All’appello manca solo qualcuno che proponga di istituire il Ministero dei Bonus. A quel punto il processo di molecolarizzazione della politica sarebbe interamente compiuto. Zero progetti, tanti coriandoli. Forse invece di promettere nuovi micro-incentivi ogni giorno l’esecutivo farebbe bene a monitorare cosa sta avvenendo nel sistema produttivo e da lì partire per elaborare le policy. Ad esempio meritano attenzione i dati dell’indice manifatturiero Ihs-Pmi diffusi lunedì scorso e risultati migliori del previsto oppure le rilevazioni delle vendite di luglio del settore auto che segnano un rallentamento della caduta del mercato o, infine, varrebbe la pena guardare più da vicino le innovazioni implementate dal sistema delle imprese. È utile in questo sforzo distinguere tre differenti piani: l’andamento della produzione, l’evoluzione della domanda e la riorganizzazione dell’offerta. Cominciamo dalla produzione. Per quello che si sa il ritmo dell’attività nelle fabbriche è ripreso in maniera sostenuta. Gli ultimi dati anticipatori che vengono dall’indagine a campione del Centro Studi Confindustria ci dicono che la produzione industriale a luglio ha viaggiato a +7,5% su giugno (a sua volta +2,3%) mentre gli ordini han fatto segnare +6,6% a luglio e +5,4% a giugno, mese su mese. I motivi di questo movimento si possono facilmente riassumere.
Eccoli: 1) la partecipazione delle imprese italiane alle grandi catene internazionali del valore non si è affatto interrotta e di conseguenza l’integrazione non ha subito dietrofront; 2) la motivazione imprenditoriale è rimasta alta; 3) l’apparato tecnico e delle conoscenze manifatturiere si è riconfermato ai suoi livelli standard. Tutto ciò vale per la fascia medio-alta delle imprese, meno si sa delle Pmi indipendenti non inserite in catene di fornitura. Si può però pensare che sia in atto una polarizzazione: chi sta in cordata ha compiti e orizzonti più lineari, chi vaga per acchiappare ordini è destinato a soffrire. Se questa tendenza trovasse conferma aumenterebbe la responsabilità delle grandi aziende capofiliera, pubbliche e private, che dovranno essere capaci di programmare la discontinuità — un ossimoro, lo so — per l’intera catena in cambio di una cessione di sovranità da parte dei fornitori. Del resto il sistema può restare in equilibrio solo così. È chiaro che nel medio periodo anche nel manifatturiero, e non solo nei servizi (dove il fenomeno è già palese), andremo incontro a una scrematura perché inciderà negativamente l’invecchiamento degli imprenditori. Non tutta la produzione che esce dalle fabbriche poi incontra una pari domanda di beni ma le aziende, in previsione di future fermate, hanno la possibilità di lavorare per il magazzino (chance di cui non godono i servizi). Solo nel quarto trimestre del ’20 sapremo se le scorte avranno conosciuto la necessaria rotazione. L’evoluzione dei contagi all’estero, in particolare nel terzo nostro mercato di sbocco — gli Usa — , non aiuta di certo.
Il secondo dei piani da tenere a mente è quello dell’evoluzione della domanda. Di fronte alle incertezze della crisi pandemica la tendenza delle famiglie è a risparmiare piuttosto che a consumare, e questo vale sia per le categorie più protette che per quelle a rischio-disoccupazione. Per cercare di invertirla, in attesa del vaccino, un programma sanitario che trasmetta ai consumatori consapevolezza e forza tranquilla è di grande utilità. In verità per stimolare la domanda il governo ha già fatto ricorso a vari bonus e ne progetta di nuovi con frequenza quasi giornaliera. Come ha osservato nei giorni scorsi l’ex ministro Giovanni Tria «c’è però bonus e bonus». Esistono quelli che vengono sbandierati per meri motivi di consenso e quelli che incidono davvero. Che spostano Pil. Nel gergo vengono chiamati attivatori perché mettono in moto non solo un settore ma ne stimolano svariati. L’ecobonus edilizio — forse eccessivamente generoso nella dimensione del 110% — per le caratteristiche che lo legano al risparmio energetico e al risanamento anti-sismico sicuramente lo è e promette di attivare diversi comparti a buon valore aggiunto. Per le caratteristiche che l’automotive conserva come «industria delle industrie» anche gli incentivi alla rottamazione non aiutano solo la meccanica in senso stretto ma interessano l’arredo degli interni, la gomma, la plastica e in misura sempre crescente l’elettronica di consumo. Più controversi sono invece i bonus-palliativo indirizzati a finanziare consumi mordi e fuggi, in quel caso forse la strada migliore è sostenere direttamente gli operatori perché tengano aperto e assicurino continuità sul territorio. Per quanto riguarda poi la domanda pubblica ha qualche ragione la Confindustria a sostenere che, ad onta delle dichiarazioni, per ora è fatta più di trasferimenti che di investimenti.
Chiudo con la riorganizzazione dell’offerta. E ricordo come la crisi pandemica renda contendibile quello che era un nostro grande vanto: rappresentare per valore aggiunto la seconda manifattura d’Europa. Di buono c’è che sta aumentando la consapevolezza di introdurre discontinuità nelle scelte aziendali. Penso alla coraggiosa riflessione iniziata da Giorgio Armani per il settore della moda e del lusso ma anche a novità apparentemente minori come quella di Granarolo che ha creato un portale di e-commerce allargato a piccoli produttori e marchi locali. Alcuni comparti stanno poi dimostrando, grazie all’azione delle multinazionali tascabili, grande attivismo e tra questi merita una segnalazione la meccanica per il packaging. Appare anche sostenuto il ritmo delle acquisizioni, in particolare nel settore del food: chi ha liquidità compra e aggrega ma si annunciano anche passaggi di proprietà legati alla ricucitura di alcune catene del valore, segnatamente dell’automotive. Il difetto è che questa riorganizzazione dell’offerta, per ora, non sembra incontrare l’attenzione che merita né provvedimenti che supportino il coraggio degli innovatori e la voglia di aggregare. In questo contesto desta però curiosità l’azione del ministro Stefano Patuanelli, che promette di de-pomiglianizzare il Mise e progetta di importare nuove competenze.

