Vittorio Bachelet

ucciso 40 anni fa dalle Brigate Rosse

quegli 8 colpi di pistola nella cronaca di allora

 

Sono le 11.35 di una mattinata splendida. Il sole è primaverile, la temperatura è tiepida, Vittorio Bachelet, 54 anni, ha appena concluso la lezione, quando viene raggiunto dai colpi di pistola dei terroristi

di Gian Antonio Stella e Bruno Tucci

 

L’attacco, questa volta, è nel cuore dell’università. Le Brigate Rosse colpiscono a freddo una delle più alte cariche dello Stato, il professor Vittorio Bachelet, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura. Quattro colpi all’addome, altri in testa mentre il docente è a terra agonizzante. Commenta a caldo il procuratore capo Giovanni De Matteo: «È il più grave attacco alle istituzioni nella storia della Repubblica italiana». Roma è sconvolta, decine di «gazzelle» e di «pantere» la percorrono in lungo ed in largo. Scattano posti di blocco, retate, perquisizioni. La città universitaria è isolata: nessuno può entrare o uscire senza aver lasciato un proprio documento d’identità. Lo potrà ritirare dopo gli accertamenti.

Come una bomba, la notizia rimbalza dal Quirinale al Parlamento, dal Senato a Palazzo Chigi. La Roma politica rivive le ore angosciose della mattina di via Fani. Pertini è attonito, interrompe le udienze, s’infila un cappotto beige, si precipita all’università. Dinanzi al cadavere dell’amico, si commuove, scuote il capo, esce da una porta secondaria, forse per nascondere le lacrime. Lo seguono Amintore Fanfani, Nilde Jotti, Rognoni, Maria Eletta Martini, Luciano Lama, Bruno Trentin, Piccoli, Zaccagnini, Stammati, il sindaco Petroselli. I rituali di sempre: la commozione, lo sdegno, le parole di dolore, l’abbraccio alla vedova, ai figli. Poi la solita, ossessiva domanda: è proprio impossibile fermare questa drammatica escalation? Commenta De Matteo: «Per combattere il terrorismo, ci vogliono mezzi legislativi, di polizia, sostanziali. I decreti approvati recentemente sono solo il primo passo, ne debbono seguire altri». La facoltà di Scienze politiche è assediata, nell’aula magna di Giurisprudenza Luciano Lama parla ad una folla di studenti. È proprio qui che il segretario generale della CGIL, tre anni fa, fu contestato dai giovani. Dice: «Spero che questa volta ci sia una prova di unità tra lavoratori, insegnanti e studenti. In questo palazzo c’è un uomo morto, appartiene anche lui alla nostra famiglia, alla famiglia di coloro che non accettano la violenza. Che si battono per la vita contro la morte». Fuori, la città universitaria brulica di gente: giornalisti, fotografi, cineoperatori premono per sapere qualcosa, le notizie filtrano con il contagocce. La polizia e i carabinieri, barricati nell’androne dove è avvenuto il delitto, non lasciano entrare nessuno. A fatica si ricostruisce il film di questo barbaro assassinio. Soltanto a tarda sera, per esempio, si saprà da una dichiarazione di Rognoni alla Camera, che le BR avrebbero trafugato una borsa che Bachelet teneva sotto il braccio.

Sono le 11.35 di una mattinata splendida. Il sole è primaverile, la temperatura è tiepida, nei viali dell’università gli studenti passeggiano con i libri sotto il braccio. Vittorio Bachelet, 54 anni, sposato con due figli, professore di Diritto amministrativo e di scienza dell’amministrazione, ha appena concluso la lezione. Esce dall’aula numero 11, dedicata ad Aldo Moro, e si avvia chiacchierando verso le scale che portano all’ingresso della facoltà. Sono con lui la sua assistente Bindi e due studenti. Bachelet sale le scale e si ferma nell’androne a parlare con la professoressa: «Sono indeciso se tornare a casa o fermarmi in ufficio a sbrigare alcuni lavori». Sul pianerottolo e sulle scale che conducono al secondo piano una quindicina di studenti discutono fra di loro. È il momento dell’agguato: i due terroristi sono sulla porta, la tengono aperta, sorvegliano, con disinvoltura, il professore e la piazzetta interna, cioè la via della fuga. Sono un uomo, snello, un metro e settanta, zuccotto in testa, baffi scuri e folti, giaccone sportivo chiaro, venticinque anni circa; e una ragazza, magra, un metro e sessantacinque, capelli ricci, baschetto chiaro, soprabito verde, pallida in volto, sui ventidue anni.

Bachelet continua a parlare con l’assistente, la terrorista si innervosisce, decide di entrare in azione. Con freddezza, fa un paio di passi, raggiunge il professore che le volge la schiena, lo afferra per una spalla, lo gira e spara quattro volte. Quattro colpi all’addome da non più di trenta centimetri. Il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura si piega su se stesso, barcolla, cerca istintivamente rifugio in un angolo a ridosso della vetrata. Interviene il secondo terrorista: si precipita verso Bachelet che sta crollando a terra. Preme per quattro volte il grilletto, il professore si affloscia su un fianco, perde gli occhiali. L’assassino si china su di lui e gli spara il colpo di grazia alla nuca. L’autopsia confermerà che gli assassini hanno usato una pistola calibro 32: otto pallottole che lo hanno centrato. Una al cuore, una alla nuca.

«Scappate, scappate, ci sono le bombe», grida il killer. È un trucco per coprirsi la fuga. Infatti, si scatena un fuggi-fuggi generale: i terroristi ne approfittano, scendono nella piazzetta interna e raggiungono, a passo veloce, un cancello secondario di viale Regina Margherita che qualcuno ha aperto durante la notte, tranciando con un tronchese la catenella del lucchetto.

I due assassini salgono su una 131 bianca che si perde nel traffico scomparendo verso piazza Bologna. In quella zona sarà trovata qualche ora dopo. Era stata rubata da un commando delle BR. Non è ancora mezzogiorno, dalla città universitaria l’allarme arriva in questura. Partono «gazzelle» e «pantere», parte pure un’ambulanza, ma inutilmente, perché Vittorio Bachelet è morto sul colpo. Dopo il terrore e lo smarrimento, si comprende quanto è accaduto. Si interrompono le lezioni, la vita dell’università si blocca, le aule si svuotano. Studenti e professori si precipitano alla facoltà di Scienze politiche. Stupore, sdegno, commozione. Dice il professor Adolfo di Majo, docente di Diritto civile e membro del Consiglio superiore della magistratura: «Hanno voluto colpire non l’uomo, ma l’istituzione». La notizia dell’agguato giunge nell’aula magna, dove si sta tenendo un dibattito sul terrorismo, condotto da Stefano Rodotà e da Luciano Violante. Il dibattito si trasforma immediatamente in un’assemblea aperta, carica di tensione.

La facoltà di Scienze politiche viene «occupata» dal procuratore capo De Matteo, dagli ufficiali dei carabinieri e dai funzionari di polizia. Si fanno i primi rilievi, mentre ai centralini di due giornali arrivano le telefonate che rivendicano l’attentato. «Siamo le Brigate Rosse, abbiamo giustiziato noi il professor Bachelet. Seguirà comunicato». Delle quindici persone che hanno assistito all’omicidio, restano quattro testimoni: l’assistente di Bachelet e tre studenti che permettono alla polizia una prima ricostruzione. Si tenta anche un identikit, ma per il momento non c’è niente di ufficiale. Le indagini si presentano difficili, come sempre.

«Vittorio, Vittorio, che cosa ti hanno fatto?». La moglie Maria Teresa Bachelet, giunta all’università insieme con la figlia Maria Grazia, si china sul corpo del marito. Piange, si dispera, continua a invocare il suo nome. «Glielo avevo detto che doveva stare attento, e lui mi rispondeva: è un rischio che dobbiamo calcolare». Arrivano gli amici, i conoscenti, i colleghi: dinnanzi alla vetrata chiusa la gente si accalca. Qualcuno dice: «Stanno uccidendo a caso». Un vecchio professore s’indigna, esclama: «Macché a caso! Per carità, non si prende di mira un Bachelet tanto per sparare nel mucchio. Sapevano bene chi avrebbero ucciso». La confusione è tale che gli esperti della scientifica bussano inutilmente per alcuni minuti. Entreranno dopo con non poca fatica. Nell’aula magna, gremita di gente, parla il rettore Antonio Ruberti. Pallido in volto, dice al microfono: «Non è più possibile stare alla finestra, perché quando si continua a non dare alcun peso alla vita umana e si colpisce persino dentro l’università vuol dire che si è giunti ad un punto di grave imbarbarimento dal quale è difficile uscire senza un serio, profondo impegno di tutti quanti». Gli fa eco l’onorevole Stefano Rodotà: «C’è un esplicito disegno di cancellare le libertà democratiche nel nostro Paese; c’è una strategia che tende a colpire ogni occasione di vita del Paese, a sostituire la discussione con la paura». Aggiunge il sindaco Petroselli: «Sono ormai dieci anni che il nostro Paese è vittima di questa catena di delitti. Diciamo ancora ai terroristi: non siete passati e non passerete. La democrazia italiana è e sarà più forte dei suoi nemici».

A Roma si vivono ore di grande tensione: i controlli sono estesi finanche alla Camera ed al Senato, dove i commessi hanno l’ordine di perquisire chiunque entri o esca da Montecitorio e da Palazzo Madama. Oggi, per rispondere alla nuova sfida del terrorismo, l’Italia si ferma due ore per uno sciopero proclamato dalle organizzazioni sindacali. Le scuole apriranno con un’ora di ritardo. A Roma il blocco sarà di quattro ore: all’università è prevista una manifestazione a cui parteciperanno i massimi dirigenti della federazione unitaria. Nei tribunali di tutt’Italia saranno sospese le udienze. Il Consiglio dei ministri si occuperà di ordine pubblico.

 

Perché l’omicidio di Vittorio Bachelet fu il più grave della stagione terrorista

Il 1980 l’anno più sanguinoso: dopo la carneficina delle divise, la strage dei magistrati come simbolo delle istituzioni.
E Pertini disse: «Colpo al pilastro della democrazia»

di Giovanni Bianconi

I primi morti ammazzati del 1980, l’anno più sanguinoso e funesto nella storia del terrorismo italiano, caddero la mattina dell’8 gennaio a Milano: tre poliziotti — Antonio Cestari, Rocco Santoro e Michele Tatulli — assassinati dalla colonna «Walter Alasia» delle Brigate Rosse, per «dare il benvenuto» al generale Carlo Alberto dalla Chiesa appena nominato capo della divisione Pastrengo dei carabinieri, con competenza su Lombardia e Alta Italia. Tra novembre e dicembre, a Roma, le Br ne avevano abbattuti altri tre — Michele Granata, Michele Taverna e Mariano Romiti — nella cosiddetta «campagna dei marescialli». Il 25 gennaio, a Genova, un «nucleo di fuoco» della stessa organizzazione freddò il colonnello dei carabinieri Emanuele Tuttobene e l’appuntato Antonio Casu.

Una carneficina di divise (ma subito dopo furono uccisi due dirigenti d’azienda, Silvio Gori a Venezia il 29 gennaio e Paolo Paoletti a Monza il 5 febbraio) che si aggiungeva a quella delle toghe: magistrati colpiti come simbolo delle istituzioni, più dei politici e delle forze dell’ordine. Il 29 gennaio ’80 Vittorio Bachelet, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, ricordò a un anno di distanza dal suo omicidio il pubblico ministero milanese Emilio Alessandrini, eliminato da un nucleo di Prima linea. Commemorato sempre da lui nell’aula del plenum del Csm all’indomani dell’agguato, quando implorò che «qualcosa si faccia perché l’assassinio terroristico non diventi strumento ordinario di intimidazione e di disperazione». Un grido d’allarme per ciò che stavano diventando gli agguati mortali e i ferimenti eseguiti dalle bande armate: vita quotidiana di un Paese che quasi non ci faceva più caso, rischiando l’assuefazione al drammatico rosario di morti e feriti.

Nel 1978 sempre Bachelet aveva dovuto commemorare altri tre giudici ammazzati nel tragitto tra casa e ufficio: Riccardo Palma, Girolamo Tartaglione e Fedele Calvosa; i primi due dalle Br e il terzo dalle Formazioni comuniste combattenti. Poi toccò a lui, che pur non vestendo la toga era l’esponente più rappresentativo dell’organo di autogoverno della magistratura dopo il presidente della Repubblica.

L’accesso dei terroristi all’università di Roma, dove spararono a Vittorio Bachelet la mattina del 12 febbraio ’80 al termine della sua lezione di Diritto amministrativo, non era una novità. A partire dal 1977, infiltrati e mescolati nel «movimento» che aveva infuocato gli atenei e le strade del Paese, i militanti del «partito armato» avevano fornito qualche contributo più o meno riconoscibile a rivolte (come la cacciata di Lama dalla Sapienza nel febbraio ’77) e assemblee nelle quali si discuteva apertamente di rivoluzione e violenza come metodo di pratica politica. Per non perdere il contatto con «la base» in cui cercava consenso.

Un problema avvertito anche da chi temeva che tutto ciò inquinasse le legittime proteste, degli studenti e non solo. La mattina in cui Bachelet fu ucciso nei corridoi di Scienze politiche a pochi metri di distanza, nella facoltà di Giurisprudenza, era in corso un dibattito su violenza politica e repressione, argomento quasi abituale per quegli anni. Come i colpi di pistola e di mitraglietta. I due brigatisti rossi Bruno Seghetti e Anna Laura Braghetti — entrambi protagonisti del sequestro Moro avvenuto due anni prima: uno componente del commando via Fani, l’altra carceriera e «vivandiera» del presidente democristiano — poterono entrare, fare fuoco e uscire tranquillamente dalla Sapienza esattamente come, un mese più tardi, i loro «colleghi» di Prima linea alla Statale di Milano quando ammazzarono il giudice istruttore Guido Galli, il 19 marzo prima della sua lezione di Criminologia. Bachelet non poté rendere omaggio a Galli (né agli altri due magistrati Nicola Giacumbi e Girolamo Minervini, assassinati a Salerno e a Roma il 16 e il 18 marzo: tre toghe abbattute in quattro giorni), come avrebbe fatto se i terroristi non lo avessero tolto di mezzo prima. Toccò invece a Sandro Pertini, capo della Stato e come tale presidente del Csm. Il quale proprio commemorando Bachelet, nella sala del palazzo dei Marescialli che da quel giorno porta il suo nome, volle sottolineare come con quell’omicidio la lotta armata in Italia avesse toccato il punto più alto di aggressione allo Stato.

«Questo di oggi è il più grave delitto che sia stato consumato in Italia — disse aprendo la riunione straordinaria tenuta il pomeriggio del 12 febbraio 1980 —, perché il delitto Moro aveva un carattere politico, mentre quello di oggi è diretto contro le istituzioni; perché si è voluto colpire il vertice della magistratura, il vertice del pilastro fondamentale della democrazia».

Parole che racchiudono il senso di quell’azione consumata nel quadro del cosiddetto «attacco al cuore dello Stato» che non cominciò con la strage di via Fani bensì quattro anni prima, nel 1974, con il sequestro del pubblico ministero genovese Mario Sossi. E proseguito, nel ’76, con l’omicidio del procuratore generale della stessa città, Francesco Coco.

Con il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro — amico ed estimatore di Bachelet, tanto che fu lui a proporgli di essere eletto al Csm per diventarne vice presidente — le Br avevano scatenato l’offensiva contro il cosiddetto partito-Stato, mentre la strage delle toghe puntava direttamente alle istituzioni: indipendentemente dalle forze politiche schierate al governo o all’opposizione.

Ecco perché il delitto Bachelet — forse uno dei più semplici sul piano organizzativo, contro un uomo indifeso nell’indaffarato viavai quotidiano di studenti, docenti e assistenti — rappresenta l’acme della sfida del terrorismo alla Repubblica. Centrando non solo un bersaglio simbolico, ma pure un convinto sostenitore del dialogo tra tutte le componenti della politica e della società, nonché delle riforme utili a migliorare le condizioni della democrazia italiana. Considerato anche per questo, al pari di altre vittime, un ostacolo alle ragioni della violenza, quindi un nemico della lotta armata. Alla fine sconfitta, certo; però al prezzo di molte, troppe vite umane e strappi nella convivenza civile.

Vittorio Bachelet, con la preghiera di suo figlio Giovanni la nostra generazione scoprì la vita pubblica

Fu una scossa di commozione, energia e fiducia su bambini e adolescenti cresciuti negli anni di piombo

di Aldo Cazzullo

«Preghiamo anche per quelli che hanno colpito il mio papà…».
Credo che la mia generazione si sia affacciata alla politica o, meglio, alla vita pubblica ascoltando quella frase, pronunciata da un ragazzo poco più grande di noi. Un ragazzo a cui avevano ammazzato il padre, e che mentre mezza Italia invocava la pena di morte perdonava gli assassini e, di più, pregava per loro. Le parole di Giovanni Bachelet al funerale di suo papà Vittorio non rappresentano solo il culmine del cattolicesimo democratico, di una certa idea di percepire la politica come «la più alta forma di carità» (Paolo VI) e il potere come verbo, non come sostantivo. Ebbero l’effetto di una scossa di commozione, di energia, anche di fiducia su bambini, ragazzini, adolescenti cresciuti durante gli anni di piombo, che fino a quel momento non avevano ben capito quel che stava accadendo.

Ricordo quando la tv trasmise le immagini della strage dell’Italicus. Avevo sette anni. Chiesi a mio nonno Aldo: «Ma sono più le persone buone, come noi, o quelle cattive, che mettono le bombe sui treni?». Non ricordo cosa e se mi abbia risposto. Anche il nonno, che pure era passato attraverso la guerra d’Africa, il fascismo, la Seconda guerra mondiale, la Resistenza, la ricostruzione, il nonno che mi parlava per ore della sua giovinezza grandiosa e terribile — Hitler, Stalin, Mussolini —, era senza parole di fronte a un orrore che sfuggiva alla sua comprensione. E poco importa che la bomba sull’Italicus l’avessero messa terroristi neri, e Vittorio Bachelet fosse stato assassinato da terroristi rossi. Era comunque un attacco vile a quella fragile democrazia che gli italiani delle generazioni precedenti erano riuscite a costruire.

Poi vennero quelle parole. Pronunciate dal pulpito di una chiesa, da un ragazzo rimasto orfano. Fu allora che compresi una realtà forse lapalissiana, ma che aveva necessità di conferme: erano di più i buoni. E come accade non sempre, ma spesso, alla fine i buoni avrebbero vinto.