Il documento sul Coronavirus? Non si secreta la democrazia. Il monito di Mirabelli
Soltanto oggi l’opinione pubblica italiana è riuscita ad avere notizia del documento che il governo aveva già dal 12 febbraio e che indicava con chiarezza la dimensione dell’imminente pandemia. Nell’analisi anche il fabbisogno di terapie intensive. Abbiamo chiesto al presidente emerito della Corte Costituzionale, il prof. Cesare Mirabelli, la sua opinione e…
Francesco Bechis
La trasparenza salva la democrazia. A volte può anche salvare vite. Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, lancia un monito in direzione Palazzo Chigi: “Lo stato di emergenza non è un passepartout”. Un documento del 12 febbraio, ha svelato Repubblica, informava il ministero della Salute delle stime da vertigine della pandemia da Covid-19 in Italia: tra i 60mila e i 120mila contagi, 10mila posti letto mancanti nelle terapie intensive, almeno 35mila morti. È stato tenuto riservato fino ad oggi. Ora qualcuno dovrà spiegare perché.
Presidente, non si tratta di un documento qualsiasi.
Mi sembra che da quella ricerca emergesse chiaramente il fabbisogno delle terapie intensive. Un’esigenza che è stata trascurata, e si poteva ricavare già dal divario fra Italia e altri Paesi europei, come la Germania.
È stato tenuto riservato. Andava reso pubblico?
Penso di sì. La trasparenza della Pubblica amministrazione è ancorata a un principio della Costituzione, quello di imparzialità e buon andamento. Non solo la conoscenza, ma la conoscibilità delle informazioni e degli atti amministrativi di interesse generale, come questo, è uno degli elementi che concorrono a qualificare una democrazia. La non conoscenza degli atti era un principio cardine dello Stato autoritario.
Per portare alla luce il rapporto ci sono voluti mesi di tiro alla fune. Il governo non riteneva di renderlo pubblico durante l’emergenza.
Lo Stato d’emergenza non è un passepartout. Non impone la non diffusione di notizie o documenti del genere. E deve essere rapportato a un’emergenza reale, limitata nel tempo.
A maggio il direttore della programmazione del ministero della Salute Andrea Urbani disse che il piano nazionale d’emergenza prevedeva tre scenari, e che il peggiore non poteva essere divulgato per non “scatenare il panico fra i cittadini”.
Deve esserci una motivazione più forte per tenere riservati questi documenti. Se si prevede un’eruzione del Vesuvio, non se ne dà notizia anticipatamente per non diffondere il panico? Non si può considerare il popolo bue. Il panico, semmai, può derivare dall’assenza di trasparenza, da informazioni frammentate e inesatte, che riguardano la generalità.
Quelle cifre erano perfino superiori a quelle registrare in seguito. Non c’era il rischio di creare confusione?
Tutt’altro. Le informazioni, anche quelle gravi, concorrono non solo a dare trasparenza all’azione della Pa ma anche a sollecitare l’adesione dell’opinione pubblica a comportamenti idonei allo stato d’emergenza, a renderla consapevole. Qui devo fare un appunto al Parlamento.
Ovvero?
Mi pare che da questa vicenda l’istituzione esca indebolita. Non c’è stato alcun segreto di Stato, ma semmai un segreto d’ufficio, che certo non è opponibile al Parlamento. Le Camere hanno tutti i poteri necessari per conoscere cosa fa il governo e indirizzarne l’azione.
Mirabelli, lo stato d’emergenza prima o poi deve finire?
Ripeto, è per definizione limitato nel tempo, e proporzionato. Ho dubbi, pur comprendendone le ragioni, su atti amministrativi come i Dpcm usati come strumento di limitazione delle libertà. Fin dove si può comprimere un diritto? È una domanda che altrove si sono posti. In Germania il Tribunale costituzionale ha ritenuto eccessiva la limitazione degli accessi ai luoghi di culto islamici. In Francia il Consiglio costituzionale ha ben spiegato la distinzione fra limitazione proporzionale e soppressione dei diritti.
Alla base di tutto c’è un cortocircuito italiano. Tecnici o politica, chi decide?
La politica deve decidere. I tecnici devono essere ascoltati, ma possono dare elementi di conoscenza difformi, come in effetti è successo. La gravità della crisi ha portato spesso a decisioni immediate, ci ha trovati impreparati. Non c’è nulla di scandaloso. Ma spetta alla politica assumersene le responsabilità.
Coronavirus, il governo sapeva (e ha secretato tutto). Ecco la prova
Uno studio consegnato già il 12 febbraio al Comitato tecnico scientifico avvisava: il virus avrebbe fatto tra i 60mila e i 120mila contagi, e almeno 35mila morti. Indicava anche il fabbisogno di terapie intensive. Previsioni puntualissime. Ma Palazzo Chigi decise di secretarlo. Quante vite si sarebbero potute salvare?
Mattia Soldi
Il governo sapeva, ma non ha fatto nulla. Pesa come un macigno l’atto di accusa verso Palazzo Chigi che emerge dallo scoop di Repubblica: il 12 febbraio uno studio presentato al ministero della Salute già parlava di un milione di contagi in Italia per il Covid-19 e di una cifra di morti tra i 35mila e i 60mila.
Soprattutto evidenziava la necessità di intervenire sulle terapie intensive. Lo studio che pure appariva autorevole sin dall’inizio finì in un cassetto. E, quel che è peggio, chiuso a chiave. Secretato dal governo stesso. Quante vite si sarebbero potute salvare?
Il quotidiano diretto da Maurizio Molinari ha avuto accesso al documento segretato al termine di un infinito (e incredibile!) tiro alla fune fra ministero della Salute e Protezione civile.
L’analisi di previsione di inizio febbraio porta la firma di Stefano Merler, 51 anni, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler. Una riunione a porte chiuse per esporre “lo Stato dell’arte del coronavirus”, su invito del numero uno dell’Iss Silvio Brusaferro.
I dati previsionali avrebbero dovuto mettere in allarme i tecnici e la politica. Basandosi sull’indice R0, l’indice dei contagi a partire da un
solo infetto, il modello esponeva due scenari da brividi per il virus in Italia: R0 1.3, con un milione di contagi, ed R0 1.7, con ben due milioni di infettati. Il fabbisogno dei letti da terapia intensiva, avvisò all’epoca Merler, sarebbe ammontato tra i 60mila e i 120 mila.
Una drammatica stima che già anticipava il cortocircuito cui sarebbero andate incontro le terapie intensive italiane di lì a poco.
Quanto alla conta dei morti, Merler si basò sui numeri del contagio in Cina allora disponibili: in Italia, ci sarebbero stati almeno 35mila morti, avvisò il ricercatore. “Da notare che 35.472 è il numero di morti effettivamente registrato fino a ieri in Italia. Era prevedibile, ed è stato previsto”, chiosa Repubblica.
Insomma, il governo sapeva, e poteva fare, ma non ha fatto. E pensare che a febbraio già giravano diversi modelli previsionali sul virus in Italia. A inizio marzo Formiche.net diede conto di un autorevole studio dell’Australian national university (Anu), che sulla base di un elaborato modello matematico già parlava di 59mila morti in Italia “nel migliore dei casi”.
L’esecutivo ora dovrà spiegare perché un documento così sensibile (e puntuale) sia stato ignorato e quindi secretato. Un conto è la necessità di non diffondere il panico e ben altro è il dovere di intervenire e pianificare sulla base di una analisi scientifica seria e peraltro richiesta dallo stesso Istituto Superiore di Sanità.
Non parliamo infatti di un soggetto che si presenta come un santone con una profezia improbabile. Qui, si tratta del lavoro di istituzioni della Repubblica. Emerge un grave errore di valutazione reso ancora più grave dal tentativo, goffo e vergognoso, di nascondere le prove.

