ricostruito nel dopoguerra, il patrimonio aureo italiano racconta una storia di continuità e stabilità conquistata nel tempo

Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Per arrivare al cuore dell’oro italiano bisogna scendere. Giù, sotto i marmi severi di Palazzo Koch, oltre le stanze dove arrivano attutiti persino i rumori di via Nazionale, oltre le porte blindate che non si aprono mai con una sola chiave, oltre botole, scale e contro-scale. Nessuna scena da kolossal hollywoodiano: corridoi sobri, luci al neon, registri, sigilli, controlli incrociati. Ma, alla fine, una porta più sorvegliata delle altre introduce nelle stanze del tesoro.

Sugli scaffali, ordinati come faldoni di un archivio, si allineano migliaia di lingotti. Ognuno con la sua «marca», la sua storia, la sua provenienza: americani, sovietici con la falce e il martello, tedeschi con l’aquila imperiale. E, nel caso dell’oro rientrato dopo la guerra, anche con la svastica. Un catalogo metallico del Novecento.

Oggi la Banca d’Italia è il quarto detentore di riserve auree al mondo (dopo Stati Uniti, Germania e Fondo monetario internazionale): 2.452 tonnellate, per lo più lingotti (95.493) e, per una parte minore, monete. L’oro è parte integrante delle riserve ufficiali del Paese, un pilastro che contribuisce a rafforzare la fiducia nella stabilità del sistema finanziario italiano e, da oltre vent’anni, della moneta unica. È un tesoro che non serve a «comprare cose», ma a stabilizzare aspettative, dare credibilità, rassicurare i mercati quando le acque si fanno agitate.

Ma quel metallo così immobile ha avuto, negli ultimi cent’anni, una vita movimentatissima.

Dalle origini alla guerra: crescere, perdere, ricostruire

La storia comincia nel 1893, quando la fusione della Banca Nazionale del Regno d’Italia con la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito crea la Banca d’Italia. Nasce un unico istituto di emissione, con una sua dotazione iniziale d’oro. Da allora, e fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, le riserve crescono: il Paese si industrializza, il commercio estero aumenta, parte della ricchezza si trasforma in oro di banca centrale.

Poi, arriva la guerra. E con la guerra arrivano i rischi. Già all’inizio del conflitto, Mussolini comprende che Roma è troppo esposta: l’idea è trasferire il grosso dell’oro in un luogo più riparato, lontano dai bombardamenti. Viene scelta l’area dell’Aquila. Un complesso industriale in cemento armato, ex conceria militare poi passata alla Snia Viscosa e infine semiabbandonata, viene riconvertito: nasce l’Officina carte valori dell’Aquila, destinata a diventare, anche, deposito sicuro per il metallo.

Non succederà mai. Nel 1943 l’oro non c’è più da spostare: sarà razziato dai tedeschi a partire dal 22 settembre. In mezzo, si consuma il passaggio forse più drammatico di questa storia.

​Settembre 1943: il coraggio in grisaglia

L’8 settembre è l’armistizio, la fuga del re e del governo a Brindisi, il vuoto di potere nella capitale. In pochi giorni Roma passa sotto controllo tedesco; nel Nord affluiscono dieci divisioni della Wehrmacht che presidiano nodi ferroviari e strade. Per i nazisti, appropriarsi dell’oro della Banca d’Italia è una tentazione troppo grande.

A Berlino si apre una vera e propria gara interna per mettere le mani sul tesoro di via Nazionale. Si muovono in quattro: Herbert Kappler, ufficiale delle SS, futuro responsabile della strage delle Fosse Ardeatine; Hermann Göring, capo della Luftwaffe e regista dello sfruttamento economico dei Paesi occupati; Walter Funk, ministro dell’Economia e presidente della Reichsbank; e Rudolf Rahn, ambasciatore del Reich presso la Repubblica sociale italiana, il diplomatico più abile sul terreno italiano.

Ognuno ha una strategia diversa: Göring vorrebbe portare tutto in Germania come bottino di guerra; Rahn preferisce che l’oro resti formalmente in mani italiane, magari trasferito al Nord e messo a disposizione di Mussolini «alleato», pur sotto stretto controllo tedesco. Nel frattempo, il ministro degli Esteri Ribbentrop punta a ritagliarsi una quota propria: quel «tesoro di Ribbentrop» che più tardi seguirà dirottamenti e nascondigli tutti suoi.

Dall’altra parte, a difendere il caveau, non ci sono militari, ma impiegati e dirigenti in giacca scura. Il governatore Vincenzo Azzolini, il vicedirettore generale Niccolò Introna, il cassiere centrale Fabio Urbini. Gente che lavora alla scrivania, non nei bunker. Ma che in quei giorni capisce di avere sulle spalle qualcosa che assomiglia, molto, a una responsabilità storica. È Urbini a proporre l’idea che cambierà il destino di una parte dell’oro: nasconderlo nel caveau stesso.

Nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1943, una parte consistente delle riserve – circa 52 tonnellate su 119 – viene trasferita in una intercapedine adiacente alla «sacrestia», il locale dove è custodito il metallo. Una stanza di servizio, costruita per ragioni di sicurezza. I muratori vengono fatti lavorare in fretta, si tira su un muro, si asciuga la calce ancora fresca con ventilatori e lampade. La porta che dava accesso all’intercapedine scompare alla vista. Contemporaneamente, negli uffici si costruisce un’altra difesa: quella dei numeri. Viene simulata una movimentazione contabile, come se quella stessa quantità di oro fosse stata inviata mesi prima alla filiale di Potenza, in territorio ormai prossimo a cadere sotto controllo alleato. Se i tedeschi avessero controllato i registri, non avrebbero trovato discrepanze.

Il mattino del 20 settembre arriva la richiesta ufficiale dell’ambasciata tedesca: l’oro va ceduto. Azzolini insiste sulla necessità di riunire il direttorio della Banca, prende tempo, tratta parola per parola. Ma una verità amara si impone: l’equilibrio di forza è inesistente, la città è occupata, i nazisti hanno in mano perfino i documenti dello Stato maggiore sul reale ammontare delle riserve. Alla fine, la Banca d’Italia deve cedere. Ma non tutto è perduto.

Da Roma a Milano, da Milano a Fortezza

Il 22 e il 28 settembre 1943 l’oro «ufficiale» lascia Roma: due convogli ferroviari trasferiscono verso Milano circa 119 tonnellate di metallo prezioso. Viene stoccato nella filiale della Banca d’Italia, con i tedeschi a pretendere una delle tre chiavi necessarie per aprire la “sacrestia”. Il direttore Francesco Sforza ottiene, almeno, che in cambio venga ritirata la guardia armata tedesca davanti al caveau. Ma la partita non è finita.

Qualche mese dopo, su pressione di Göring e con il via libera del ministro delle Finanze della Rsi, Domenico Pellegrini Giampietro, l’oro viene trasferito più a Nord, nel forte di Fortezza, in Alto Adige. È un complesso militare in una valle dell’Isarco, sotto pieno controllo tedesco dopo l’8 settembre. Qui i lingotti vengono sistemati in una caverna, dapprima murata e poi chiusa con una porta corazzata. Formalmente sono ancora di proprietà della Banca d’Italia. Di fatto, sono nelle mani del Reich.

L’accordo di Fasano e i treni per Berlino

Nel gennaio 1944, Göring torna alla carica. La Germania ha bisogno di oro per pagare fornitori, compensare transazioni, tenere in piedi, per quanto possibile, l’impalcatura finanziaria dello sforzo bellico.

Il 5 febbraio, sulle rive del Garda, nella località di Fasano, viene siglato l’accordo destinato a segnare il destino dell’oro italiano: la Repubblica sociale italiana «mette a disposizione» l’oro della Banca d’Italia per contribuire alle spese di guerra comuni. Dal punto di vista giuridico, è presentato come una decisione sovrana del governo di Salò; nella sostanza, è il sigillo su una consegna imposta.

Da Fortezza parte il primo treno, il 29 febbraio 1944: circa 50 tonnellate dirette alla Reichsbank di Berlino. Una parte – circa 8 tonnellate – viene dirottata subito al Ministero degli Esteri, alimentando il famoso «tesoro di Ribbentrop»; il resto entra nei forzieri centrali della banca tedesca.
Un secondo invio, nell’ottobre dello stesso anno, aggiunge altre 21 tonnellate. In totale, dalle montagne altoatesine al cuore del Reich viaggiano circa 71 tonnellate del nostro oro.

​La miniera di Merkers e il Gold Pool

Nel febbraio 1945, quando la guerra è ormai sull’orlo della disfatta tedesca, Berlino decide di spostare le riserve della Reichsbank in un luogo più difficile da raggiungere: una miniera di potassio a Merkers-Röhm, in Turingia. Una cattedrale sotterranea dove finiscono lingotti, casse di banconote, ma anche opere d’arte.

Nell’aprile dello stesso anno, le truppe americane scoprono il deposito. Fanno saltare la porta blindata della galleria, si ritrovano davanti a oltre 200 tonnellate di oro proveniente da mezza Europa. Quel metallo, insieme ad altre partite recuperate dalle nazioni neutrali che avevano negoziato con il Reich, finisce in un unico «calderone»: il Gold Pool, la riserva gestita dalla Commissione tripartita (Stati Uniti, Regno Unito, Francia) con l’obiettivo di restituire almeno in parte l’oro monetario ai Paesi depredati.

L’Italia, inizialmente esclusa in quanto ex Paese dell’Asse, riuscirà passo dopo passo a rientrare nel perimetro. Dopo la cobelligeranza iniziata il 13 ottobre 1943 e la firma del Trattato di pace, nel 1947 viene ammessa a presentare le proprie richieste. Da quel momento comincia una lunga trattativa: da una parte la rivendicazione di 71 tonnellate trafugate; dall’altra la logica del riparto proporzionale tra tutti i danneggiati.

Alla fine, tra il 1947 e il 1998, l’Italia riceverà dal Gold Pool poco meno di 47 tonnellate, circa il 66% dell’oro perduto. Il resto si perde nelle compensazioni dovute ad altri Paesi, nelle difficoltà di ricostruire con precisione il percorso di ogni lingotto, nella decisione politica di chiudere un capitolo.

Ci vorranno quindi cinquantacinque anni, dall’autunno del 1943 all’ultima assegnazione del 1998, perché la vicenda trovi una conclusione, pur parziale.

Il “tesoro di Salisburgo” e l’uomo dei documenti

In mezzo, non mancano episodi da romanzo. Uno dei più curiosi riguarda proprio una parte del «tesoro di Ribbentrop». Quelle tonnellate destinate al Ministero degli Esteri tedesco vengono spostate in Austria, nascoste tra castelli e cantine nel Salzkammergut, vicino a Salisburgo. Nel dopoguerra, la loro traccia riaffiora grazie a un personaggio singolare: Herbert Herzog, austriaco, ex internato in un campo di concentramento come «sangue misto», che riesce a procurarsi documenti originali sulla sorte dell’oro italiano dirottato in Austria.

Nel 1950 si presenta alla legazione italiana a Berna, propone le sue carte in cambio di un compenso. La Banca d’Italia lo convoca a Roma, valuta l’attendibilità delle informazioni, arriva a firmare una lettera-contratto: se i documenti consentiranno di recuperare oro italiano, a Herzog spetterà il 10% del valore.

Alla fine, la pista porta al recupero di una quantità piccola ma reale: 0,58 tonnellate di oro, il cosiddetto «tesoro di Salisburgo». Non è il colpo grosso sperato, ma basta perché l’uomo dei documenti riceva la sua percentuale, liquidata solo nel 1958 dopo lunghe verifiche. Un frammento di storia che dice molto su quanto a lungo l’eco di quella razzia abbia continuato a risuonare nei corridoi delle banche centrali europee.

Oggi: un tesoro diffuso, un ruolo discreto

Oggi la storia dell’oro della Banca d’Italia non si consuma più tra deportazioni, convogli e cave sotterranee. Le 2.452 tonnellate di proprietà dell’Istituto sono custodite nei caveau di via Nazionale (quasi il 45% della riserva aurea), ma anche presso alcune fra le principali banche centrali mondiali: quasi il 5,8% nel Regno Unito, il 6% in Svizzera e oltre il 43% negli Stati Uniti. È una scelta che non ha nulla di esotico: segue le rotte storiche degli acquisti e risponde a una logica moderna di diversificazione e rapidità d’impiego. Tenere il metallo nelle principali piazze finanziarie significa poterlo mobilitare, se necessario, con meno rischi, meno costi, meno tempo.

Nei sotterranei della Banca d’Italia si trova anche una quota – 100 tonnellate – delle riserve conferite alla Banca centrale europea all’alba dell’euro, una frazione simbolica ma non irrilevante del patrimonio comune dell’Unione. Il resto del tesoro conduce una vita discreta, quasi silenziosa: inventari meticolosi, verifiche periodiche, ispezioni incrociate, aggiornamenti di bilancio che scorrono con la regolarità delle stagioni. È un patrimonio che non vuole essere visto, solo essere custodito. E che continua, nel ventre profondo del caveau, a compiere il suo mestiere più antico: offrire un punto fermo in un mondo che cambia, ricordando (anche alla politica) quanto la stabilità – economica e istituzionale – sia fatta soprattutto di ciò che non fa rumore.