L’amministratore delegato di Meta, nel giorno tesso in cui l’azienda va a processo per i danni da social, pubblica un manifesto sul mondo di domani, dove l’uomo sarà accompagnato in ogni attività da una super-intelligenza. Molte le critiche, ma Mark sta cercando di cambiare faccia (ancora una volta)
Federico Cella

Il tempismo spesso fa la differenza tra successo e flop. E secondo Mark Zuckerberg pubblicare il proprio Manifesto sull’intelligenza artificiale il 10 agosto scorso, ossia nel giorno stesso in cui la Corte d’appello americana ha respinto il ricorso di Meta (e quelli di Google e TikTok) dando il via libera ai processi federali contro le piattaforme social che creano dipendenza (questa l’accusa), era una buona idea. Immaginiamo che cosa è passato nella mente di Mark, così come si firma nel manifesto, solo con il nome come un buon amico, l’uomo da 250 miliardi di dollari di patrimonio personale. Una strategia avallata dalla comunicazione di un’azienda del valore di mercato di 1.400 miliardi di dollari: stiamo cambiando pagina, anzi ne abbiamo scritta proprio oggi una nuova e si intitola «Il futuro è per tutti» (The Future Is for Everyone).
Perché quello che Meta teme forse di più come esito delle centinaia di procedimenti legali a suo carico, in particolare ovviamente dal dibattimento in corso a Oakland dove contro il colosso dei social e dell’advertising sono schierati ben 29 Stati americani (aggiornamento: e che ora vede la chiusura con una transazione economica), è quel che si dice il «danno reputazionale». Così come accadde alla fine degli anni ’90 contro l’industria del tabacco — il cui processo coordinato tra 40 Stati Usa viene spesso accostato a quello che vede Meta come «spacciatore» di prodotti che creano dipendenza —, una sconfitta, finora evitata in altre sedi con patteggiamenti a suon di compensazioni in denaro, potrebbe portare a una campagna di sensibilizzazione globale contro i danni derivanti dall’uso dei social. Specie tra i minori.
Meglio dunque cambiare pagina, appunto, perché l’opinione pubblica conta parecchio per un’azienda che fa prodotti decisamente di massa. Ma la transizione di Meta ad azienda interamente centrata sull’intelligenza artificiale – «nei prossimi anni le persone potranno usare una superintelligenza che va oltre le capacità umane» per creare, scoprire e migliorare la qualità della vita, è l’incipit delle 65 mila parole scritte da Zuckerberg – ha costi non indifferenti. E il tempismo scelto dal ceo non ha influenzato il trend negativo dell’azienda in borsa. Anzi.
I conti
Mark pare sotto assedio. All’uscita del manifesto le azioni di Meta non si muovevano dalla perdita del 10% dall’inizio dell’anno e dal -25% anno su anno. Non che la crescita di Meta sia indifferente, sarebbe assurdo sostenerlo, ma da tempo le azioni del gruppo non compaiono più nelle top 10 delle più consigliate. Un brutto segnale. Le previsioni di spesa nel 2026 sono state fatte crescere fino a 145 miliardi di dollari, principalmente per costi di infrastrutture strategiche per l’Ai (data center e chip). Se dunque i ricavi continuano salire, dall’altro lato le casse sono prosciugate: 784 milioni di dollari contro gli 8,55 miliardi di un anno fa, con il margine operativo che passa dal 43 al 31% nel secondo trimestre 2026.
I commenti non sono certo stati teneri: anche qui la scelta del tempismo non è stata, nella migliore delle ipotesi, capita. Non si scrive una «lettera aperta all’umanità» – peraltro, commenta un sito d’analisi, «con la profondità emotiva di un registratore di cassa automatico» – nel giorno in cui cerchi di evitarti un processo in cui vengono chiamati in causa danni contro un’intera generazione.
Ma non è soltanto la forma a essere stata criticata: anche i contenuti firmati da Mark non sono piaciuti. L’intero manifesto è dedicato a descrivere un futuro «giusto» della Ai, una superintelligenza sviluppata su basi open-weight, dunque non in mano a singole aziende ma «devoluta» a tutti in modo freemium, inizialmente gratuito e poi a pagamento, attraverso una strana forma «d’asta» che dovrebbe garantire il prezzo più basso. Cioè, come scrive il ceo Mark, una governance dell’Ai basata su «una filosofia sull’emancipazione individuale come fonte di prosperità, sull’invenzione come scopo primario della superintelligenza e sull’equilibrio di potere come fondamento della sicurezza».
I pericoli
Tutto condivisibile, se non che — fanno notare in molti — il non affrontare volutamente i rischi possibili derivanti da questa diffusione democratica degli strumenti di intelligenza artificiale significa insinuare ancora più dubbi. Zuckerberg viene accusato, nel migliore dei casi, di superficialità. Quando parla di un assistente personale – «con un master in ogni materia e una pazienza infinita» – per professionisti e studenti, non affronta il grande tema attuale dell’Ai nella formazione: non viene usata per imparare ma per copiare. E così il settore della giustizia, dove si immagina che ognuno possa contare su «un avvocato superintelligente… le leggi verrebbero amministrate in modo molto più equo ed efficiente di quanto non avvenga oggi». Anche qui, bel discorso, ma su quali basi? Non si considera per esempio la creazione artificiale di molte più scappatoie legali, né il rischio di moltiplicazione delle cause – rese più accessibili – com’è accaduto con le mail di spam.
Ormai ci manca una base di fiducia per credere ai proclami dei guru della tecnologia. E la colpa, come fa notare TechCrunch, è di Zuckerberg stesso: «Le conseguenze provocate dai social media sono una delle ragioni principali per cui oggi assistiamo a tanta ansia riguardo all’impatto sociale dell’intelligenza artificiale». Detto ciò, sarebbe però sbagliato sottovalutare — o ancora di più dare per sconfitti nella corsa alla Ai — Meta e il suo capo Mark Zuckerberg, uno dei pochi che ancora ci mette la faccia, perché evidentemente funziona.
I lavori di «ristrutturazione» di Meta sono immensi, e l’azienda si trova soltanto al quarto posto per gli investimenti in infrastrutture Ai solo perché i primi tre sono i Signori del Cloud. Amazon, Google e Microsoft lavorano su prodotti già esistenti, l’ex Facebook sul darsi, ancora, una nuova faccia. E per farlo può contare su set di dati unici, quelli derivanti appunto dall’attività social, e su professionalità di primo livello portate a casa in un calciomercato dell’Ai senza precedenti.
A questo si aggiunge il ritorno al modello «open», utile per cercare di recuperare il terreno perso nei confronti di OpenAi e Anthropic, e mediaticamente bello da raccontare al pubblico.
Al di là delle conseguenze dei processi, ed eventuali divieti o segnalazioni che «l’algoritmo nuoce gravemente alla salute», le piattaforme social come le conosciamo si stanno già trasformando sotto i colpi dell’Ai generativa. La condivisione lascerà sempre più spazio a esperienze online personalizzate. E Mark ci ha detto che ora sta lavorando a questo futuro.





