Elly, la coraggiosa

Nata in Svizzera da madre italiana e padre americano, si era impegnata in “OccupyPd”, la campagna di protesta contro i 101 che mandarono a monte l’elezione di Prodi al Quirinale nel 2014, prima di candidarsi alle Europee lo stesso anno.

È lei, l’ ex eurodeputata che pochi giorni fa ha dato filo da torcere a Salvini incalzandolo con una serie di domande sul suo operato a Strasburgo, quando anche il leader della Lega era deputato europeo, la record-woman assoluta delle elezioni in Emilia-Romagna: Elly Schlein, classe 1985, entra nel nuovo consiglio regionale dopo aver raccolto 22mila preferenze nei tre collegi in cui era candidata, stravincendo a Bologna con quasi 16mila voti, più di quelli raccolti da big del Pd come il vicepresidente della Regione Raffaele Donini, che ne ha presi 13.800.

Il fatto è che la neanche 35enne neoconsigliera non appartiene al “partitone”, ma a una lista minore che sosteneva Bonaccini, “Emilia-Romagna coraggiosa”, che ha messo insieme solo il 3,8% dei voti. «È un risultato che mi onora e mi commuove, e che riconosce i cinque anni di lavoro fatti all’ Europarlamento», ha commentato Schlein, che ha dato voce alle forze a sinistra del Pd che appoggiavano il presidente uscente.

Nata in Svizzera da madre italiana e padre americano, si era impegnata in “OccupyPd”, la campagna di protesta contro i 101 che mandarono a monte l’ elezione di Prodi al Quirinale nel 2014, prima di candidarsi alle Europee lo stesso anno. A San Giovanni in Persiceto, neanche una settimana fa, ha rinfacciato pubblicamente a Salvini le sue assenze alle riunioni sui negoziati per l’ accordo di Dublino.

romano prodi con elly schlein

Ora festeggia la propria elezione trionfale in consiglio regionale: «Siamo riusciti nel tentativo di aggiungere a questa coalizione un pezzo importante, per rimotivare una parte di elettori che in questi anni sono rimasti senza casa. Credo sia un’ interessante premessa per il futuro. Abbiamo messo insieme una cultura ecologista, progressista e femminista».

Meditate gente, meditate ……..

Occupy Pd, chi sono e cosa vogliono gli indignados del Pd

Fabrizia Argano, 10 Maggio 2013

Si sono dati appuntamento alle nove, un’ora prima dell’inizio ufficiale dei lavori, e saranno facilmente riconoscibili, tutti con la stessa maglietta: “PD = più di 101″. Sono pronti i giovani militanti di Occupy Pd per dire in faccia a tutti i big che arriveranno domani all’assemblea nazionale alla Fiera di Roma che il Partito Democratico così com’è oggi non va.

Erano passati agli onori delle cronache nelle scorse settimane, quando per dissentire dalla linea di Pier Luigi Bersani & Co. sul Quirinale avevano occupato le sedi locali del Pd, da Torino a Varese, da Cagliari a Bari, al grido appunto di OccupyPd. Li abbiamo visti ogni lunedì, ospiti di Corrado Formigli a Piazza Pulita. Ora si preparano per la prima manifestazione di protesta su scala nazionale, in contemporanea all’assemblea da cui dipendono le sorti stesse del partito.

Tre i punti chiave del loro programma sintetizzati in un documento che presenteranno domani e che sperano possa essere preso in considerazione dai delegati, magari da Pippo Civati o da Laura Puppato, i democratici che si sono dimostrati più sensibili alle loro istanze:

– Reset della classe dirigente
– Convocazione di un congresso aperto con primarie
– Chiarezza su tempi e impegni nel governo Letta-Alfano

Gli indignados del Pd non hanno mai accettato il cambio di linea del partito che ha scelto di fare un governo con il Pdl, una scelta frutto di una riunione lampo della direzione, non legittimata da alcuna dinamica assembleare: “Noi non accettiamo che il Partito Democratico si metta a ripensare le istituzioni con una forza politica che le ha sempre utilizzate per i soli interessi personali di chi la guida”.

La loro proposta di azzeramento della dirigenza nazionale e locale li vede molto lontani dai nomi che circolano a Largo del Nazareno per la segreteria in queste ore, da Anna Finocchiaro a Vannino Chiti. La loro istanza di rinnovamento generazionale si sposa meglio con quello di Roberto Speranza ma non è questo il punto.

Perché ai ragazzi di Occupy Pd importano poco i nomi o le correnti, essere dalemiani, bersaniani, renziani, ma la modalità di elezione. Per questo chiedono che il nuovo segretario sia eletto con lo strumento delle primarie: “Vogliamo un Congresso per tesi politiche, e non per persone. La nostra non è una corrente, né un gruppo a sostegno di questa o di quella mozione congressuale. Chiediamo soltanto che si discuta nel modo più franco e inclusivo possibile del modello di Paese e di Partito che vogliamo. Chiediamo pertanto di invertire l’ordine di discussione delle varie mozioni congressuali, e cioè che i Circoli eleggano i loro rappresentanti di tutti i livelli”.

E poi tutti a Prato il 19 maggio, quando ci sarà la prima riunione nazionale di OccupyPd.

 

Schlein, la paladina delle Sardine al convegno con uno dei killer di Tobagi

La neo vice di Bonaccini nel 2018 all’incontro dei filopalestinesi con un ex terrorista del commando che uccise il giornalista

Buona, brava e naturalmente «coraggiosa», proprio come il nome della sua lista. Elly Schlein è la nuova stella della sinistra-sinistra, ha incassato il pieno di preferenze in Emilia-Romagna (22.098) e per questo ieri è stata nominata vicepresidente della giunta regionale.

«Elly» è una sardina al cubo: ha nel suo sito una foto con Romano Prodi ed è sorridente come Mattia Santori, l’altro anti-Salvini, che ieri ha incontrato il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano e presto vedrà forse il premier Giuseppe Conte. Elly però di politica ne capisce: nonostante la giovane età l’ha masticata già parecchio nel mondo da cui arriva, quello a cavallo fra Nichi Vendola e Pippo Civati. Qualcuno quindi guarda alla sua santificazione con una buona dose di scetticismo, e pensa che se le sue priorità sono davvero i diritti, il femminismo e il contrasto dell’odio, Elly avrà il suo bel daffare anche fra compagni e amici dei compagni.

Circola in questi giorni in rete il «volantino» della sua partecipazione al 16° convegno dei palestinesi in Europa, celebrato il 29 aprile 2018 ad Assago (Milano). Illustrando il programma ne aveva dato notizia l’imam di Segrate, Ali Abu Shwaima, noto per aver dichiarato che per una donna non è molto decoroso andare in bicicletta. L’imam aveva indicato fra gli organizzatori l’associazione dei palestinesi in Italia, la stessa che aveva organizzato le discusse manifestazioni anti-Israele del dicembre 2017 a Milano.

Elly ad Assago era stata annunciata in un «panel» dedicato all’«ingerenza» di Trump e a «Gerusalemme capitale di Palestina», con altri deputati di sinistra, fra cui Maria Pia Pizzolante, che fra l’altro alla Camera aveva già convocato una conferenza stampa con una delegazione dell’Api di cui faceva parte Sulaiman Hijazi, apparso alla manifestazione delle sardine a San Giovanni. Fra i partecipanti al congresso di Assago, nel volantino ancora reperibile on line compare anche un referente del movimento Bds, quello che propone il boicottaggio dello stato ebraico. E compare l’«attivista» Francesco Giordano, che in questi anni si è messo in evidenza per gli appelli alla contestazione della Brigata ebraica al corteo del 25 aprile. Come hanno ricordato in una di quelle occasioni gli «Amici di Israele», Giordano ha fatto parte della «Brigata XXVIII marzo», responsabile dell’omicidio del giornalista Walter Tobagi. Sono passati 40 anni e Giordano ha scontato la pena. Di recente si era parlato di lui per un attacco a testa bassa rivolto a Lele Fiano, deputato Pd ed ex presidente della Comunità ebraica milanese, che resta bersaglio di farneticanti polemiche, come Roberto Cenati, presidente dell’Anpi Milano e come il sindaco Beppe Sala. Ma di recente ha definito la Schlein «una truffa». Oggi Giordano inneggia alle foibe e partecipa alle iniziative filo palestinesi e anti-israeliane, comprese quelle del dicembre 2017. Allora si parlava di Gerusalemme capitale d’Israele e il 9 dicembre, va ricordato, furono gridati slogan jihadisti e antisemiti, nonché insulti allo stato ebraico, come il 16 quando lo stesso Shwaima aveva parlato al megafono, infuocando i partecipanti e invocando una «intifada nuova contro questo progetto».

 

 

Daniela Coli, 30 Novembre 2008

Chi ha ucciso Walter Tobagi?

Brigata 28 marzo, il terrorismo dal volto borghese

 

“Ragazzi di buona famiglia” è un libro sulla Brigata 28 marzo, responsabile dell’assassinio di Walter Tobagi. L’autore è Fabrizio Calvi, un giornalista che ha seguito per Libération il fenomeno del terrorismo italiano, amico di Guido Passalacqua (il giornalista di Repubblica gambizzato da Marco Barbone e dai suoi amici pochi giorni prima dell’assalto a Tobagi), ha conosciuto molte delle vittime e incontrato più volte i giovani di cui scrive. Ha letto verbali e ha perfino vissuto a sua insaputa a fianco di un terrorista e nella casa romana che sarebbe diventata un quartiere generale dell’eversione. Conosce bene il mondo del terrorismo negli anni ’70, le tante formazioni terroristiche nate in quegli anni, il ruolo di Prima Linea, nata in Lombardia, ma radicata anche in Emilia, Toscana e Lazio e nel Sud.

Accanto alle Brigate Rosse si muoveva una massa di persone, con una vita apparentemente normale, come Marco Donat Cattin, bibliotecario che prendeva regolari permessi per commettere azioni come l’uccisione del giudice Alessandrini. Lo stesso Barbone, capo della 28 marzo, principale responsabile della morte di Tobagi, continuava tranquillamente a vedere i suoi, come Paolo Morandini, figlio del noto critico cinematografico. Morandini aveva nascosto le armi nella casa di campagna del padre e solo dopo l’arresto di Barbone non dormirà più dai genitori: verrà arrestato a un appuntamento con la madre che gli stava portando un ricambio di banchiera.

Calvi rivela gli antagonismi fra le varie organizzazioni terroristiche e soprattutto l’enorme numero di rapine compiute da Barbone e i suoi per accreditarsi con Prima Linea, comprare armi, ma anche per andare in vacanza. Le rapine, come i continui furti di auto, sono descritti con estrema precisione, così come gli attentati ai distributore del Corriere, gli attacchi ai vigili urbani, gli allenamenti a tiro a segno, la grande voglia farsi notare nella galassia terroristica. C’è poca ideologia nei personaggi di Calvi, che, a parte l’estrazione sociale, non sono diversi nei comportamenti dai componenti della banda della Magliana. Le organizzazioni terroristiche compivano delitti comuni come rapine e sequestri, si riunivano per stabilire un bilancio annuale, pagare i clandestini, comprare armi e immobili, avviare attività commerciali di copertura, utili soprattutto per stampare riviste, comunicati e volantini. I soldi, più delle ideologie, erano essenziali al terrorismo e nel libro le discussioni e i litigi tra le varie organizzazioni sono per i soldi, non sull’ideologia.

Dal lavoro di Calvi si comprende anche come l’Emilia e la Toscana siano state centrali nella storia del terrorismo. Nel ’77 Corrado Alunni e Barbone partono emozionati da Milano per un riunione nazionale a Firenze e viaggiano in treno con un bottino di ventidue milioni, frutto di una rapina al Credito Commerciale di Cremona. La riunione è nel centro di Firenze. Non resistono al piacere di esibire la refurtiva a Donat Cattin, figlio del ministro democristiano, il quale ordina loro di metterli nella cassa comune.

Calvi descrive le goffaggini dei ragazzi di buona famiglia, come quando la fidanzata di Barbone lascia il passaporto sul luogo di un attentato. Se non fossero figli di un dirigente editoriale della Rizzoli come Barbone o di un critico cinematografico come Morandini, sarebbero solo degli spostati, piccoli gangster, non diversi dai comuni criminali, esibizionisti e megalomani. Leggono i testi delle Brigate Rosse, regolarmente pubblicati dalla rivista “Controinformazione” in eleganti caffè del centro di Milano, ma più per acquisire il linguaggio per scrivere le rivendicazioni o imporsi nelle riunioni. Conoscono bene l’ambiente dei giornalisti e prendono di mira giornalisti come Pansa, Passalacqua e Tobagi, perché erano di sinistra e si erano schierati con lo Stato dopo il sequestro Moro. Passalacqua conosceva bene il movimento, l’acqua in cui nuotavano i pesci, Paolo Morandini lo aveva incontrato nel salotto di famiglia, la fidanzata di Barbone aveva lavorato con lui, era facile colpirlo. Lo gambizzarono nel suo appartamento fingendosi poliziotti per farsi aprire. Tobagi fu invece ucciso il 28 maggio 1980. Tobagi era giovane, intelligente, un inviato di punta del Corriere ed era presidente dell’associazione dei giornalisti della Lombardia. Dopo il delitto, euforici i ragazzi della 28 marzo terrorizzano giornalisti finché non vanno in vacanza dopo aver compiuto un’ultima rapina per autofinanziarsi l’estate.

Barbone viene arrestato il 25 settembre, mentre stava facendo il militare, a casa della fidanzata durante un permesso: aveva lasciato troppe tracce e ignorato le telecamere dell’ultima banca rapinata. Si pente il 4 ottobre, rinnega la lotta armata, denuncia un centinaio di terroristi, perché gli viene fatto capire che è l’unica possibilità di cavarsela. Se la caverà con un processo che gli concede la libertà immediata. Al processo furono ignorate le numerose rapine ai danni di molte banche, le auto rubate, gli atti di vandalismo, i sabotaggi, le intimidazioni. Calvi ci dice tutto sulle rapine, racconta tutto sugli incontri clandestini, sulle città e le case frequentate da Barbone e i suoi amici, ma si sbriga in poche pagine di ciò che accade dall’arresto il 25 settembre al pentimento del 4 ottobre. Forse però i pochi giorni necessari per “pentirsi” dimostrano quanto poco contasse l’ideologia e quale ruolo considerevole avesse giocato in tutta l’attività della 28 marzo il folle esibizionismo di un gruppo di ventenni in cerca di avventure e potere. Non erano samurai invincibili, aveva scritto Tobagi.

Sul delitto Tobagi rimangono zone d’ombra e nebbia sulle complicità di amici e i conoscenti della 28 marzo. Calvi ci dice tutto della dinamica delle rapine, conosce bene i componenti della 28 marzo, ma non ci dice cosa facevano e chi vedevano quando non facevano rapine o incontri clandestini con Prima Linea, ma sarebbe necessario un altro libro per descrivere il clima di quegli anni. Decidono di ammazzare Tobagi nell’ appartamento comprato dal padre a Daniele Laus, studente di architettura a Firenze, che viveva a due passi dai genitori a Milano. Calvi sostiene che furono Barbone e Laus a decidere di uccidere Tobagi, mentre gli altri volevano solo gambizzarlo. Barbone e Laus avevano raccolto notizie su Tobagi e sapevano che in futuro avrebbe ricoperto funzione direttive al Corriere e per questo doveva essere ucciso. “L’affare Tobagi – per Calvi – è un affare di famiglia”, perché i padri di Morandini e Barbone erano uomini della stampa, su posizioni diverse da quella di Tobagi, che era socialista e sappiamo della guerra civile interna alla sinistra. Per Calvi sarebbe riduttivo però risolvere la faccenda con la responsabilità dei padri. Dopo l’assassinio del vicedirettore de La Stampa Casalegno, Tobagi intervistò il figlio Andrea, militante di estrema sinistra. Il titolo dell’intervista era: “Non bisogna disertare, bisogna denunciare”. Fu quell’articolo a far detestare Tobagi nell’area della sinistra milanese che guardava con simpatia ai terroristi, anche se di ammazzare Tobagi, secondo Calvi, si era parlato più volte a Milano. Dopo l’intervista ad Andrea Casalegno forse se ne parlò con più convinzione. E dalle parole si passò all’azione.