di Gianluca Mercuri
In Australia si sono messi in testa una cosa strana: obbligare Facebook e Google a pagare soldi veri, non le briciolette distribuite in questi anni, a giornali e siti che producono le notizie che poi finiscono sul social network. Facebook, abituato a tenere indisturbato il ginocchio sul collo ai media del pianeta, l’ha presa malissimo e ha annunciato che, se passerà la legge voluta dal governo di Canberra, semplicemente toglierà i contenuti giornalistici dalla piattaforma e i suoi utenti australiani potranno continuare a scambiarsi e postare di tutto, ma non link ad articoli.
Siamo al ricatto insomma, e la battaglia d’Australia va seguita con attenzione perché è in gioco una bella fetta di democrazia. Si tratta di capire se l’informazione indipendente, non solo in quell’angolo di mondo, possa rendersi indipendente da Big Tech, che si è mangiata il mercato pubblicitario ed è riuscita nel capolavoro di indurre le sue vittime a collaborare prima di esalare gli ultimi respiri. Facebook naturalmente nega l’importanza che hanno le notizie nell’oceano dei suoi post e giura che quello dei giornali che si ribellano è un autogol. Ma bluffa, perché un Facebook senza notizie è un’insalata scondita. Facebook, e Google, vorrebbero semplicemente continuare il giochetto che Enrico Verga aveva sintetizzato mirabilmente nel febbraio 2019 in un articolo sul Sole 24 Ore che tutti gli addetti ai lavori dovrebbero ancora oggi leggersi con cura:
«Il gioco di Zuckerberg per sfruttare i giornali è semplice e geniale. Più o meno si può riassumere cosi: “tu giornale e/o giornalista scrivi notizie, magari pure corrette, mi generi traffico di lettori o comunque di gente che si agita sul link, magari ci cliccano su (non è scontato), ma di sicuro i miei utenti commentano, insultano, mettono like, condividono, fan casino e io … ciuccio i dati, gli interessi e in generale sono contento perché cosi la mia comunità resta attiva. Tu giornale ti ritrovi un flusso di persone anonime che ti finiscono sul tuo sito”. I giornali ci si sono buttati a pesce negli anni. Il pacchetto era ghiotto. Centinaia, migliaia, milioni di potenziali lettori che venivano inviati da FB, attraverso l’articolo, alla testata, il tutto gratis. Il problema è che i giornali non si accorgevano che così davano da mangiare alla bestia (in termini di raccolta dati) e in cambio ricevevano briciole. Perché il lato ben tragico di questa relazione è che i giornali non avevano (e non hanno tutt’ora, salvo lodevoli eccezioni) gli strumenti per valorizzare i dati e il traffico derivato da Facebook. Dei milioni di lettori che ogni giorno (vabbè facciamo anche ogni settimana) arrivavano da Facebook, la piattaforma guadagnava sui gusti, interessi eccetera, di fatto acquisendo dati (like sui migranti, dislike su Salvini, like sui gattini, dislike sui vampiri). E i giornali? Il massimo che può fare l’ufficio marketing è raccogliere limitati dati statistici, assemblati in modo casereccio con i fogli di excel e via».
Non è che le cose siano cambiate granché. Essere su Google e Facebook resta fondamentale ma i rapporti di forza vanno riequilibrati per legge e gli americani devono pagare qualcosa di più dei granelli di sabbia estratti dalla loro montagna di profitti ed elargiti ai media collaborativi. I quali certamente raggiungono con il social e il motore di ricerca un pubblico che altrimenti li ignorerebbe, ma quel pubblico ai contenuti giornalistici tiene eccome, vuoi per parlarne attorno al barbecue, vuoi per capire meglio le questioni complicate. Sono contenuti di valore e vanno pagati bene: l’Europa ha cominciato a muoversi l’anno scorso con la direttiva sul copyright, l’Australia dà un bell’esempio di accelerazione dovuta.




