La storia dell’ex rapinatore laureatosi alla Cattolica – raccontata sul Corriere da Elisabetta Andreis – è un «red carpet» di umanità coraggiosa: cappellani dal cuore d’oro e dal polso di ferro, professoresse di italiano in pensione e il protagonista, Daniel Zaccaro, che adesso gira le scuole per parlare ai balordi con l’autorevolezza di chi lo è stato. Ma il posto d’onore va a una signora rimasta nell’anonimato per ragioni di ruolo: la PM del Tribunale dei minorenni di Milano che ha fatto condannare Daniel. Quella donna è stata a lungo il suo incubo. In ogni processo che lo annoverava tra gli imputati, spuntava lei. Severa e implacabile nell’applicazione del codice. Mai una volta che indulgesse a qualche sconto di pena per il desiderio di compiacerlo. Era convinta che il ragazzo si sarebbe salvato solo se qualcuno lo avesse messo finalmente davanti allo specchio delle sue responsabilità. L’anno scorso mi capitò di intervistare Daniel in televisione. Quando gli chiesi perché da adolescente era stato un bullo di scuola e poi di quartiere, rispose: «Era il mio modo di sfidare gli adulti: cercavo disperatamente qualcuno che meritasse il mio rispetto». Daniel reclamava esempi autorevoli ed è cambiato appena li ha trovati: il cappellano, la prof, la PM inflessibile. L’altro ieri alla Cattolica c’era anche lei. E la carezza che ha dato alla corona d’alloro del «suo» laureato è il degno finale di una storia dove il bene autentico sa di sale, più che di miele.
La storia
Daniel, da bullo a educatore: la pm che lo portò al processo va alla sua laurea
Oggi ha 27 anni e ha completato il corso di studi in Scienze della formazione. Ad applaudirlo all’Università Cattolica c’era anche la Pm del Tribunale per i minorenni che all’epoca rappresentò la pubblica accusa in tutte le udienze
Elisabetta Andreis, 13 Febbraio 2020
Rapine, violenza, furiosi pestaggi. Questa è la storia di un ragazzo che è profondamente cambiato. Da adolescente pareva refrattario non solo a qualunque regola, ma anche a qualunque affetto. Una vita allo sbando a Quarto Oggiaro, nonostante due genitori presenti che ce la mettevano tutta. Il carcere, tra il Beccaria e San Vittore, poi — dal 2015 –—l’affidamento in prova presso la comunità Kayròs di don Claudio Burgio. Daniel Zaccaro adesso ha 27 anni, è diventato grande. Ieri si è laureato brillantemente all’università Cattolica, in Scienze della formazione. Vuole diventare educatore, ha già iniziato a lavorare con un ragazzo difficile, proprio come era lui. Ad applaudirlo alla laurea, tra le persone importanti della sua vita, c’era anche la Pm del Tribunale per i minorenni che l’ha fatto condannare in tutte le udienze in cui era imputato.
Negli occhi di quella Pm — severissima e dalla grande umanità — si leggevano orgoglio e soddisfazione. L’ha mandato in galera per il suo bene «prima», ora lo accompagna nelle scuole, per parlare con i bulli e raccontare la sua storia personale. «È una grande vittoria di tutti noi, questa», diceva dandogli una carezza sulla corona d’alloro: «Daniel racconta agli adolescenti come è riuscito a trovare dentro di sé la forza del cavaliere Jedi. Ma io glielo dico sempre, a costo di sembrare pedante: attento a non farti sedurre dal lato oscuro della forza». Gli vuole bene, come gliene vuole Fiorella, docente in pensione che a San Vittore gli ha fatto studiare il suo primo libro di scuola, l’Inferno di Dante. Lo applaudiva anche lei, ieri, di fianco a don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria insieme a don Gino Rigoldi ed eccezionale nell’agganciare certi ragazzi. «Dietro questo bellissimo traguardo, oltre alla bravura di Daniel, ci sono tante persone e molte istituzioni civili ed ecclesiali che insieme hanno saputo collaborare in questi anni. È la storia di un lavoro di squadra — si schermisce don Claudio —. Questa è la città che mi piace e che ispira il mio impegno educativo quotidiano. Ora toccherà a Daniel raccogliere questo impegno e trasmetterlo ad altri giovani con tutta l’esperienza e la competenza maturati in questo percorso».

Quando Daniel ha commesso il primo reato, era «per fare la vita bella, facile, ed essere stimato dal quartiere». Eppure i suoi genitori gli avevano insegnato il valore del lavoro e del rispetto. In carcere continuava a prendere punizioni per cattiva disciplina. Oggi, maturo e attento, si guarda indietro. Ragiona sulla violenza che a volte, specie in gruppo, prende il sopravvento. «La brutalità è indice di povertà di pensiero — dice —. È l’espressione di chi non sa comunicare in altro modo. I violenti hanno profondissimi problemi di linguaggio. Quando non sai chiamare il dolore e la rabbia con il loro nome ti scateni così, come un animale. Io l’ho capito, e lo voglio spiegare al maggior numero di ragazzi possibile».


