(articolo pubblicato il 18 Aprile, aggiornato il 21 Aprile)
“IL CORONAVIRUS? E’ STATO CREATO IN LABORATORIO”.
MA PECHINO NEGA LE ACCUSE
I SOSPETTI DI FRANCIA E STATI UNITI SULLA CINA: HA NASCOSTO L’EPIDEMIA E L’HA SOTTOVALUTATA. CIÒ NON SIGNIFICA CHE IL VIRUS SIA STATO COSTRUITO IN LABORATORIO COME UN’ ARMA BIOLOGICA, MA ALIMENTA IL DUBBIO CHE POSSA ESSERE SFUGGITO AI RICERCATORI MENTRE LO MANEGGIAVANO SENZA LE PRECAUZIONI NECESSARIE

In Usa: “Il coronavirus veniva studiato in laboratorio”, ma Pechino nega le accuse
Anche la Francia accusa la Cina di avere nascosto l’epidemia e di averla sottovalutata. Trump incita i suoi sostenitori a ribellarsi contro il lockdown imposto da alcuni governatori
Paolo Mastrolilli
La Cina risponde alle critiche arrivate da Stati Uniti e Francia, negando di aver nascosto l’ epidemia di coronavirus che stava esplodendo al suo interno, e smentendo i sospetti che tutto sia nato nei suoi laboratori di Wuhan. Così riconosce che questi attacchi stanno danneggiando non solo la sua credibilità, ma anche le sue ambizioni geopolitiche globali. Proprio ieri però Pechino ha dovuto rivedere al rialzo il numero dei decessi, sottovalutato nelle settimane scorse, alimentando i dubbi sui suoi comportamenti, mentre l’ economia è scivolata in territorio negativo per la prima volta in mezzo secolo.
La versione originaria della Repubblica popolare è stata che il virus era di origine naturale, e il contagio era cominciato nel mercato del pesce di Wuhan. Le autorità però non hanno mai consentito ad una delegazione di scienziati internazionali di verificare la situazione sul terreno. Mercoledì scorso il «Washington Post» ha pubblicato i rapporti inviati circa due anni fa dai diplomatici americani, rimasti molto allarmati dopo aver visitato il Wuhan Institute of Virology e i Wuhan Center for Disease Control and Prevention.
In questi due laboratori si studiava la trasmissione del coronavirus dai pipistrelli agli esseri umani, e le condizioni di sicurezza erano insufficienti. Ciò non significa che il virus sia stato costruito in laboratorio come un’ arma biologica, ma alimenta il sospetto che possa essere sfuggito ai ricercatori mentre lo maneggiavano senza le precauzioni necessarie.
Trump ha confermato il sospetto, e il collega francese Macron ha detto al «Financial Times» che Pechino deve dare spiegazioni più chiare: «Sono avvenute cose che non conosciamo». Fonti dell’ intelligence americana hanno confermato che stanno indagando su questi sospetti, e ieri il segretario di Stato Pompeo ha rilanciato gli attacchi: «Stiamo ancora chiedendo al Partito comunista cinese di consentire agli esperti di entrare nel laboratorio di virologia di Wuhan, per determinare con precisione dove è originato il virus».
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha risposto così: «Vorrei ricordare che l’ Organizzazione Mondiale della Sanità ha ripetutamente dichiarato che non esistono prove del fatto che il virus sia stato costruito in laboratorio. Molti scienziati autorevoli hanno sconfessato la teoria che sia sfuggito dal laboratorio». La questione è stata discussa anche giovedì durante una telefonata tra i presidenti Xi e Putin, in cui il leader cinese ha detto che «la politicizzazione della pandemia è di detrimento per la collaborazione internazionale».
La questione ha senza dubbio un risvolto politico, e non a caso è coincisa con il blocco dei finanziamenti americani all’ Oms. Trump si trova davanti ad una grave crisi interna, tanto sul piano sanitario, quanto su quello economico, come dimostrano i tweet di ieri in cui ha incitato alla rivolta contro il blocco Stati come il Michigan, la Virginia e il Minnesota. Quindi in vista delle elezioni di novembre ha bisogno di rovesciare la responsabilità sugli altri, ossia Pechino per come ha gestito l’ epidemia, e l’ Oms perché è stata complice e non l’ ha fermata.
Il problema però è più grande della politica interna americana, come ha sintetizzato bene l’ ultima copertina dell’«Economist», chiedendosi se la Repubblica popolare stia vincendo la sfida geopolitica creata dalla pandemia, per scavalcare gli Usa come la superpotenza globale dominante.
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“Ho svelato il segreto cinese. Ma quanti silenzi in Italia”
Il direttore di TgCom24: “La notizia del virus nato in laboratorio a Wuhan arrivata da fonti di intelligence”
di Roberto Fabbri
Quasi tre mesi fa era il 25 gennaio il direttore di TgCom24 Paolo Liguori aveva dato un’indiscrezione clamorosa: il virus dell’epidemia che stava cominciando a dilagare in Cina poteva avere avuto origine da un laboratorio di ricerca militare situato proprio nella città di Wuhan, l’epicentro di un’emergenza sanitaria che nel giro di poche settimane è tracimata in tutto il mondo, trascinando anche il nostro Paese in una crisi drammatica.
Questa ipotesi, basata su fonti d’intelligence internazionali, in Italia è stata bollata di complottismo, con uso di toni talora sprezzanti da parte di ambienti sia scientifici, sia politici, sia mediatici. Ora però, dopo la pubblicazione sul Washington Post con la sua patente di nobiltà giornalistica assicurata dal blasone del caso Watergate di un’analisi del columnist Josh Rogin che rilancia i sospetti sul ruolo di un paio di laboratori di Wuhan (definiti altamente insicuri) nella possibile fuga all’esterno di coronavirus su cui venivano condotti esperimenti, l’argomento non solo è tornato di attualità, ma ottiene maggiore rispetto.
Paolo Liguori, adesso leggiamo sul «Corriere della Sera» che a parlare di fuga del virus da un laboratorio cinese non sono più solo i complottisti.
«C’è molto provincialismo in Italia su certi temi, evidentemente c’era bisogno che ne parlasse il Washington Post. Eppure anche loro certe informazioni le ottengono da fonti di intelligence, come abbiamo fatto noi. Per non parlare di altri provincialismi più bassi ancora, tipo quello secondo cui certe indiscrezioni possono essere vere solo se escono su Dagospia (ride). Ma lasciamo perdere. Seriamente parlando, un tema preoccupante è quello dei silenzi su questa vicenda, silenzi frutto di una enorme corruzione entrata nel costume del nostro Paese».
A cosa ti riferisci?
«Intendo dire che non si può stare contemporaneamente con l’Occidente e con la Cina, con il mondo libero e con quello di un aggressivo capitalismo di Stato. Faccio un esempio: dobbiamo evitare che in campo cibernetico dipendiamo dai cinesi, preferisco che i miei dati finiscano a Washington che a Pechino. Meglio morire americani che cinesi! In Italia sul tema delle responsabilità per la diffusione del Covid-19 c’è invece un silenzio agghiacciante, un tentativo impossibile di tenere i piedi in due scarpe. Dobbiamo renderci conto che il dopo-Covid sarà molto caldo, che la geopolitica sarà ridisegnata: e da che parte starà l’Italia? Tra i giornali, sono in pochi a non aver paura di esporsi e uno di questi, La Stampa, non a caso ha avuto un suo giornalista minacciato di morte».
Oltre ai silenzi dobbiamo registrare tante smentite alle «teorie complottiste». Cosa ne pensi?
«Abbiamo assistito a smentite immediate, assolute da parte di tanti virologi che non hanno portato prove. Ma osservo che abbiamo anche virologi italiani che firmano consulenze con i cinesi, e altri che in Italia hanno avuto cause legali e si sono rifugiati negli Stati Uniti, da dove pontificano. Dobbiamo ricordarci che a livello mondiale è un ambiente in cui la corruzione è diffusa, ci sono stati arresti eccellenti come quello del direttore del laboratorio di virologia dell’Università di Harvard, che trafficava con i cinesi. È un giro internazionale che il premio Nobel Luc Montagnier, che oggi afferma che il coronavirus è stato manipolato per un vaccino anti-Aids, conosce bene».
Che idea ti sei fatto della gestione cinese della vicenda?
«A Pechino dimostrano un terribile cinismo di Stato. Una volta scoppiato il caso, la loro intelligence avrebbe valutato che la Cina poteva trarne grandi vantaggi su un Occidente che si sarebbe ripreso più lentamente. Il loro sistema e i loro numeri gli permettono di infischiarsi delle perdite umane, mentre da noi un lungo lockdown porta danni irreversibili. Dobbiamo stare attenti alla Cina, loro vogliono metter piede da padroni nel Mediterraneo, e puntano ai nostri porti di Genova, Livorno, Bari e Venezia, che andrebbero protetti con la golden share».
Tornando a te, ti hanno ferito le critiche?
(Ride ancora) «Liguori è diventato un pazzo perché ha toccato un tema molto delicato. Ho subito un po’ di isolamento, ma solo qualche soggetto minore mi ha attaccato, qualche «personaggetto».
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leggi anche:

aggiornamento del 21 Aprile ore 02.10
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Puntata di approfondimento giornalistico “Quarta Repubblica” di Nicola Porro, andata in onda il 20 Aprile. Nell’ultima parte di scaletta si è parlato del tema “Tutti i dubbi sulla verità cinese“. Di seguito il link alla puntata intera. Purtroppo la redazione del programma mette a disposizione delle inutili clips che non rendono la discussione e la puntata intera. Vi invitiamo di andare alla visione dal punto 02.10.36 della timeline. Buona visione.
















