Il professore, la giornalista e la rinascita dopo il coma del docente: «C’era l’1% di chance di salvezza»
Aldo Cazzullo, Elvira Serra per

Professore, però così non vale! Ha chiesto a Tiziana di sposarla sul letto di un ospedale. Cosa avrebbe potuto risponderle?
Panella: «Ecco, diteglielo anche voi!».
Parsi: «Eh, se la vita ti dà limoni, fai la limonata…».



Vittorio Emanuele Parsi e Tiziana Panella sono diventati marito e moglie il 18 gennaio scorso a Casina di Macchia Madama, a Roma. Duecento invitati, c’erano anche i cardiochirurghi Giuseppe Minniti e Francesco Battaglia, con la fisioterapista Barbara Salvadori del Ca’ Foncello di Treviso, che alla fine del 2023 hanno salvato la vita al docente di Relazioni internazionali della Cattolica di Milano. Era stato ricoverato d’urgenza, dopo un passaggio al Pronto Soccorso di Cortina d’Ampezzo e all’ospedale di Belluno, per una dissezione aortica. La possibilità di successo dell’intervento era «intorno all’1 per cento». Per ricordare come è cambiato il loro rapporto, a partire da quel lontano 27 dicembre, Parsi e Panella (lei giornalista di La7 dove conduce Tagadà e dove è nato il loro amore), hanno scritto per Rizzoli il memoir La vita due volte. Storia di come siamo rinati, insieme.


Perché un libro?
Panella: «Io mi sono accorta che, pur avendo tutti gli strumenti emotivi, psicologici e culturali per affrontare la malattia di Vitt, mi sono sentita totalmente inadeguata. Annaspavo, non mi sentivo all’altezza. E allora ho pensato che forse raccontare come abbiamo attraversato quei mesi poteva essere utile ad altri, fosse pure una persona sola».
Parsi: «Durante la degenza, che è durata fino all’8 febbraio, ho ricevuto incredibili manifestazioni di affetto. Ho cercato di rispondere a tutti. Ma sentivo comunque di dover ricambiare in qualche modo».
Tanto affetto, ma anche il solito odio social. E, forse, qualche spasimante deluso: il vostro amore fino a quel momento era segreto.
Panella: «Detesto i social. Nei giorni terribili del coma di Vittorio c’è chi ha scritto commenti fuori dalla grazia di Dio. Queste persone, anziché partire per un lungo viaggio, preferiscono dare fastidio al resto del mondo».
Facciamo un passo indietro: 27 dicembre 2023.
Parsi: «Ero sul palco di Una montagna di libri, a Cortina. Ho sentito un dolore molto forte al petto, che mi ha sorpreso. Ho resistito, perché ho una soglia del dolore molto elevata, ho giocato a rugby per tanti anni. In molti aspettavano per una dedica sul libro, ma mentre in genere scrivo una frase, quel giorno ho firmato solo con nome e cognome, per fare prima. Dopo, chiesi un’ambulanza».
Panella: «Vittorio è un matto totale, gli mancano proprio delle rotelle. È uno che fa tanti scherzi, a volte mi chiamava per dirmi che era al Pronto Soccorso, ma non era vero. Quella sera mi telefonò Matteo Legrenzi, un suo amico serissimo, per dirmi che Vittorio era all’ospedale: io lo trattai malissimo e misi giù pensando all’ennesimo scherzo. Due ore dopo, finalmente, mi richiama Vittorio e mi dice che sta succedendo qualcosa di grave e che il giorno dopo non saremmo riusciti a partire per le Maldive. Mi ricordo di aver pensato che stava cercando di spostare la mia attenzione su un fatto banale e concreto, per tranquillizzare me e se stesso».
È una fortuna che non sia successo mentre eravate lì.
Parsi: «Sono molte le cose che mi hanno risparmiato un finale diverso. Intanto sono rimasto cosciente, e questo è stato determinante perché, date le mie condizioni disperate, se fossi arrivato privo di conoscenza i protocolli prevedevano di non procedere con l’operazione».
È stato in coma per sette giorni. L’aldilà esiste?
Parsi: «Ho una visione molto laica, e non so rispondere a una domanda così impegnativa. Per me, il culto dei morti serve più ai vivi: mi è rimasto lo spirito illuminista piemontese. In quei momenti mi è tornata alla mente la Divina Commedia, quando Ulisse va a cercare Achille. Ho visto questo Stige dove gli occhi dei morti mi guardavano. Mi trovavo in una specie di foiba e dovevo risalire, potevo vedere in lontananza una casetta e la luce, vicino a me spuntavano le radici. Ho chiesto ai miei genitori di aiutarmi. Il pensiero di rivedere Tiziana mi ha dato la forza di tornare sopra».
Panella: «Anche io ho una visione molto laica sull’aldilà, però… peut être. Quando era in coma, sono entrata in una chiesa e nel sentire la predica sul dolore di Maria ho pensato che quel passo del Vangelo fosse stato letto apposta per me. Dopo, ho chiamato il mio amico vescovo, don Ben, e lui mi ha detto che ce l’avrei fatta anche questa volta».
Com’è stato il risveglio?
Parsi: «È un’esperienza difficilmente descrivibile. Il primo pensiero è: “Sono vivo!”. Poi realizzi che non puoi esercitare autonomamente nessuna funzione».
Panella: «Non sapeva camminare, ha dovuto reimparare a deglutire, perfino a respirare. Ma di quel momento io ricordo quando mi hanno fatto entrare e mi hanno chiesto di chiamarlo. Ho cominciato: Vitt, Vitt. E i medici: più forte! Allora ho proprio gridato il suo nome e lui ha aperto gli occhi, velati di lacrime».
La paura più grande?
Parsi: «Non so se sia possibile liberarsi dalla paura. Ora, per esempio, mi pesa tantissimo allontanarmi da Tiziana anche durante il giorno. Ma quello penso sia amore».
Panella: «A me la paura non è mai passata. Prima ero innamorata di lui, del prof figo con le bretelle. Ora lo amo, anche per il modo con cui ha combattuto, per la capacità di essere presente mentre era intubato. La sua gentilezza, la capacità di ridere, la voglia di tranquillizzare me, nonostante stesse così male, mi ha fatto capire che era l’uomo della mia vita».



Parsi, lei ora è un malato cronico. Quali strascichi sono rimasti?
Parsi: «Ho la voce più bassa, mi stanco più rapidamente, non ho più la forza di prima: adesso non riesco più a portare i cartoni dell’acqua per cinque piani».
All’ospedale c’era anche Teresita, l’ex moglie di Parsi. Com’è stato l’incontro con Tiziana?
Panella: «Come scrivo nel libro, dopo esserci guardate ci siamo abbracciate».
Le vostre figlie, tutte, hanno svolto e svolgono un ruolo fondamentale.
Parsi: «Con le mie tre — Malvina, Lavinia e Costanza — si sono invertiti i ruoli. Si preoccupano e mi riempiono di attenzioni. Quando mi avevano estubato, ho subito chiesto a loro se volevano fare le mie testimoni di nozze».
Panella: «La mia Lucia riempie la scatoletta con le pastiglie di Vittorio. È stata fondamentale con me, durante il ricovero. Quando lui era ancora in coma ho fatto un sogno strano: eravamo tutti e tre a Greci, il paese di mio papà, e una bellissima donna mora aveva preso per mano Vittorio e se lo era portato via».
E come finì?
«Andai a riprendermelo in questo locale sotterraneo e lo gonfiai di botte. Mi svegliai che mi facevano male le nocche. Lucia mi disse che era un bel sogno e che lo avevo portato via alla morte: Vittorio quel giorno si svegliò dal coma».
Nel libro ammette che non le piace baciare. Ci sono stati dei miglioramenti?
Panella: «Adesso mi piace moltissimo, me lo ha insegnato lui».
Parsi: «Passiamo molto tempo a baciarci. Ogni mattina a letto ci baciamo per almeno mezz’ora».
Ci raccontate come è nato il vostro amore?
Panella: «Lo avevo invitato diverse di volte a Tagadà. Devo dire che i miei collaboratori si erano accorti prima di me che tra di noi c’era qualcosa. Poi un giorno non sono andata in onda e lui mi ha mandato un messaggio per chiedermi se fosse tutto a posto. Era marzo-aprile del 2022».
Parsi: «Abbiamo cominciato a uscire verso maggio-giugno».
L’anello quando è arrivato?
Parsi: «Ero in Bulgaria con il Bendi e Paolo, due amici con i quali ho fondato, appunto, la Compagnia dell’Anello. E da un antiquario presi un anello che però a lei non è piaciuto molto…».
Panella: «E invece guardi, poi, cos’è arrivato?» (mostra ridendo un favoloso brillante).
Al matrimonio chi c’era?
Parsi: «Più medici che giornalisti e professori!».
Panella: «È stato un momento di gioia matura. Abbiamo sentito tutti che era arrivato dopo qualcosa che aveva cambiato le nostre vite».
I medici sono stati fondamentali.
Panella: «Non solo i medici, ma tutto il personale che lavora in ospedale. Scrivere questo libro serve anche a ricordare quanto sia preziosa e determinate l’alleanza tra paziente e medico. La fiducia reciproca è importantissima. So che una loro parola, non necessariamente sulla terapia, mi aiutava a dare un senso al tempo immobile che trascorrevo in ospedale».
Quando Parsi era in coma, lei ogni giorno si sedeva alle 14.26 sulla stessa sedia.
Panella: «Era il mio pensiero magico, come fanno i bambini. Il giorno che ho trovato la sedia occupata, Vitt è uscito dalla terapia intensiva e lo hanno trasferito in reparto».
Il 27 dicembre scorso cosa avete fatto?
Parsi: «Una minivacanza celebrativa. Siamo andati a Firenze, da soli, e abbiamo fatto un sacco di cose. Abbiamo anche pianto insieme».
Alle Maldive quando andrete?
Parsi: «Penso che non ci andremo mai più. Ora viaggio meno spavaldamente di un tempo».
Panella: «Io, che pure ho viaggiato tantissimo, sono diventata claustrofobica e non riesco più a stare seduta in aereo per tante ore».
Cosa avete imparato, da quello che è successo?
Parsi: «Quell’esperienza mi ha fatto sentire fragile e mortale. Ora capisco meglio cosa è importante e cosa no».
Panella: «Il trauma ti resta appiccicato addosso. Tornerò in terapia per elaborarlo».



