Rosaria Schifani, vedova di uno degli agenti della scorta di Falcone, è precipitata dentro l’ultimo atto di una tragedia greca. Tutti ricordano il primo: il suo appello durante i funerali, quando si rivolse agli uomini della mafia «presenti e non», chiedendo loro di inginocchiarsi e di cambiare, «ma tanto loro non cambiano». Scandiva le parole con timbro straziato e straziante, lontana anni luce dallo spettacolo del dolore che la tv avrebbe poi trasformato in un genere.
Lei era autentica. Aveva vent’anni, allora, e un bambino di pochi mesi. Lo ha cresciuto da sola fino alla laurea, fino a farne un capitano delle Fiamme Gialle. Stava iniziando a tirare il fiato, quando l’altro giorno ha scoperto che suo fratello Pino – lo zio di suo figlio, il cognato di uno dei martiri di Capaci – era stato arrestato per associazione mafiosa. Pare che davanti ai boss avesse preso le distanze dal discorso della sorella: in quel mondo all’incontrario, sono i cattivi che si vergognano dei buoni.
Dopo una notte in bianco bagnata dalle gocce dei calmanti, la signora Schifani ha parlato con il nostro Felice Cavallaro, e ancora una volta è risuonata la voce di una donna dello Stato. Ha chiesto scusa per «il mostro in famiglia». E ha intimato a questo fratello, che chiama Caino e non sente da anni, di confessare tutto e di «accettare il giudizio degli uomini, non solo quello di Dio, altrimenti io lo ripudio per sempre». «Loro non cambiano», è vero. Per fortuna non è cambiata neanche lei.
Arrestato per associazione mafiosa il fratello della vedova di Vito Schifani, agente della scorta di Falcone
Giuseppe Costa avrebbe riscosso il pizzo per il clan dell’Arenella. Indimenticabile il discorso della sorella Rosaria contro i mafiosi ai funerali del marito nel 1992
Di Felice Cavallaro
Il suo nome era passato quasi inosservato, come quello di un gregario senza storia fra gli otto arrestati di ieri mattina nella borgata marinara dell’Arenella. Perché era sconosciuto anche ai più attenti il ruolo di Giuseppe Costa, 52 anni, tre figli, muratore, indicato però dalla Dia come un esattore del pizzo al servizio dei fratelli Scotto e dei capimafia di questo inferno palermitano. Poi, a sera, il boato che scuote il pianeta dell’antimafia. Con la scoperta che si tratta del fratello di Rosaria Costa, la vedova dell’agente Vito Schifani dilaniato nella strage di Capaci, proprio la donna che ai funerali tuonò contro Cosa nostra invitando i boss a inginocchiarsi.

la prima deflagrazione esplode nel cuore di Rosaria, incredula nella sua casa in Liguria, dove ha ricostruito un altro pezzo della sua vita senza mai mollare l’impegno antimafia, andando spesso nelle scuole per parlare ai giovani, per rafforzare l’esercizio della memoria. «Sono a pezzi», si danna definendo il fratello «un cretino» e leggendo con sgomento le imputazioni dei magistrati, convinti che quel gregario abbia anche «organizzato e coordinato attività estorsive, nonché atti ritorsivi nei confronti di imprenditori e commercianti della zona». Senza nemmeno ricordare quando ha visto l’ultima volta il fratello («Saranno passati due anni. Contatti rarissimi…»), Rosaria Costa ha un moto di ribellione: «Se le accuse saranno provate, dovranno buttare le chiavi della cella. La legge è uguale per tutti. Mi dissocio da tutti, da mio fratello e da questi mafiosi che avvelenano il mondo. Mi telefonano tanti adesso, dicendo che mi sono vicini. Ma non sono vicina io a quest’uomo che il destino mi ha assegnato come una croce, adesso sono pronta a ripudiarlo».
Mafia, Rosaria Costa vedova Schifani: «Mio fratello è un Caino, ora si inginocchi lui»
Le parole dopo l’arresto di Giuseppe Costa, coinvolto in un operazione della Dia a Palermo. «Sta infangando la nostra storia, deve pentirsi e raccontare tutto ai magistrati. Sta rovinando anche i suoi figli»
di Felice Cavallaro

«Adesso inginocchiati tu, Pino, mio Caino, fratello traditore. Inginocchiati davanti a Dio e agli uomini. Chiedi perdono. E pentiti raccontando tutto quello che hai visto e sentito tra i mafiosi. Svela i nomi e gli sporchi affari di chi ti sei ritrovato vicino, stando ad accuse che sono palate di fango sulle nostre vite…». Dopo una notte insonne, le gocce, il colloquio con uno psicologo, la pressione che balla e la testa che scoppia, ecco Rosaria Costa reagire contro il fratello finito in carcere perché associato ai boss dell’Arenella e di Vergine Maria. Le borgate frequentate da bambina. Quel pezzo di Palermo da dove era fuggita via sposando a vent’anni Vito Schifani, uno degli agenti dilaniati nella strage di Capaci. Trent’anni dopo, nella sua nuova casa in Liguria, tutto avrebbe immaginato Rosaria, un figlio capitano della Guardia di Finanza, tranne di ritrovarsi col fratello Giuseppe, Pino per amici e parenti, in cella per associazione mafiosa.

Lei, che aveva lanciato ai boss il monito a pentirsi, «a inginocchiarsi», ripete lo stesso appello al fratello?
«Adesso è il turno di Caino. Di questo debosciato che non vedo da tempo, nemmeno quando corro a Palermo per assistere mia madre, alle soglie dei 90 anni, pronta per morire se qualcuno le raccontasse cosa sta accadendo. Come vorrei morire io. Travolta dalla vergogna. Ma forse un modo per uscirne, per non soffocare, per tenere ancora la testa alta c’è. E dipende da Caino…».
Che cosa vuole fargli sapere?
«Che per salvarsi, che per salvarci adesso deve chiedere ai magistrati di essere ascoltato, di ammettere tutte le sue colpe, se ne ha, e di rivelare ogni recondito segreto, se ne conosce. Parlare e accettare il giudizio degli uomini, non solo quello di Dio».
Tornava qualche volta in quelle due borgate?
«Mai. Ho rivisto forse due anni fa la casa di Pino, una stamberga malandata a due passi dal cimitero, vicino a un mare che potrebbe essere bellissimo come tutta la zona dove invece si soffoca perché l’aria della mafia arriva alla gola».
Aveva intuito che suo fratello, come rivela un pentito, s’era dissociato con i padrini della mafia prendendo le distanze da lei quando, nel ’92, tuonò contro Cosa nostra?
“Come avrei potuto capire e sapere tutto questo? Ignoro se sia vero. Per me Pino resta quel fratello che ho visto crescere con mille problemi. L’adolescenza di un bullizzato. Lo chiamavano “Pino il checcho”. Per la balbuzie. Sempre isolato. A un tratto, a tredici anni, non è più andato a scuola. E ha cominciato a cercare un lavoro, a fare il manovale, il muratore…».
Frequentando pessimi personaggi?
«Gli ambienti malsani delle borgate palermitane. Non riesco a capire come possa essere caduto nella trappola. I mafiosi sono dei mostri che reclutano questi elementi. Soprattutto i deboli. Per farli sentire forti. Sfruttandoli. Ominicchi. Ma non può essere una attenuante per Pino che così ha rovinato la sua e la mia vita».
E se suo fratello non dovesse accogliere l’invito a pentirsi?
«Allora lo ripudierei definitivamente. Ma non può restare in silenzio rovinando pure i suoi ragazzi, un figlio benzinaio, una figlia estetista. Li affosserebbe per sempre».
Dicono che fosse al servizio degli Scotto e di quel padrino comparso dopo il carcere perfino sulla barca con la statua di Sant’Antonio e la fidanzata a bordo…
«Manifestazioni di volgare potenza messe in scena per conquistare un malinteso rispetto anche usando e sfruttando i santi e la Chiesa. Per i creduloni come quel Caino dal quale adesso devo difendermi per salvare anche la vita di mio figlio…».
Un capitano delle Fiamme Gialle…
«Capite la vergogna che si rovescia addosso alla nostra storia per quel maledetto? Aveva quattro mesi il mio bimbo quando arrivò la strage portando via la nostra vita. Che fatica riprenderla a pezzi, provare a costruire un futuro senza Vito per quel bimbo che cresceva facendo mille domande. E io dovevo cercare le risposte. Tormenti intimi a parte, adesso sembrava che tutto si stesse rimettendo a posto. Parlo di mio figlio. Vederlo giurare fra i cadetti, superare la laurea, la prima divisa, i gradi… e le manifestazioni antimafia con il capo della polizia, con Don Ciotti, con gli altri familiari di vittime di mafia… Ecco, penso a tutto questo e chiedo scusa al mondo per avere avuto un mostro in famiglia».



