speciale di Giuseppe De Lorenzo e Marco Vassallo
Studi di settore, tasse, contributi e ritardi nei pagamenti: ecco perché le partite iva sono a rischio povertà. E lo Stato continua a tartassarle
Giuseppe De Lorenzo, Marco Vassallo per
Qualcuno le chiama “i donatori di imposta”. Altri “l’àncora di salvezza dell’Inps”. Altri ancora il “bancomat dell’esecutivo”. E in fondo sono tutte definizioni azzeccate. Le partite Iva sono, e si sentono, l’ultima ruota del carro nelle attenzioni dei vari governi.
Mal rappresentate, vessate, tassate e tartassate, con pochi diritti e molti doveri (fiscali). “Non basta un articolo per elencare tutti gli svantaggi di autonomi e commercianti rispetto agli altri lavoratori”, sorridono quasi in coro i diretti interessati.
Partite Iva a rischio povertà
E pensare che la retorica (politica e mediatica) ha sempre riconosciuto nelle partite Iva e nelle Pmi il “motore dell’Italia”.
C’è da crederci. A giugno 2017 la Cgia di Mestre calcolava 2.483.088 autonomi o imprese individuali. Solo nel 2016 ne sono state aperte 502mila: in maggioranza sono persone fisiche (71%), poi vengono le società di capitali (23%) e le società di persone (5,3%). Eppure chi decide di aprire la partita Iva non è più destinato a brindare con lo champagne. Anzi. Sebbene tra il 2013 e il 2015 il reddito medio sia aumentato di 2.600 euro, la media nazionale resta ancorata ad appena 26.248 euro annui. Negli ultimi 8 anni hanno chiuso quasi 158.000 imprese attive tra botteghe artigiane e piccoli negozi di vicinato, lasciando disoccupati circa 400.000 addetti. Senza considerare che tra il 2008 e il 2014 il profitto delle famiglie con fonte principale da lavoro autonomo ha perso oltre 6.500 euro (-15,4%) e che il 25,8% di queste vive al di sotto della soglia del rischio povertà calcolata dall’Istat.
Qualche eccezione esiste, certo. Se la passano meglio i milanesi (38.140 euro) rispetto a chi nasce a Vibo Valentia (15.479). In generale, comunque, non proprio dei nababbi. Soprattutto se si pensa che spesso il lavoro è variabile, va rincorso ogni giorno e il rischio di impresa è elevato. Rispetto al passato, oggi gli autonomi stanno conoscendo un processo di “proletarizzazione” della professione: crollo dei redditi, aumento della precarietà e intermittenza lavorativa. “Fino ad una decina di anni fa aprire una partita Iva era il raggiungimento di un sogno: un vero status symbol”, fa notare la Cgia. Oggi invece la via dell’indipendenza non è più una scelta di vita, ma un obbligo dettato dall’incubo della disoccupazione. Secondo una ricerca dell’ufficio studi Confcommercio, negli ultimi sei anni il numero di professionisti indipendenti e free lance è cresciuto del 51,6% (contro il +14,8% dei liberi professionisti e il +5,8% di quelli iscritti agli ordini) con un reddito medio pro capite di soli 16.500 euro.
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Studi di settore
“Sono tanti gli ostacoli che ci rendono complicato il lavoro”, fa notare Lino Ricchiuti, leader del Popolo Partite Iva. E non è solo questione di tasse, ma di tutto ciò che gli ruota attorno. Pensate agli studi di settore, il vero nemico numero uno. Da tempo si discute la possibilità di eliminarli e presto entreranno in vigore i nuovi Indicatori Sintetici di Affidabilità (nome diverso, stessa minestra). Lo Stato stima i ricavi o i compensi da attribuire ad ogni categoria di contribuente: se sei commerciante devi guadagnare “x”, se autonomo “y” e via dicendo. Chi esce da questi schemi finisce attenzionato dal Fisco. “Di fatto – spiega Ricchiuti – induce i cittadini ad adeguare le dichiarazioni dei redditi a quella cifra”. Alla fine per evitare controlli fiscali “chi guadagna poco è costretto a dichiarare di più” (pagando però più tasse) mentre “chi guadagna molto può dichiarare di meno” (producendo nero). Un controsenso. “L’anno scorso per fondere bar e negozio biologico – spiega Annarita S’Urso, ristoratrice – abbiamo affrontato spese importanti per i lavori di ristrutturazione. Lo studio di settore però non ne ha tenuto conto”. E così gli schemi sono saltati.
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Stato cattivo pagatore
A pensarci bene, sul tema della regolarità dei pagamenti lo Stato predica bene e razzola (molto) male. Già, perché le amministrazioni (nazionali e locali) di debiti ne hanno tanti. A miliardi. E a farne le spese sono le stesse Pmi e partite iva cui poi il Fisco non concede sconti. Secondo stime della Banca d’Italia (maggio 2017), lo stock dei debiti commerciali della Pa nei confronti dei fornitori si aggira tra i 64 e i 68 miliardi di euro (cifra di gran lunga sottostimata, dice la Cgia di Mestre). Significa che il 3,8% del Pil viene tolto dalla disponibilità del settore produttivo italiano e finisce col bloccare l’economia del Paese.
Sul sito del Mef, alla sezione “Pagamenti delle pubbliche amministrazioni” (22mila enti registrati), si legge che nel 2016 la Pa ha fatturato 158,9 miliardi di euro per beni e servizi (152,8 liquidabili), saldandone però soltanto 115,4 (solo il 78% del totale). E gli altri 37,4 miliardi che mancano all’appello? Aspetta e spera. Tra i cattivi pagatori risultano anche i ministeri: quello degli Esteri (185 milioni), la Difesa (1,3 miliardi), la Giustizia (661 milioni), il Turismo (210 milioni), il ministero dell’Istruzione (63 milioni) e quello dello Sviluppo Economico (159 milioni). Messi insieme, fanno una finanziaria.
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Per legge il termine ultimo di pagamento sarebbe 30 giorni dopo l’emissione della fattura(60 per la sanità), ma la realtà è ben più amara: la Pa in media impiega 58 giorni per saldare il conto, con punte nell’Ausl di Roma che arrivano a 237 giorni. E così gli imprenditori devono chiedere prestiti per tirare a campare, fidi dai tassi elevati e difficilmente ottenibili. Come se non bastasse, quando il governo ha provato a rimediare, la pezza si è rivelata peggiore del buco. Lo split payment sull’Iva (lo Stato la trattiene invece di attendere di riceverla in seguito), infatti, ha ridotto la liquidità a disposizione delle imprese che di solito usavano quelle somme per mandare avanti l’azienda. Cornuti e mazziati.
Controlli
Ovviamente, mentre lo Stato può infrangere le regole, se le partite Iva sgarrano sono guai. Ogni anno (stime della Cgia di Mestre) una Pmi può ricevere 111 controlli (su tasse, sicurezza, contrattualistica, ecc) da 15 diversi istituti. Significa una visita ogni tre giorni, con un quadro normativo che impone ad autonomi e professionisti di vivere in una sorta di incubo perpetuo. “È assurdo – spiega Andrea Bernaudo, fondatore di Sos Partite Iva – che i controlli fiscali possano arrivare anche 5 anni dopo la dichiarazione dei redditi, provocando stress e generando costi non indifferenti”. L’81% delle Pmi, non è un caso, deve ricorrere a consulenti esterni per affrontare la burocrazia e il costo annuo si aggira intorno ai 22 miliardi di euro. In pratica il 41,3% delle micro imprese occupa 3 giorni lavorativi al mese per imbastire gli adempimenti burocratici, mentre il 32,2% ne perde ben 5. Un salasso. Senza contare, peraltro, che il 48% degli accertamenti sostanziali si dimostrano un sostanziale buco nell’acqua.
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Solve et Repete
Oltre l’incubo della visita di un agente del Fisco, gli autonomi devono fare i conti pure con l’incostituzionale truffa dei ricorsi. Quando arriva una cartella esattoriale, giusta o errata che sia, il contribuente può appellarsi ai giudici tributari per vedersi riconosciuti i propri diritti. Bene. Peccato debba pagare in anticipo una parte della sanzione che – in linea di massima – potrebbe essere del tutto illegittima. Si tratta dell’incostituzionale istituto del solve et repete: chi fa ricorso deve versare subito 1/3 dell’importo contestato e poi aspettare il pronunciamento del giudice tributario. “In questo modo – spiega Bernaudo – di fatto l’onere della prova ricade sui contribuenti”. Già, perché il Fisco per inviare la cartella si accontenta di produrre deboli prove induttive: la speranza è che il cittadino, viste le lungaggini giudiziarie (il 23% dura oltre mille giorni) e l’obbligo di sborsare l’anticipo, decida di pagare l’obolo senza fare ricorso.
“Se non esistesse il solve et repete – continua Bernaudo – l’Erario si impegnerebbe a inviare cartelle solo nei casi in cui ha prove certe dell’evasione”. Anche perché i dati trimestrali del Ministero dell’Economia certificano che nel 31% dei contenziosi tributari di primo grado il Fisco soccombe, in un altro 11% dei casi finisce pari e patta e solo nel 44% dei casi vince l’Erario (percentuali quasi invariate pure in secondo grado). Sos Partite Iva, che per prima ha denunciato le storture del sistema, ha presentato una proposta di legge (leggi qui) per l’abolizione del solve et repete. Gli obiettivi sono due: spostare il pagamento di 1/3 della presunta evasione a dopo la sentenza di primo grado (in caso di condanna del contribuente) e accelerare il processo di rimborso dall’amministrazione (in caso di sconfitta dell’Erario).
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Tasse
Dove non arriva l’Inps, la burocrazia, i ritardi nei pagamenti o i controlli fiscali, ci pensano le tasse. Mai in riduzione. Durante gli sventolati “mille giorni”, il governo Renzi ha realizzato riforme fiscali a vantaggio di tutti tranne che degli autonomi: ben 11 milioni di dipendenti a basso reddito si sono visti elargire la mancia da 80 euro; l’eliminazione dell’Irap dal costo del lavoro è stata fatta per le imprese con molti dipendenti, non certo per quelle individuali o per le società di persone; infine, l’abolizione della Tasi ha avvantaggiato le famiglie povere e l’abbassamento dell’aliquota Ires dal 27,5 al 24% le società di capitali. Risultato? Tutti festeggiano, tranne le partite Iva: che si trovano una pressione fiscale tra 54,1% (a Trento) e il 73,4% (Reggio Calabria), con una media del 60,9%. “Gli unici interventi per i piccoli produttori – faceva notare la Cgia ad aprile – hanno riguardato un credito di imposta del 10% dell’Irap per le aziende senza dipendenti, l’incremento delle deduzioni forfetarie della base imponibile Irap, la riduzione dell’Inail e del diritto camerale”. Tutto però vanificato dall’incremento dei contribuiti previdenziali degli ultimi anni. Tanto che nel confronto tra le capitali Ue sulla pressione fiscale, peggio di Roma (69,3%) fa solo Parigi (77%), entrmbe ben distanziate da Londra (32%) e da Varsavia (31,2%).
In molti (Lega e Forza Italia in primis) propongono una flat tax unica al 15-20%. Eppure non tutti sembrano apprezzarla: “Non serve – spiega Bernaudo – perché abbassa le tasse a tutti e non solo alle partite Iva”. La proposta, dunque, è quella di stabilire un’aliquota “corporativa” al 15% per i soli autonomi, piccoli imprenditori, artigiani, liberi professionisti e commercianti. Sarebbe l’unico modo per smentire quella che ormai sembra una regola: “In Italia se fatturi, ti massacrano”. E dimostrare finalmente che il Belpaese tiene davvero alla “colonna portante” dell’economia italiana.

“Le partite iva spremute dallo Stato. La politica non ci ha ascoltato”
Lino Ricchiuti, leader del Popolo Partite Iva, attacca il vuoto dell’offerta politica: “Molti di noi non si sentono rappresentati”
“Fin quando la politica non ammetterà che il vero problema è la spesa pubblica improduttiva e prenderà seri provvedimenti, difficilmente potrà migliorare la vita di chi fa impresa privata”.
Non usa mezzi termini Lino Ricchiuti, presidente del movimento politico “Popolo Partite Iva”. “Dovrebbero cancellare il termine ‘autonomi’ e ridenominarci come ‘donatori di imposta’. Perché in fondo è così che ci considerano”.
Perché siamo arrivati al punto in cui in molti dicono “basta, chiudo la partita Iva”?
“Alla base c’è la stanchezza di dover lottare quotidianamente contro un Paese in cui nulla è stato pensato per dare sostegno alle Pmi. E tutto quello che è stato pubblicizzato negli ultimi tempi, dalla rottamazione dei debiti ai fondi messi a disposizione per le Pmi, non ci ha in realtà portato nulla”.
Sarà perché le partite iva fanno poco rumore.
“Noi siamo quelli che pagano, che devono stare zitti e andare avanti da soli, in un modo o nell’altro. Molti di noi non si sentono rappresentati politicamente. Lo dimostrano le centinaia di adesioni che stiamo ricevendo come movimento politico. Ci dicessero almeno che come target non interessiamo”.
È solo un problema politico?
“No. Ai nostri moniti non rispondono neppure le banche, le istituzioni, la politica. Non risponde nessuno. Come movimento siamo indipendenti, dialoghiamo con tutti quelli che si mettono a disposizione, e abbiamo anche provato a entrare in contatto con coloro che si definiscono ‘difensori delle imprese’. Purtroppo in Italia si fanno solo politiche a breve termine, non si ha una visione di lungo periodo. E così io vengo subissato di mail di colleghi che vogliono scappare all’estero”.
L’unica cosa costante sono le tasse. Autonomi e Pmi continuano a pagarne sempre di più.
“Se i governanti pensano che aziende possano sopravvivere 10-15 anni con la sola prospettiva di veder aumentare tassazione, burocrazia e controlli stile inquisizione, si sbagliano”.
Eppure negli ultimi periodi qualche modifica è stata fatta in favore degli autonomi. La rottamazione delle cartelle, per esempio.
“È stata presentata come un modo per andare incontro alle attività in difficoltà e si è risolta con un leggero calo di sanzioni e interessi, il tutto però da agare entro un anno e mezzo. Risultato? Hanno riaperto o termini perché hanno incassato poco. Che significa? Che di fronte alla prospettiva di un fallimento di massa lo Stato vuole fare cassa fin che può”.
Il Popolo Partite Iva si presenterà alle elezioni?
“Ne abbiamo tutta l’intenzione. Saranno liste formate da piccoli imprenditori, liberi professionisti e artigiani. Tra titolari di partite iva e famiglie annesse, si superano abbondantemente i 10 milioni di potenziali elettori”.
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Il commerciante: “Burocrazia e controlli uccidono le Pmi”
Italo Maremonti, piccolo imprenditore, spiega ostacoli burocratici, controlli e ostacoli che lo Stato mette sulla strada delle Pmi
Studi di settore, Durc, Inps dei collaboratori, burocrazia. Di ostacoli ai piccoli imprenditori lo Stato ne mette a bizzeffe.
Uno stillicidio. Ogni anno autonomi e partite iva spendono 22 miliardi di euro in burocrazia e impiegano dai 3 ai 10 giorni lavorativi per far fronte agli adempimenti richiesti dall’Amministrazione. Italo Maremonti che aiuta sua moglie titolare di un piccolo negozio di prodotti per l’informatica, lo sa bene. E se ne lamenta: “Non si riesce a lavorare – dice – Lo Stato dovrebbe funzionare solo come controllore e non metterci i bastoni tra le ruote”.
Quanto pesa la burocrazia nel suo quotidiano?
“Tantissimo. Vuole un esempio? Qualche giorno fa mi ha chiamato il commercialista, perché tutte le fatture emesse ora passano sotto il controllo dell’Agenzia delle Entrate. Ho perso due ore per chiamare i clienti e chiedere che tipo di società fossero per poi comunicarlo all’Agenzia. Ma le pare normale? Di situazioni simili ne capitano tutti i giorni. Non si riesce a lavorare”.
Oltre la burocrazia, poi ci sono le tasse da pagare. Si dice che le partite Iva siano la cassa del Governo. È vero?
“Sì, e non vediamo neppure i benefici delle imposte versate. Per me l’esempio lampante è la gabella per la Camera di Commercio: pago ma non ricevo alcun servizio in cambio. E alla fine a noi imprenditori non rimane nulla in mano”.
Un altro tema ricorrente sono gli studi di settore, odiati dalle Pmi. A breve dovrebbero far spazio ai nuovi Indicatori Sintetici di Affidabilità. Secondo molti non cambierà nulla, lei che opinione si è fatto?
“Io lavoro nel settore informatico e ti dico gli studi di settore sono fatti da persone che non conoscono la panoramica della professionalità, dall’artigiano al libero professionista. È impossibile che un universo variegato come quello delle partite iva possa essere governato da indicatori così generici. Gli studi di settore non tengono debitamente in conto delle fluttuazioni nel mercato dei vari settori. E così diventano un peso insostenibile”.
Se potesse scegliere, quale tassa o contributo deciderebbe di non pagare?
“Io odio l’Inps, è una gabella assurda. Con le regole di oggi non va più bene. Non si possono pagare 1000 euro ogni 3 mesi. Io non riesco a pagare i miei contributi e lo Stato mi dice pure ‘tu non guadagni abbastanza’. Che vengano i politici a lavorare al posto mio!”.
Lei fornisce solo privati o anche la pubblica amministrazione?
“Anche alla Pa. Certe volte però non riesco a ottenere commesse nel pubblico per colpa dei Durc (il documento che indica la regolarità di un’azienda verso l’Inps, l’Inail e le varie casse, ndr). In alcuni periodi il mio Durc non era regolare perché per due volte non avevo pagato i contributi. Non avendo i documenti in regola, non potevo rifornire le scuole rimettendoci 15mila euro l’anno.
In sostanza se un’azienda non riesce a versare i contributi, magari perché è in difficoltà economica, è costretto a chiudere le forniture verso il settore pubblico. Ma questo non aggrava ancora la sua situazione?
“Il Durc crea problemi. Ci ammazza. E sia chiaro: qui tutti vogliono averlo in regola. Ma se mi puniscono perché non ho pagato i miei contributi perché in quel momento non potevo, perché mi devi punire ulteriormente?”
Una piccola-media impresa può ricevere circa 111 controlli all’anno da parte dello Stato. Come si vive questa situazione?
“Non si vive. Prima ti arriva la Finanza, poi l’Agenzie delle Entrate e infine l’Asl. Anche le regole di ingaggio sono sbagliate: oggi se vengono nel mio negozio per un controllo e trovano una porta non in regola, mi multano nell’immediato. E invece lo Stato dovrebbe darmi il tempo di rimediare e solo in seguito, se non rispetto il tempo che mi è stato dato per regolarizzarmi, allora scatterà la contravvenzione”.

La partita iva nel farmaceutico: “Aumentato l’uso di psicofarmaci”
Giulio Capruzzi, dopo 30 anni da dipendente, è stato costretto ad aprire una partita Iva: “Pochi diritti e tutti doveri”
Prima l’esperienza da dipendente. Trenta anni con lo stipendio fisso, i privilegi, le tutele in caso di malattia, ferie, paternità, infortuni e via dicendo.

Poi la crisi, la ristrutturazione aziendale e il lavoro che da subordinato – per forza di cose – si trasforma in autonomo. “Sono un libero professionista da 10 anni”, si presenta con orgoglioGiulio Capruzzi, 55 anni, rappresentante nel settore farmaceutico. Ma le difficoltà di essere una partita Iva esistono. “Da tanti diritti – dice – si passa a tutti doveri”.
Aprire la partita iva è stata una scelta o una necessità?
“Necessità. Nel mondo farmaceutico, negli anni, si è modificato il modo di lavorare. Se qualche tempo fa la maggior parte dei contratti era di tipo subordinato, ora a causa della crisi si sono trasformati in accordi con p.iva”.
Dopo 10 anni da lavoratore autonomo, tornerebbe indietro?
“Ci sono vantaggi e svantaggi. C’è una maggiore autonomia nell’organizzazione lavoro ma anche una tassazione maggiore e troppe grane burocratiche. Io ricevo un lordo con cui devo far fronte a oneri come tasse, costi di gestione e via dicendo. La vita si è complicata tantissimo rispetto a quando ero un dipendente: devi conservare tutte alle fatture, tenere traccia delle spese e dei movimenti, pagare il commercialista. È molto più facile ricevere una busta paga e un bonifico in banca”.
E poi c’è l’Inps. Quanto pesano i contributi previdenziali sul suo reddito?
“Molto. E con la legge attuale non posso neppure riagganciare le attuali contribuzioni a quelle che ho maturato durante i 20 anni da dipendente. Un domani, quando si decideranno a mandarmi a riposo, riceverò due pensioni e non potrò cumularle”.
È vero, come si dice, che le partite iva sono tartassate?
“Da questo punto di vista i dipendenti sono più tutelati perché interviene l’azienda. La loro tassazione arriva al 42%. Per noi autonomi, invece, è un salasso: tra Inps e Irpef e via dicendo va in fumo il 60% del fatturato. Il carico è notevole. E parliamo solo di tasse dirette, senza contare quelle indirette”.
A fine del mese, quanto le rimane in tasca di quello che produce?
“Se va bene, il 40%. Il problema di chi ci governa non si rende conto che a muovere la giostra è il settore privato che produce Pil. I nostri politicanti dovrebbero tutelare chi in Italia decide di fare impresa, perché lo fa a proprio rischio. E invece ci guardiamo attorno e vediamo solo aziende che chiudono e imprenditori che si suicidano. Ma se dovesse crollare il settore privato, chi pagherà per mantenere quello pubblico?”
Chi fa impresa dovrebbe avere una tassazione minore rispetto ai lavoratori subordinati?
“Sì, perché c’è il rischio d’impresa da sostenere”.
Quale può essere una soluzione?
“Bastarebbe un segnale: lasciarci scegliere a chi versare i contribuiti. Quelli dell’Inps sono un’imposizione troppo onerosa. Sarebbe ottimale avere la possibilità di rivolgersi ad un ente privato per un’assicurazione pensionistica”.
Lei lavora nel settore farmaceutico. È vero che nell’ultimo periodo è aumentato l’utilizzo di anti-depressivi?
“Posso confermarlo. Prima si faceva fatica ad arrivare al 27 del mese, ora si suda per raggiungere il 15. È normale che poi si cerchi sostegno nelle medicine”.
Se le offrissero un contratto a tempo indeterminato, guadagnando però meno di quanto incassa oggi, accetterebbe?
“Oggi mi ritengo fortunato a lavorare con un’azienda che mi permette di vivere decorosamente e di gestire il lavoro come meglio credo. Onestamente non negozierei più tutele per minori incassi. Ma se fosse a parità di retribuzione, allora sì. Firmerei”.

Da ex dipendente a partita Iva: ”Lo Stato fa terrorismo sugli autonomi”
Francesco Longo, agente rappresentante di commercio, autonomo dal 2010: “La partita Iva è il nuovo povero che avanza”
“Sono agente rappresentate di commercio. Fino al 2010 ero funzionario di un’azienda privata, poi gli incentivi all’esodo mi hanno costretto a scoprire negativamente il volto della libera professione”.

Francesco Longo si è trovato a 40 anni a doversi “mettere in gioco” d’accapo. Fatture, Inps, commercialista e un lavoro sempre da rincorrere “tra tante difficoltà”.
Rispetto a quando era dipendente, cos’è cambiato?
“Faccio praticamente lo stesso mestiere, senza però stipendio netto, garanzie per ferie, malattia e infortuni. Un tempo avevo la macchina e il cellulare aziendale, ora invece devo investire per entrambi. E poi ci sono le tasse e i contributi Inps, le provvigioni sono sempre un punto interrogativo, si lavora tanto e non si sa mai se (o quando) si verrà pagati. La Partita Iva è il nuovo povero che avanza”.
A ottobre la Cgia di Mestre calcolava che quasi il 41% delle famiglie il cui introito principale è dato da partita Iva, vive sotto a soglia di povertà.
“È così, perché agosto e dicembre le provvigioni saltano ma le spese rimangono. Se vai in banca per chiedere dei fidi, i tassi sono altissimi. Per non parlare dello scoperto di cassa. Se non paghi i contributi Inps perché non riesci, arriva la mannaia dell’Agenzia delle entrate. E uno come fa a vivere?”
Come è cambiato oggi il suo reddito rispetto a quando era un dipendente?
“Da funzionario in azienda percepivo sui 45mila euro netti. Ora arrivo a 15/16mila. E il lavoro è anche aumentato: circa 12 e 14 ore al giorno”.
Un tempo si guardava agli autonomi come a quelli che potevano puntare a un reddito alto.
“Io ti parlo del mio ambito e devo dirti che prima il mio ruolo ero molto rispettato: eri visto come quello che conduceva una vita agiata. Oggi sei l’ultima ruota del carro, sei il nuovo povero. Ogni volta che chiama il commercialista, arriva una mail o una lettera mi viene paura. Ho gli incubi. Non si riesce più a vivere. E i politici non ci tengono in considerazione”.
Parliamo delle tasse, qualcuno dice che sono eccessive. C’è una soluzione?
“Io pago il 68% di imposte varie. Puoi immaginare che è una follia. Bisogna lavorare 7/8 mesi all’anno per lo Stato e i restanti mesi per guadagnare qualcosina. Per non parlare degli studi di settore. Fanno bene aziende e professionisti che vanno in altri paesi per trovare carichi fiscali più bassi”.
Le è mai capitato di essere in ritardo nei pagamenti Inps?
“Sì, pago con la rateizzazione di Equitalia. E non sono l’unico. Basti pensare che ci sono genitori che pagano le saldano esattoriali dei figli. Una follia”.
Le piccole imprese in Italia rischiano circa 111 controlli l’anno, uno ogni tre giorni, e spesso nel 50% dei casi gli accertamenti hanno esito negativo per l’Erario.
“Non mi stupisce. Ma anche se hai ragione e non sei un evasore, spesso conviene abbassare la testa e pagare senza ribellarsi. Fare un ricorso significa versare immediatamente il 30% dell’importo contestato e poi sperare di vincere in aula. E chi ti giudica? Una commissione nominata dal Ministero delle Finanze: il controllore nomina chi lo giudicherà. Per avere giudizi imparziali bisogna arrivare in Cassazione. Ma chi ha i soldi per pagare avvocati e commercialista in tre gradi di giudizio?”
Come definirebbe l’approccio che ha lo Stato nei confronti dei cittadini?
“Terrorismo”.
Perché?
“Ti mette sotto tiro, non ti dà la possibilità di respirare”.


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