«Time», Meloni e una leadership alla prova

CARLO VERDELLI

La guida indiscussa di Fratelli d’Italia è ormai diventata un simbolo, la sintesi ardimentosa di una destra che ha cambiato pelle senza rinnegare la propria memoria

Un’altra medaglia sul petto gagliardo di una donna sola al comando. Nientemeno che la copertina più prestigiosa del giornalismo, quella dell’americano Time, dove compare con lo sguardo fiero e sfidante, accanto a un titolo che ulteriormente la onora: «Giorgia Meloni, dove sta portando l’Europa». Con l’attribuzione esplicita che è lei, e non Ursula von der Leyen o qualche altro esponente di peso, a determinare la rotta di questa parte di Occidente in un momento tanto complicato. Il nostro presidente del Consiglio (lei preferisce la definizione al maschile), prima donna a diventarlo, capo di un governo che è già il quinto più longevo della Repubblica, incassa così un tributo tanto utile alla sua immagine quanto forse inaspettato, vista appunto la contingenza delicata in patria e fuori. La maggioranza di cui è premier non attraversa il periodo di massima coesione, anzi. La decisiva partita dei dazi con Trump, unita alle irrisolte e sempre più laceranti questione Ucraina e massacro di Gaza, rendono la scena mondiale agitata come mai da tempo. Può essere davvero lei una delle carte a sorpresa per uscire da questo caos?
Non che Time sia la Bibbia. Per la crisi che coinvolge tutta l’informazione, da settimanale è diventato quindicinale. La doppia edizione, con una versione per l’estero, è stata abolita. Ma mantiene comunque una media di un milione di copie a numero e un prestigio internazionale indiscutibile. Essere scelti come personaggi del momento vale più di un’onorificenza al merito. E non è capitato a molti italiani. Per ironia della sorte e delle radici, il primo fu Benito Mussolini (1923). Tra gli altri, nella versione più pregiata, Gianni Agnelli (1969) e Giorgio Armani (1982). Come politici, ma nell’edizione europea, Silvio Berlusconi (2011), Mario Monti (2012) e Matteo Salvini (2018). Adesso la corona è calata sulla testa di Giorgia, 48 anni, in politica da quando ne aveva 21 (consigliere provinciale a Roma per Alleanza Nazionale). 

La motivazione, redatta in una lunga analisi-intervista da Massimo Calabresi, capo dell’ufficio di Washington della rivista, è che Meloni incarna al meglio lo spirito dei nuovi leader autoritari in ascesa, ha saputo rassicurare i mercati, guadagnarsi l’attenzione degli alleati atlantici, disinnescare le paure che la circondavano alla vigilia dell’ascesa a Palazzo Chigi. Sembra una sintesi agiografica, ma non lo è.

Secondo questa ricostruzione, la guida indiscussa di Fratelli d’Italia è ormai diventata un simbolo, la sintesi ardimentosa di una destra che ha cambiato pelle senza rinnegare la propria memoria, che ha costruito una nuova rispettabilità mischiandola con i propri ingredienti più tradizionali, come la triade «Dio, patria e famiglia». Una guida post ideologica che non rinuncia ai simboli dell’ideologia da cui proviene, il Movimento sociale di Almirante prima ancora dell’Alleanza nazionale di Fini, e che esibisce con orgoglio la bandiera di un nazionalismo populista, «per difenderci», spiega Meloni stessa, «da una globalizzazione che non ha funzionato». 

Non che il «modello Albania», da lei tenacemente voluto e imposto («funzionerà, funzionerà funzionerà!»), stia dando risultati esaltanti: più di 70 milioni di euro spesi in sei mesi per rinchiudere nel semi-carcere di Gijader 20 migranti, tutti riportati in Italia in 48 ore. Ma tra le tante qualità che anche gli avversari politici le riconoscono, non c’è quella dell’autocritica e neppure del confronto. Lei comanda, l’intendenza esegua e, se del caso, spieghi.

In quasi mille giorni di governo, le sue conferenze stampa si contano sulle dita di una mano e i faccia a faccia sono riservati a interlocutori che non le creino il minimo imbarazzo. Ne ha a disposizione parecchi, potendo godere di una certa vicinanza da parte di sei reti televisive (Rai e Mediaset), dove si è cautelata di coordinare nomine non avverse, oltre a una discreta porzione della stampa quotidiana. D’altronde ci sono da veicolare dose massicce di ottimismo, convincere il Paese che si sta facendo il meglio e anche di più, sorvolando su quello che funziona meno, o non funziona proprio, come l’adeguamento dei salari al costo della vita reale o la cronica e irrisolta crisi della Sanità e della Scuola pubblica.

Nonostante le difficoltà che l’Italia impoverita sperimenta e soffre, colpisce che il gradimento del presidente del Consiglio non conosca flessioni, e anche il suo partito, FdI, resti saldamente primo in ogni sondaggio. Potenza di una figura che ha saputo conquistarsi un po’ per volta la fiducia dell’elettorato e che, a differenza di altri suoi predecessori arrivati presto in cima, sta riuscendo nell’impresa di conservarla. Aiutata in questo da una abilità da Lady di ferro nell’esercitare con sapienza l’arte della disciplina all’interno del suo schieramento, e anche da un’opposizione che non riesce, salvo rare eccezioni, a farsi blocco alternativo

Il che le facilita il compito di perseguire gli obiettivi che si è data: consolidare il potere dell’esecutivo, indebolire quello giudiziario, limitare le forme di protesta, tenere desta la paura dei migranti, sfruttare le crepe di un’Europa sempre più frammentata per proporsi come voce di riferimento per un possibile nuovo corso di destra «legge e ordine», più doveri che diritti. E porte e porti chiusi a chi cerca, da irregolare, un rifugio.

L’Italia non è nuova a leader che accendono i riflettori del mondo. Berlusconi, per esempio. Ma Meloni è diversa. Non le interessano popolarità o clamore. Cerca il potere, anche attraverso una rivalutazione dell’identità italiana. Ha detto a Time: «Sono del Capricorno. Diciamo che sono fissata con alcune cose. Sono una combattente e anche Trump lo è». Da ragazza cresciuta ai margini del sistema, ha ricordato l’incendio che distrusse la casa dove viveva con la madre e la sorella prima di trasferirsi alla Garbatella, periferia romana. Le scappa anche una battuta: «Forse è per quello che mi sono unita al Msi: per la fiamma». E conclude con una frase che va ben oltre l’ormai storico «sono una donna, sono una madre, sono cristiana». Questa frase: «Non sono razzista. Non sono omofoba. Non sono tutte le cose che dicono di me». Incassata la roboante copertina, non le resta che svelarsi. Chi è davvero donna Giorgia Meloni?