È nato il super Stato franco-tedesco

La leader di Fratelli d’Italia vuole vederci chiaro sul Recovery fund: “Ci sono problemi di metodo e di merito”. E rilancia la protesta: “Uniti contro questo governo”

Luca Sablone

Ma ci si rende conto che, con l’uscita della Gran Bretagna, l’Italia è essenziale per tenere viva l’Europa? Non ci fanno un piacere, senza di noi è finita“.

Giorgia Meloni non usa giri di parole per tuonare contro l’Ue, dopo l’intesa raggiunta tra Francia e Germania sul Recovery fund. Ma l’accordo tra Emmanuel Macron e Angela Merkel – volto ad arricchire il bilancio europeo pluriennale tramite uno strumento “ambizioso, temporaneo e mirato” da 500 miliardi – non ha convinto del tutto la leader di Fratelli d’Italia. E proprio per questo vuole vederci chiaro: “Ci sono problemi di metodo e di merito“. E definisce la situazione “surreale” poiché effettivamente si sta discutendo di ciò che i due Paesi hanno deciso “nell’ambito del loro trattato di Aquisgrana che nulla ha a che fare con l’Europa“. Pertanto a suo parere è da valutare come un patto “per una sorta di ‘super-Stato‘ all’interno della Ue che si muove non per fare beneficienza, ma per interessi dei rispettivi paesi“.

La proposta di Fd’I è stata precisa fin da subito: sicuramente il Recovery fund – tra tutti gli strumenti di cui si era parlato – è quello che convince di più, ma in realtà la richiesta principale è che la Bce acquisti illimitatamente titoli di Stato. “Uno Stato emette questi ‘bond patriottici’ con rendimento basso ma durata anche cinquantennale, trasferibili, non tassati, allettanti per i risparmiatori. L’invenduto viene acquistato dalla Bce“, ha spiegato. E va detto che l’ultima emissione di titoli di pochi giorni fa dedicata all’emergenza “ha avuto grande successo, questa è la via“. L’ex ministro per la Gioventù comunque continua ad avere perplessità sul Recovery fund, anche perché Gentiloni aveva parlato prima di 1600 miliardi, poi di 1000, mentre ora siamo arrivati a 500. “Si tratta di soldi a fondo perduto o prestito? Chi e come li mette? E quanto spetta davvero all’Italia? Tutto poco chiaro per valutare e, soprattutto, per esultare come alcuni fanno“, si interroga.

Il centrodestra unito

Per il governo giallorosso oggi è una giornata cruciale: questa mattina al Senato arriveranno due mozioni di sfiducia contro Alfonso Bonafede, con Italia Viva che potrebbe innescare la crisi qualora dovesse votare a favore. L’opposizione ha però le idee chiarissime: “Una crisi sarebbe un fatto gravissimo. Ma per noi un ministro che dà segnali di debolezza come quello di far uscire di galera i boss mafiosi proprio dopo le rivolte in carcere, è un pericolo se resta al suo posto“. E Fratelli d’Italia potrebbe votare pure quella presentata da Emma Bonino: “Non ne condividiamo parte dei contenuti, ma se avremo la certezza che anche un pezzo della maggioranza la vota, non faremo mancare i nostri voti per sfiduciare Bonafede“.

Rodolfo Parietti

Non più di 500 miliardi di euro. Da rimborsare. Germania e Francia riprendono il pallone in mano e lo riportano nel proprio cortile. Gli altri, a cominciare dall’Italia, neppure convocati per una sgambata.

Angela Merkel ed Emmanuel Macron tornano a dettare la linea, e sull’asse Berlino-Parigi si delineano le fattezze del futuro Recovery Fund. Ben diverse, per entità e condizioni, rispetto a quelle richieste la scorsa settimana, a larga maggioranza, dall’Europarlamento. Bruxelles chiedeva una dotazione di 2mila miliardi da spalmare soprattutto sul versante dei grants, cioè i quattrini a fondo perduto, lasciando una fetta più piccola ai loans (i prestiti). È uno scatto in avanti che mette una seria ipoteca sull’Ecofin di oggi, chiamato a smussare anche le divergenze attorno agli aiuti della Bei (in particolare la questione spinosa delle garanzie fornite dai singoli Stati membri). Fonti vicine a Palazzo Chigi parlano tuttavia di «trasferimenti» invece che di prestiti e di «un buon punto di partenza» da cui si può iniziare per rendere questa somma «ancora più consistente».

Il patto ricompone – se mai c’è stata davvero – la frattura fra l’Eliseo e il Reichstag dopo il j’accuse dello scorso 23 aprile, quando il presidente francese aveva puntato l’indice contro quei Paesi che usano l’Unione per esportare e avere manodopera a basso costo. Ieri, invece, già nel primo pomeriggio risultava convocata una videoconferenza stampa congiunta, segno inequivocabile di un’intesa trovata sul punto, dopo l’approvazione del contestato Mes, più divisivo. L’Europa deve rimanere unita: a questo scopo – ha annunciato la Cancelliera – proponiamo di mettere insieme un fondo temporaneo di 500 miliardi da mettere a disposizione delle spese necessarie per sostenere l’economia colpita dal coronavirus. Macron, dopo aver indicato come sia necessario erogare finanziamenti ai settori e alle regioni più colpite, fra cui il turismo italiano, ha subito toccato un punto dolente: le risorse dovranno essere rimborsate, non dai destinatari dei prestiti, ma dagli Stati membri. La Merkel ha fatto riferimento al bilancio Ue come fonte da cui attingere le risorse.

Insomma, linee-guida già ben delineate sugli aspetti più controversi e rimarcate da Macron nel rivendicare la primazia franco-tedesca rispetto agli altri 25 dell’Unione. Non è un accordo dei 27 Paesi dell’Unione europea, è un accordo franco-tedesco – ha detto – . Ma non c’è accordo fra i 27 se prima non c’è un accordo franco-tedesco. L’immediato apprezzamento per la proposta costruttiva espresso dalla tedesca Ursula van der Leyn, lascia intuire che il piano della Commissione Ue sul Recovery Fund, pronto il prossimo 27 maggio, non scantonerà di molto dalle indicazioni di Berlino e Parigi. La stessa van der Leyn sembra intenzionata a ripartire le risorse anche in base alle riforme ritenute necessarie in ogni Paese e che già potrebbero essere contenute nelle raccomandazioni specifiche, le cosiddette Csr (Country specific recommendations), che arriveranno domani.

A parte l’impalcatura del Recovery Fund, destinata a sollevare polemiche non fosse altro per la solita conventio ad escludendum di matrice franco-teutonica, la Merkel e Macron hanno anche dettagliato il tipo di Europa che hanno in mente. Un continente in grado di affrancarsi, sotto il profilo tecnologico e di attenzione ai temi ambientali e della biodiversità, da Usa e Cina. Il Covid-19 ha colto l’Unione di sorpresa: carenza di mascherine, apparecchiature per rianimazione e ventilazione insufficienti, carenza di personale ospedaliero. Non dovrà più succedere. Serve un nuovo modello, in grado di andare oltre l’emergenza pandemica e di ridurre – ha spiegato il presidente francese – la nostra dipendenza dall’esterno in settori strategici, come la produzione di medicinali, migliorare la protezione delle aziende, combattere gli investimenti predatori e trasferire gli investimenti chiave in Europa. Un’altra picconata alla globalizzazione.

Michele Di Lollo

Da Berlino è in arrivo una nuova lista di tasse che potrebbero “colpire” tutti i Paesi dell’Unione. Nell’incontro con il presidente francese, Emmanuel Macron, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha proposto un’emissione di bond comuni da 500 miliardi di euro.

È arrivata l’era degli Eurobond? Si chiede mezza Europa. In questo modo l’Ue si indebiterebbe sui mercati per distribuire ai Paesi più colpiti dal coronavirus risorse da spendere in investimenti in alcuni settori come l’ambiente (il cosiddetto green new deal) o il digitale.

Si parla di un “Emission Trading Scheme” (le aziende pagano per quanto inquinano), spiega il Corriere della Sera. Si fa riferimento alle tasse da far pagare ai colossi digitali e a una tassa societaria minima europea, in contrasto ai paradisi fiscali di Olanda o Irlanda. Per l’Italia significa più risorse europee per investimenti pubblici (cosa positiva). Ma attenzione, cosa ci chiederà in cambio l’Ue? Più controlli di Bruxelles su un principio di fondo: se vuole ricevere i trasferimenti di bilancio, il Paese deve mettersi in grado di spenderli con più efficienza. E questo aspetto apre una prateria di interrogativi.

A muovere i due leader ci sono varie ragioni. In primis, i paletti posti dalla Corte di Karlsruhe (la Corte costituzionale tedesca) alla Bce. Qualcosa che ha convinto la Merkel a muoversi: tocca a lei assumersi più responsabilità finanziarie per stabilizzare l’area euro. Poi c’è la minaccia delle agenzie di rating che inizia a preoccupare anche la Francia.

Di tasse europee si era già parlato nelle scorse settimane. La Germania accelera anche su una tassa sulle transazioni finanziarie. Quella comunemente nota anche come Tobin Tax. In una lettera al commissario europeo per gli Affari economici, Paolo Gentiloni, il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, era tornato negli ultimi giorni di aprile a spingere sul suo progetto per un’imposta europea. Questo tema è in discussione da anni nell’Ue. All’inizio di quest’anno, Scholz aveva proposto un’aliquota dello 0,2 per cento sull’acquisto delle azioni delle grandi società. L’obiettivo è finanziare l’aumento della pensione minima di base in Germania, che entrerà in vigore nel 2021 per 1,4 milioni di destinatari con una spesa stimata di almeno 1,3 miliardi di euro. L’imposta europea sulle transazioni finanziarie dovrebbe garantire alla Germania entrate per 1,5 miliardi di euro all’anno. Tuttavia, l’Austria e altri Stati membri respingono il progetto.

La proposta tedesca ha sollevato numerose critiche: assoggettare a imposizione solo gli acquisti di titoli azionari (escludendo, ad esempio, i derivati e altri titoli non assimilabili alle azioni ordinarie) farebbe poi venire meno la funzione dell’imposta, quale freno a operazioni eccessivamente speculative. In Italia una tassa sulle transazioni esiste già, ma di fatto con una nuova imposta europea il rischio è che questa possa crescere e possa anche riguardare alcuni settori ancora risparmiati dalla batosta fiscale. In soldoni: altri tributi. Cosa che, per un Paese già fortemente tassato, non è proprio il massimo.

Ma torniamo all’idea del fisco comune. Olanda, Austria, Danimarca e Svezia continueranno a opporsi all’idea franco-tedesca, per il momento. Italia, Spagna, Portogallo continueranno a chiedere di più. Ma cosa c’è dietro il nuovo debito europeo, chi lo finanzia e come? Macron si è limitato a dire che il denaro “può essere rimborsato dagli Stati membri, da contributi su cui potremmo scegliere di decidere più avanti o da un altro meccanismo”. Tutto è ancora da decidere. Ma gli indizi che la Germania e la Francia stiano riflettendo a nuove forme di tassazione europea, non più solo nazionale, sono chiari.