
Elena Tebano
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Il paesino di Ischgl nel Tirolo austriaco è stato uno degli epicentri dell’epidemia di Covid-19 in Europa. Relativamente poco noto in Italia, è stato ribattezzato l’«Ibiza delle Alpi», perché negli anni è diventato un centro per il divertimento invernale, teatro di feste ed eventi di massa. Quanto abbiano contato nel favorire la propagazione del nuovo coronavirus tra i visitatori provenienti da tutta Europa questo modello di turismo e l’economia che genera – accusata da molti di essere anche il motivo per cui le autorità non hanno preso misure per limitare le infezioni – è evidente nelle foto che un fotografo tirolese, Lois Hechenblaikner, ha scattato nell’arco di 27 anni. E che ora sono state pubblicate in un volume intitolato appunto Ischgl. Immagini spesso «ripugnanti», come le definisce il settimanale Zeit, dalle quali emerge un modo di vivere la montagna ad alto impatto sociale ed ambientale, in cui gli eccessi non sono l’eccezione, ma la regola, e il motore del divertimento post-sciistico sono alcol, sesso e denaro. È un turismo senza rispetto per la salute dell’ambiente e delle persone: non sostenibile per definizione.
“Ho cercato di decifrare il codice genetico di Ischgl – ha spiegato Hechenblaikner a Bayerischer Rundfunk-. Mi sono sempre chiesto: perché la gente ha bisogno di tutto questo? Allo stesso tempo, so che non ho il diritto di fare il moralizzatore e rimproverarli. Al contrario come fotografo cerco di essere il più neutrale possibile e di lasciare le persone al loro divertimento». Divertimento che include, come sintetizza Die Zeit, montagne di spazzatura lasciate sulla neve; un sacco di bambole gonfiabili «con oggetti infilati in tutti i buchi disponibili»; l’ultimo modello di Porsche, che si erge in un’enorme teca di vetro in mezzo alle piste da sci; fatture della «baita dello champagne» da 2.990 euro a bottiglia («ne ho viste anche da 55 mila» racconta Hechenblaikner); uomini e donne con i pantaloni bagnati dopo essersela fatta addosso perché hanno bevuto troppo; persone che giacciono prive di senso nella neve in mezzo a gigantesche discariche di bottiglie. Il principio in base a cui tutto è organizzato lo enuncia il proprietario di un albergo di Ischgl, citato nell’appendice del libro: per attirare nuovi clienti – spiega – «bisogna pensare con il pene». Cioè come pensano quei clienti.

Hechenblaikner ha portato avanti un’osservazione di lungo periodo dell’industria del turismo a Ischgl che gli ha permesso di documentare la trasformazione di questo ex villaggio di contadini, un tempo poverissimo, in una zona ricca. Ischgl ha fatto i soldi offrendosi come “valvola per il rilascio della pressione” dei turisti, soprattutto tedeschi, in generale nordeuropei. Persone che vivono in società meritocratiche ma per questo molto competitive e prestazionali e poi vanno lì a liberare lo stress accumulato durante l’anno. E questo vale «sia per i dirigenti che per i semplici lavoratori. L’abbigliamento da sci li rende uguali». Saltano anche le distinzioni di classe. «Senza dubbio Ischgl ha un fantastico comprensorio sciistico e ottimi impianti di risalita – dice Hechenblaikner -. Ma ciò che è stato aggiunto è questa incredibile dimensione del turismo alcolico e delle feste». L’alcol permette agli ospiti di sfogarsi e li fa diventare meno controllati anche nelle spese, cosa che i padroni di casa austriaci hanno capito benissimo: «Hanno sviluppato un istinto quasi animale che permette loro di trattare queste persone imprigionate in modo tale che si lascino andare».
Hechenblaikner non condanna i tirolesi: sa che vengono da una povertà estrema, in cui l’unica economia era quella di un’agricoltura di sussistenza, e che senza turismo non potrebbero vivere. Da tirolese si chiedere però «in quale mondo delirante, in quale inganno vivono i tirolesi? Come si descrivono? Qual è la percezione di sé e qual è la percezione degli altri?». E ancora: «cosa succede quando un bambino cresce a Ischgl, che impressione ha degli ospiti? Sono mostri, pazzi, completamente senza limiti? Se io, come abitante del posto, devo avere paura quando i miei figli passeggiano per il villaggio, allora c’è qualcosa di malato». Se tutto è orientato al consumo (la natura, l’ambiente, le relazioni sociali) a lungo andare tutto è spendibile, anche la salute delle persone, come ha dimostrato il ritardo nel chiudere la stazione sciistica dopo che era diventata un focolaio di contagio.
Per questo la crisi e lo stop portati dall’epidemia di coronavirus sono anche un’occasione: permettono “una profonda pausa di riflessione” per pensare a come gestire il turismo in modo che sia più rispettoso delle persone e dell’ambiente. «Questo è il momento giusto per fare il punto della situazione. Il libro è una camera d’eco visiva, uno specchio della coscienza con i mezzi della fotografia, che i tirolesi devono guardare» aggiunge Hechenblaikner. Finora non lo hanno voluto fare. E anzi hanno ostracizzato il fotografo, che è originario di Alpbach, poco lontano da Innsbruck: «Non ho una vita divertente – racconta -. Vivo un’esistenza molto, molto isolata. Nel villaggio sono chiaramente un completo outsider. Nostro figlio maggiore va a scuola all’estero anche per questo motivo. È dura. Devi essere in grado di sopportarlo. Ma ho sempre creduto nel mio lavoro». Chissà se adesso qualcosa cambierà.

