Maurizio De Giovanni: «I felini manifestano la loro superiorità su di noi. Sanno che gli siamo utili per aprire scatolette con il pollice, altrimenti ci avrebbero già annientato». «Più sono grandi, più sono gentili. Non come gli uomini»
Margherita De Bac
Maurizio De Giovanni, scrittore capace di scalare in fretta le classifiche, come mai i gatti non compaiono mai nei suoi libri?
«Il gatto non può essere raccontato, è sempre diverso, difficile da tipizzare. Il cane al contrario è più narrativo, specie quando lo presenti come cagnone».
Allude a Boris, il bovaro del bernese che trascina dietro di sé il «povero» ispettore Pardo, il più maltrattato dei suoi personaggi?
«Il Boris dei miei libri ha una forza bruta, ingovernabile, difficile da addestrare. Ho conosciuto questa razza per strada, accarezzando quelli che incontro».

Eppure lei si è felicemente accasato con quattro gatti ed è in attesa del quinto. Probabilmente li ha in braccio anche mentre scrive. Non entrano mai nelle sue pagine?
«Non prendo mai ispirazione da me stesso. L’autofiction è il serio problema della letteratura italiana. Le storie degli altri sono molto più interessanti della mia».
Allora parliamo dei suoi magnifici quattro.
«Cominciamo dal Ragdoll, Elvis. È una razza nordamericana famosa per gli occhi azzurri. Sono soprannominati bambole di pezza perché una volta in braccio al padrone si lasciano andare».
Poi vengono due siberiani, uno rosso, l’altro nero.
«Si chiamano Kvara e Lillo. La femmina, secondo le regole dell’allevamento, doveva avere un nome col kappa. Kvara viene da Khvicha Kvaratskhelia, il calciatore georgiano del Napoli, ora passato al St Germain. Sono vagamente simpatizzante, come tutti sanno. Infine c’è Diva, una certosina, molto curvy. La più vorace. Pesa 7 chili, quanto il Ragdoll. Presto arriverà un Maine Coon, una volta terminato lo svezzamento».

Tutti gattoni.
«Hanno un carattere migliore. Più grandi sono più sono gentili, a differenza degli uomini. Infatti la femmina siberiana, più minuta, è una peste, sempre impegnata a rompere qualcosa nel rincorrere una mosca».
Tutte razze di allevamento, mentre Napoli abbonda di randagi.
«Però non mi è mai capitato di trovarne uno o che mi venisse proposto un micetto raccattato per strada. Lo avrei preso».
Niente cani?
«Mia moglie Paola ne aveva uno con cui esisteva un rapporto speciale. Si parlavano. Quando è morto, ha sofferto tanto e non voleva averne altri. Io non concepisco la casa senza animali domestici e così abbiamo optato per i gatti. Arrivò Diva, ma restava troppo tempo sola durante le nostre trasferte. Allora prendemmo Elvis. E poi uno tira l’altro. Quando i cuccioli crescono, ti mancano».
Siete una grande famiglia adesso.
«E come in ogni famiglia, la nostra è composta da caratteri diversi».
Secondo lei perché i gatti sono sempre stati accostati a modelli negativi da chi non li conosce e non ci ha convissuto. Tacciati di egoismo, menefreghismo, opportunismo.
«La verità è che il gatto manifesta deliberatamente la sua superiorità rispetto agli esseri umani. E superiore lo è davvero. È un animale vagamente interessato a ciò che succede attorno. Noi siamo i loro maggiordomi, serviamo ad aprire le scatolette col pollice. Se non fossimo degli strumenti utili alla loro esistenza ci avrebbero già cancellati. L’uomo esiste per il gatto».
Sono mesi di vacanza. Voi come vi siete organizzati per gestirli mentre siete fuori?
«Restano con Maria, la nostra governante , molto legata a loro tanto da andarli a trovare tre volte al giorno. Io nella scala degli affetti di Maria sono piazzato al quinto posto e quando arriverà il Main Coon slitterò al sesto».
Sfatiamo il luogo comune più radicato: il gatto campione di egoismo.
«Sbagliato. La loro indipendenza viene scambiata per egoismo. In realtà sono molto sensibili agli umori dell’uomo. Quando torno a casa compio gli stessi, identici gesti. Le chiavi sul comò, la giacca nel guardaroba, sprofondare in poltrona. Eppure loro capiscono come davvero mi sento e modificano il comportamento a seconda del mio stato d’animo. Piccole magie feline».

