Il coronavirus ha fatto sparire le chiacchiere di cortesia

Ora che riprendiamo a incrociare i conoscenti, per caso al ristorante o presto si spera in spiaggia, certe vecchie care frasi sono diventate difficili da buttare lì a cuore lieve. «La pandemia ha ucciso lo small talk», ha scritto il new York Times

 

Candida Morvillo

 

Sembra futile a dirsi, ma fra le vittime del Covid19 ci sono anche le chiacchiere di cortesia, quel «parlare del più e del meno» che s’improvvisava al bar, per strada, negli incontri fortuiti a cene ed eventi, e che partiva con un «come stai?»/«benissimo, alla grandissima, tu?», e proseguiva con una sfilza di domande leggere leggere. Tipo: che fai di bello? Hai fatto qualcosa di divertente? Da quale parte del mondo torni? «La pandemia ha ucciso lo small talk», ha titolato il New York Times. Ora che riprendiamo a incrociare i conoscenti, per caso al ristorante o presto si spera in spiaggia, certe vecchie care frasi sono diventate difficili da buttare lì a cuore lieve. Un tempo, erano uno strumento sicuro per sentirsi vicini al prossimo e rilassarsi senza correre rischi.

Il rischio

Oggi, il pericolo è che a un «come stai?» l’altro risponda ringhiando «come vuoi che stia?», o che apra un cahier de doléances di cui non sentiamo il bisogno. Fare quattro chiacchiere era per alcuni un’arte, per altri qualcosa di detestabile, ma aveva un suo rituale e le sue ragioni, di educazione, d’intrattenimento e di naturale bisogno di stabilire connessioni e sentirsi parte di una comunità. Spendevamo innocue bugie, si finiva a parlare del tempo, erano solo a volte avvii di conversazioni vere e proprie. Oggi, rivedere qualcuno che conosciamo poco e buttarsi sul meteo suona straniante. E «a nessuno chiederemmo a bruciapelo se sta facendo qualcosa di divertente», dice il professor Carlo Galimberti, che dirige il Centro Studi e Ricerche di Psicologia della Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano. Con il rischio che l’interlocutore abbia perso persone care o tema di perdere il lavoro, la leggerezza a prescindere suona fuori registro. Deborah Tannen, che insegna linguistica alla Georgetown University, ha spiegato al New York Times «ovunque, nel mondo, è scortese esprimere un disagio esistenziale appena ci s’incontra, ma la pandemia ha infranto questa regola d’oro».

Tutto scontato

Prima, potevamo dare per scontato che tutto andasse bene, oggi tocca dare per scontato che tutto vada male. Nel dubbio, non c’è spazio per l’artificio. Siamo portati ad aprirci di più. Forse, le chiacchiere di cortesia sono più oneste di quanto siano mai state. Il professor Galimberti non ne fa tanto una questione di onestà, ma di sicuro, osserva, «siamo tutti chiamati a una maggiore attenzione e a un maggior rispetto dell’interlocutore». Anche lui pensa che «le quattro chiacchiere di una volta sono morte», però, assicura, non è finita la piccola conversazione: «Un virus non cambia migliaia di anni di pratica culturale. Piuttosto, sono cambiati i contenuti. Siamo in difficoltà a usare gli stessi argomenti, ma magari chiediamo “che serie hai visto in questo periodo?”». E spiega che lo small talk è come un ring con quattro angoli: «Il contenuto, la relazione fra le due persone, i riferimenti al contesto e la costruzione di sé attraverso l’interazione. In questa costruzione della soggettività è successo qualcosa di interessante: ora che il contenuto ha maggiore gravitas, stiamo più attenti a presentarci come persone più serie e sensibili».

La concentrazione

Siamo anche costretti a conversare con più concentrazione. Spiega Galimberti: «Prima, chiacchieravamo con gli occhi distratti e il cervello mezzo spento, ora, devi tenere le orecchie drizzate per cogliere gli umori e reagire a risposte nuove. La conversazione è sempre imprevedibile, oggi, lo è di più». Inoltre, stare a un metro di distanza non aiuta, «c’è la tendenza centripeta ad avvicinarsi agli altri e i dialoghi sono diventati balletti», nota il professore. E se la mascherina nasconde sorrisi e smorfie, annullando quasi la comunicazione paraverbale, «restano il linguaggio degli occhi, il tono e il volume di voce, i gesti, la prossemica. Insomma, oggi siamo più obbligati a fare attenzione a quello che l’altro dice». Il che risulta anche un esercizio utile in generale per allenarsi ad ascoltare meglio.