I soldi promessi dal governo spesso faticano ad arrivare a destinazione. Colpa dei soliti intoppi burocratici
Federico Giuliani per
Il piano economico anti coronavirus preparato dal governo per aiutare lavoratori e imprese si è inceppato proprio nel momento in cui avrebbe dovuto portare gli effetti sperati.
La ”potenza di fuoco da 400 miliardi di euro” promessa dall’esecutivo per dare ossigeno alle aziende mediante prestiti garantiti dallo Stato si è fin qui rivelata meno efficace del previsto. Già, perché gli effetti promessi ancora non si vedono e il tempo stringe.
Come sottolinea Il Corriere della Sera, le domande presentate al Fondo di garanzia ammontano a 22.480. Una parte di queste, precisamente 5.200, si riferiscono a finanziamenti fino a 25mila euro, i famosi ”25mila euro garantiti al 100% dallo Stato”. Altre 8.081 sono operazioni di garanzia diretta con copertura all’80%; 4.399 hanno una copertura al 90%; 898 sono infine operazioni di rinegoziazione, con copertura che sale dall’80% al 90%.
I nodi da sciogliere
I numeri iniziano a farsi consistenti e aumenteranno velocemente con il passare dei giorni. Il problema è che la risposta alle richieste non è altrettanto veloce, e questo avviene a causa di varie motivazioni. Partiamo dalle basi: i fondi promessi per coprire gli istituti bancari in caso di mancato pagamento non ci sono tutti. Con il prossimo decreto saranno aggiunti 34 miliardi.
Andando avanti nella disamina, Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato, ha chiesto un correttivo al governo. Quale? Di alzare la soglia da 25 a 50mila euro per quello che riguarda i piccoli prestiti. Certo, al netto di criticità non da poco, i prestiti fino a 25mila euro sono quelli che hanno funzionato meglio. Anche se, bisogna dirlo, sono state attuate due correzioni ”in corsa”. La prima: per richiedere i denari basta l’autocertificazione (con le banche non responsabili in caso di documenti falsi o dati mendaci). La seconda: le banche non devono conteggiare nei 25mila euro l’eventuale fido concesso in passato alla stessa azienda.
C’è poi da analizzare tutto il lato burocratico. Lo ha spiegato anche il vice presidente di Unimpresa, Salvo Politino: ‘‘In banca abbiamo toccato con mano la presenza di trucchi e intoppi che rendono non di rado impossibile accedere alle forme di liquidità decise dal governo”. Ogni istituto bancario, pur applicando il decreto, ha applicato il proprio tasso di interesse, il quale non può sfondare il tetto del 2%.
Il meccanismo del prestito è abbastanza complicato a causa di un doppio canale che non sembra funzionare alla perfezione. Lo Stato garantisce fino al 90%; il restante 10% può essere messo dai confidi. Al fine di evitare di presentare le stesse, identiche pratiche due volte, Assoconfidi ha proposto che la garanzia al 100% sia concessa direttamente dai confidi, i quali potrebbero poi riassicurarsi al 90% con Sace.
Capitolo lavoratori. Anche qui i nodi da sciogliere non mancano. Sono 11 milioni le persone che hanno chiesto un sostegno; solo 7,5 milioni l’hanno ottenuto. Mentre la cassa integrazione in deroga deve fare i conti con i tempi burocratici, non proprio snelli, per quanto riguarda il bonus da 600 euro ci sono ancora quasi 900mila domande in attesa di essere valutate.

se lo Stato trasferisce in ritardo i soldi per le imprese
di Dario Di Vico
E’ un’amara verità ma va detta: il trasferimento di liquidità dallo Stato alle imprese non sta funzionando come auspicato. Le norme introdotte con il decreto Liquidità si stanno rivelando farraginose, i tempi finiscono pericolosamente per allungarsi e cresce anche l’insoddisfazione e la protesta soprattutto dei piccoli imprenditori della manifattura e dei servizi. Per loro chiudere i battenti è stato già doloroso e il riavvio appare sempre più problematico.
La scelta che il governo ha fatto è stata quella di far transitare la liquidità di ristoro attraverso il canale bancario ma proprio qui si sono incontrare le prime sabbie mobili. Il decreto di emergenza stabilisce procedure nuove ma non abroga le leggi precedenti, a partire da quelle giustamente rivolte ad arginare la criminalità organizzata. Da qui il braccino corto di quei direttori di filiale che possono temere conseguenze penali per aver firmato un mutuo che favorisce un’impresa dell’area grigia. Le autorità di vigilanza, poi, notoriamente non amano che crescano i crediti deteriorati e anche questo ha il suo peso nel condizionare l’operato degli istituti.
È vero che in questi giorni il numero delle pratiche portate a termine è in aumento ma non è tutto oro: si è generata una sorta di corsia preferenziale per i clienti più affidabili e conosciuti. Gli altri possono attendere. In fondo è come se il merito di credito che doveva essere totalmente bypassato per i mutui fino a 25 mila euro, uscito dalla porta fosse rientrato dalla finestra e ora faccia valere le sue ragioni. Se aggiungiamo che qualche istituto di credito prende tempo, e qualche altro fa affiggere cartelli in cui dichiara di aver esaurito i fondi e invita a contattare il numero verde, il panorama è completo. Un provvedimento preso alla garibaldina e con le migliori intenzioni di questo mondo rischia di rivelarsi inefficace e di lasciare scorie nel rapporto tra Stato, banche e cittadini. Anche per quanto riguarda i prestiti più alti garantiti non in toto e intermediati dalla piattaforma del portale Sace, i primi riscontri segnalano ritardi ancora maggiori e ampie difficoltà di implementazione.
Tra gli addetti ai lavori le opinioni sono differenti, c’è chi sostiene che invece di privilegiare la via bancaria lo Stato avrebbe dovuto usare più largamente il canale fiscale o concedere aiuti a fondo perduto. Di sicuro però i margini di manovra del governo erano ristretti: lo Stato per salvare artigiani e commercianti non poteva indebitarsi ancora di più e doversi presentare sul mercato puntando a raccogliere maggiori risorse. Di fatto però disegnando la sua azione a spicchi il governo ha finito per licenziare una manovra di ristoro dove si stemperano le priorità e campeggia la parola bonus. Per la famiglia, per i Comuni e le province, per le Regioni, per i lavoratori autonomi e anche per incentivare le vacanze in Italia.
Al di là però delle valutazioni di carattere generale non si può che essere «ragionevolmente pessimisti» sull’esito delle misure decretate. La liquidità non arriverà alle imprese nei tempi giusti e quindi assisteremo prima dell’estate a un drastico processo selettivo. E non basta. Le imprese che comunque saranno riuscite a ripartire avranno la zavorra dei debiti da restituire in sei anni, di conseguenza il loro contributo alla crescita dovrà scontare questo handicap e sarà minore di quanto servirebbe. Nell’Italia che fatica ad uscire dal lockdown, che si interroga sulle trasformazioni delle proprie abitudini di vita, che è preoccupata di restare senza lavoro, tutte le incongruenze di cui sopra andrebbero affrontate e risolte con metodo. Ne va della capacità di far leva sullo spirito e le motivazioni necessarie per innescare l’auspicata ricostruzione.

Lo sfogo dell’imprenditore: “Prestito su conti di 2 anni fa Così lo Stato mi ha fregato…”
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Il prestito fino a 25mila euro concesso alle imprese in difficoltà? In alcuni casi può rivelarsi una beffa. Come ci ha raccontato un imprenditore lombardo
di Federico Giuliani
Tra gli aiuti messi a disposizione dal governo per aiutare l’Italia a fronteggiare la crisi economica provocata dal nuovo coronavirus, troviamo anche un prestito fino a 25mila euro concesso alle imprese in difficoltà e con garanzia statale al 100%.
Questa è una delle misure contenute nel cosiddetto decreto liquidità, un dl che comprende ”nome a sostegno della liquidità delle aziende grandi e medie” colpite dall’emergenza Covid-19 e dai provvedimenti di chiusura imposti dall’esecutivo per arginare la diffusione del virus. Insomma, le imprese, dopo settimane di ibernazione, non hanno più entrate ma devono comunque saldare certi pagamenti. L’esecutivo ha quindi pensato di facilitare l’accesso al credito delle imprese, fornendo tutte le garanzie del caso.
Ogni impresa con sede fiscale sul territorio italiano ha accesso alla liquidità garantita dallo Stato. Mentre le grandi aziende saranno assicurate dalla Sace, quelle fino a 499 dipendenti e le partite Iva devono utilizzare un altro canale: il Fondo garanzia per le PMI. Attenzione però, perché solo le piccole imprese sono coperte interamente dallo Stato. Come se non bastasse, il prestito garantito non può superare il 25% del fatturato dello scorso anno oppure il doppio del costo del personale sostenuto dall’azienda. Tra le condizioni previste, inoltre, è specificato che non possono accedere ai prestiti le imprese che prima della fine di febbraio avevano esposizioni deteriorate
Al netto della giungla burocratica che le aziende devono attraversare per presentare la loro richiesta agli istituti bancari, gli imprenditori devono fare i conti con un altro problema di natura tecnica. Per ottenere il sussidio diretto i richiedenti devono presentare alle banche il fatturato del 2018 e non quello del 2019. Che cosa succede? Chi, ad esempio, ha avviato un’attività nel 2018, e ha avuto maggiori introiti nel 2019, difficilmente incasserà i famosi 25mila euro promessi, e neppure una cifra che vi si avvicinerà. Dovrà accontentarsi delle briciole. Il motivo è semplice: fa fede il bilancio del 2018. Morale della favola: molti si trovano con aziende avviate ma con sussidi da fame e pagamenti da onorare.
Un pasticcio normativo
Un imprenditore lombardo che ha chiesto di rimanere anonimo ci ha spiegato la sua situazione. Una situazione paradossale che ha il sapore di beffa. ”Nel 2018 – racconta il proprietario di un’azienda bresciana – ho aperto una piccola impresa. Nel 2019 ho avuto dei benefici e sono passato dal fatturare da 35-40mila euro a 110mila euro all’anno. Il coronavirus ci ha però tagliato le gambe. Al momento noi siamo fermi e lo saremo per molti mesi a venire visto che lavoriamo con l’estero”.
A questo punto l’imprenditore decide di usufruire della misura contenuta nel decreto liquidità: ”Hanno detto che si può richiedere il prestito sul fatturato del 2019, quindi vado in banca aspettandomi i 25mila euro”. A far fede c’è la dichiarazione Iva presentata a febbraio, che rispecchia il fatturato dell’anno precedente. La banca chiede tuttavia il bilancio del 2019 o, nel caso in questione, visto che stiamo parlando di una srl, la dichiarazione dei redditi. Entrambi devono però essere presentati a giugno.
”A quel punto – prosegue l’imprenditore – la banca mi chiede il bilancio del 2018. Ma in quell’anno avevo appena avviato la mia attività e il fatturato, come detto, era molto più basso rispetto a quello del 2019. Sul fatturato del 2019 posso chiedere 25mila euro ma su quello del 2018 ne posso chiedere appena 9mila. Questi soldi non mi bastano neppure per pagare le tasse allo Stato”.
Perché la dichiarazione Iva, un documento effettivo che testimonia il fatturato dell’anno precedente, non viene presa in considerazione? Questa è la domanda che si fanno molti imprenditori.
Ma non è finita qui perché c’è da considerare un’altra assurdità. ”I soggetti beneficiari costituiti dopo il primo gennaio 2019” – si legge nell’articolo 13 del decreto – possono accedere al prestito producendo, anziché l’ultimo bilancio o dichiarazione fiscale, ”altra idonea documentazione, anche mediante autocertificazione”. Al nostro imprenditore, avendo aperto la sua azienda prima di quella data, viene richiesto il bilancio dell’anno precedente.
”In questo modo – conclude amareggiato l’imprenditore bresciano – si riducono i soldi che puoi chiedere, non arrivi ai 25mila euro e quel poco che prendi devi ridarlo allo Stato in tasse. In pratica ti indebiti per pagare le tasse, e come azienda sei nella stessa condizione perché non riesci ad andare avanti. Ogni banca offre incentivi sul fatturato del 2018 e non del 2019, perché nel 2019 non c’è bilancio. C’è un pasticcio normativo. Bastava considerare il fatturato del 2019 con riferimento alla dichiarazione Iva. Non ci sarebbe stato alcun problema”.

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