Ernesto Galli della Loggia e l’Anonimo Milanese
GALLI DEL POLLAIO – MUGHINI REPLICA ALLE “VOLGARI RIGHE” DELL’ANONIMO MILANESE IN DIFESA DI GALLI DELLA LOGGIA: “NON FA PARTE DI ALCUN COSCA, DI ALCUN SALOTTO, DI ALCUNA CORRENTE D’OPINIONE FORTE E DIFFUSA, DI ALCUN CLUB DI POSSIDENTI. HO CONOSCIUTO ERNESTO QUARANT’ANNI FA, AVEVA UN TALE TALENTO NELLO SCRIVERE E NEL METTERE IN PIEDI I SUOI RAGIONAMENTI, CHE GLI PROPOSI SUBITO DI COLLABORARE AL “PAESE SERA”
Giampiero Mughini a Dagospia
Caro Dago, ti confesso che quanto alle élites e al diffuso risentimento nei loro confronti il mio pensiero è semplice semplice. Se vado in giro preferisco incontrare uno che nel suo mestiere ne sappia e ne abbia esperienza. Per quanto mi riguarda, non ho il benché minimo dubbio di far parte delle élites intellettuali di questo Paese, perché _ questo da quando avevo 19 anni _ che non passa giorno senza che io trascorra tra le cinque e le otto ore a leggere e studiare.
Detto questo non faccio parte di alcuna loggia, di alcun salotto, di alcuna cosca intellettuale, di alcun club di possidenti. Non ho il benché minimo rapporto né con un giornale né con una corrente d’opinione né con un similpartito. Non sono mai più entrato in un’università dal giorno in cui mi laureai con 110 e lode. Detto in breve me ne strafotto di tutto e di tutti.
Proprio per questo allibisco a leggere le poche e volgari righe che un “anonimo milanese” ti ha scritto a proposito del mio amico Ernesto Galli della Loggia, righe alle quali tu hai voluto dare una particolare visibilità. Ho conosciuto Ernesto quarant’anni fa, quando era ancora un giovane e semisconosciuto intellettuale fresco di laurea negli studi storici. Aveva un tale talento nello scrivere e nel mettere in piedi i suoi ragionamenti, che gli proposi subito di collaborare al “Paese Sera”.

Ricordo come fosse ora il suo primo articolo: un articolo sulla pubblicità di una camicia maschile. Bellissimo. E come tale giudicato dal nostro direttore di allora, Aniello Coppola. Risale a quel tempo il rapporto di Ernesto con Fiamma, che era una ragazzina che lavorava al “Paese Sera” e la cui parentela con Franco Fortini non le giovava nemmeno un po’.
Ernesto, che è oggi il miglior editorialista politico/intellettuale da prima pagina di un grande giornale, ha poi proseguito un suo magnifico itinerario forte solo del suo talento e dei suoi polpastrelli quando sbattono sui tasti di un computer.
Non fa parte neppure lui di alcun cosca, di alcun salotto, di alcuna corrente d’opinione forte e diffusa, di alcun club di possidenti. Siamo soliti vederci da soli, una volta al mese, noi due a cena. Parliamo dei libri che abbiamo appena letto e di quelli che intendiamo leggere. Talvolta è lui che mi dà delle imbeccate, talvolta il contrario.
Al tuo velenoso (e invidioso) lettore anonimo vorrei dire che se vuole, una volta può partecipare anche lui a questi nostri conversari. Sempre che lui ne sia degno, perché di certo sono dei conversari da élite. Chiaro?


“PER LE ÉLITE ITALIANE IL PRINCIPALE TITOLO D’ACCESSO È DIVENTATO ESSERE FIGLIO DI…”? CONCORDO PERFETTAMENTE CON QUANTO SCRITTO SULLE ÉLITE DA ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA, PRIMO MARITO DI FIAMMA NIERESTEIN FIGLIA DELLA GIORNALISTA DEL CORRIERE WANDA LATTES, SORELLA DEL POETA DI SINISTRA FRANCO FORTINI E SECONDO MARITO DI LUCETTA SCARAFFIA…
Concordo perfettamente con quanto scritto sulle élite da Ernesto Galli della Loggia (primo marito di Fiamma Nierestein figlia della giornalista del Corriere Wanda Lattes, sorella del poeta di sinistra Franco Fortini e secondo marito di Lucetta Scaraffia, sorella di Giuseppe Scaraffia, marito di Silvia Ronchey, figlia dell’ex ministro ed editore del Corriere della Sera. Qui mi fermo: Galli della Loggia ha ragione.
Anonimo milanese

Le élite senza ricambio
I privilegi trasformano una classe dirigente in oligarchia. Si spiega anche così l’ostilità e l’insofferenza dei movimenti populisti
Ernesto Galli della Loggia per
Per spiegare la vittoria elettorale dei 5 Stelle e il sentimento genericamente «populista» che ancora circola in notevole misura nel Paese si leggono due tipi di analisi, perlopiù orientate in una o l’altra di queste due direzioni (o in entrambe, vista l’ampia base comune esistente tra di esse). La prima si appunta sull’imborghesimento, chiamiamolo così, e sul conseguente distacco politico della Sinistra dalla sua base tradizionale. Nel secondo caso, invece, ci si sofferma sul sentimento di ostilità e di rivolta da parte di vasti strati dell’elettorato contro le élite a causa dell’identificazione di queste con la globalizzazione, il multiculturalismo, l’immigrazione, il politicamente corretto e così via dicendo.
A fare da collante tra le due spiegazioni si sottolinea come sintomo classico del populismo la diffusione di un forte sentimento di ostilità verso le élite. C’è senz’altro molto di vero in entrambe le spiegazioni. Ma a tutte e due sfugge un elemento di non poco conto: la specificità delle élite italiane. Che in generale la democrazia — cioè il regime del governo popolare — e le élite in quanto tali siano due cose in naturale rotta di collisione lo scoprì per la prima volta la democrazia ateniese quando alla fine del VI secolo a.C. fu indotta proprio per questo ad adottare la legge sull’ostracismo: al fine , come ci dice Aristotele, di cacciare dalla città «tutti coloro che parevano innalzarsi al di sopra degli altri». È anche vero però che su questo antagonismo diciamo così consustanziale tra élite e democrazia la storia ha poi fatto valere le proprie ragioni, stabilendo che le moderne società complesse senza élite non possono funzionare. Neppure le democrazie. Ma in questo caso a una condizione: che le élite siano élite non del privilegio o della nascita bensì del merito. Cioè che si arrivi a farne parte provenendo da qualunque estrazione sociale e solo perché si possiedono doti e competenze obiettivamente accertate. In una società democratica, insomma, anche le élite per essere legittimate devono avere un carattere democratico.
In larga misura non è questo il caso dell’Italia, però: ed è questo il punto cruciale. Negli ultimi due tre decenni infatti — complici tre fattori principali: il ristagno dell’economia, la crescita dello svantaggio del Mezzogiorno, e la crisi del nostro sistema scolastico e universitario — le élite italiane non hanno conosciuto alcun ricambio significativo, nulla di paragonabile a quanto accadde ad esempio dagli anni 50 agli anni 80. Esse hanno assunto un carattere sempre più odiosamente ereditario. Il principale titolo d’accesso è diventato essere figlio di: nelle università, nei vertici delle professioni, nel giornalismo, nell’alta burocrazia, nella magistratura, nella diplomazia, perfino nel mondo dell’editoria, del cinema e dello spettacolo, la trasmissione o l’acquisizione del ruolo socio-lavorativo per via ereditario-familiare (naturalmente con gli opportuni scambi tra un settore e un altro) è diventato da tempo la regola. Non sempre il merito è assente, com’è ovvio, ma il fatto è che sempre di più la possibilità di affermarlo dipende in gran parte dalle proprie condizioni familiari di partenza. Le quali in troppi casi costituiscono il solo titolo preferenziale.
Accade così che oltre agli altri fattori sopra ricordati, l’antica idiosincrasia nazionale per la competizione e per la trasparenza, unita all’altrettanto antica vocazione a privilegiare nell’ambito sociale le relazioni sulle competenze, stiano ormai interrompendo quasi del tutto quel prezioso canale di comunicazione tra gli strati popolari e piccolo borghesi da un lato e dall’altro i piani alti della società, che in tutta la nostra vicenda unitaria, in modo particolarissimo nel primo trentennio repubblicano, ha consentito agli elementi più capaci e intelligenti di tali strati di accrescere la vitalità, le attitudini innovative, la tenacia delle élite della Penisola. Cosicché il Paese può contare sempre meno su quella risorsa tanto spesso presente nella nostra storia, rappresentata dalla brillantezza talora geniale dell’individualità italiana.
Dove maggiormente si respira il tanfo del chiuso è in quel settore dell’élite costituito dall’insieme dei vertici dei gabinetti ministeriali e degli uffici legislativi, dal Consiglio di Stato, dai consigli d’amministrazione dei più vari enti pubblici, agenzie e «Autorità», dalle alte burocrazie addette agli organi costituzionali dello Stato. Sono gli ambiti per l’accesso ai quali molto o tutto dipende assai spesso più che dall’affiliazione politica in senso stretto (che tra l’altro può mutare con la massima disinvoltura), dalla capacità di equilibrismo e di vantaggioso posizionamento tra i diversi clan, dai padrinaggi, dalle consorterie o dalle filiere di cui si è parte o da cui si è sponsorizzati, dall’essere stati allievi di, nello studio di, dall’aver lavorato nella fondazione di. Da tutto questo deriva la natura sostanzialmente chiusa, iperomogenea e autoreferenziale delle élite italiane, con i suoi tre caratteri tipici: l’età perlopiù avanzata (trovare un quarantenne in una posizione di vertice è da noi cosa rarissima), l’assai scarsa presenza di donne (si osservino le foto delle occasioni ufficiali: una marea di tetre grisaglie maschili); e infine la basica formazione o provenienza ideologica di centrosinistra di quasi tutti (caratterizzata da un perbenismo culturale di irritante quanto superficiale assennatezza sempre: si direbbe un requisito d’ammissione indispensabile). Alla fine quindi come effetti ultimi: conformismo, carrierismo, ostilità a ogni cambiamento, riluttanza a prendere decisioni importanti e/o impopolari.
E naturalmente la crisi pervadente nella gestione del Paese a tutti i livelli e in tutti gli ambiti. Ma se quanto detto fin qui è vero bisogna allora concludere che l’élite italiana più che altro assomiglia a un’oligarchia. È di fatto una vera e propria oligarchia. Il che forse aiuta a spiegare di più e meglio il vasto sentimento di avversione che essa suscita.




