L’Arlesiana arriva in Umbria. La storia dietro il dipinto dell’artista olandese
ROBERTA SCORRANESE
Madame Ginoux era una barista. O, più precisamente, la moglie del proprietario di un bar di Arles, in Provenza. Una donna di mezza età, un poco dimessa, ce la immaginiamo paziente e dotata di quella particolare empatia che la frequentazione con gli avventori di un locale porta a sviluppare come una seconda pelle. Madame Ginoux non ha avuto una vita memorabile, eppure è diventata una delle icone più rappresentative della storia dell’arte: è lei l’Arlesiana, famoso dipinto di Vincent Van Gogh che fino al 27 settembre sarà ospitato nella Galleria Nazionale dell’Umbria (in prestito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma).
Non solo. Con la sua semplicità priva di orpelli e pose pretenziose, ha rappresentato uno snodo cruciale per la comprensione del personaggio Van Gogh. Che la conobbe quando si trasferì in Provenza. Piccolo passo indietro. Vincent iniziò a dipingere a 27 e anni e a 37 si tolse la vita. In quei dieci anni, però, ha riscritto le regole del colore e della figurazione. E quando si trasferì ad Arles, frustrato perché non gli riusciva bene nulla (l’amore, l’attività impiegatizia, il tentativo di prendersi cura dei poveri e degli emarginati e persino la carriera di pastore perché anche le scuole religiose lo avevano rifiutato), avvertiva in sé due certezze: la consapevolezza di «valere qualcosa» e un disperato bisogno di giallo.
Laddove per «giallo» si intende colore vitale, sole del meridione, vita. Lontano dalla presenza (necessaria ma ingombrante) del fratello Theo, Vincent cercava pace mentale. Pronto a condividerla con un amico. Così, scrisse a Paul Gauguin. Che lo raggiunse nel giallo dei campi di grano. Entra qui in scena Madame Ginoux, che divenne un silenzioso filo elettrico tra i due amici: posava per entrambi, li ristorava, procurava loro l’occorrente per lavorare. All’inizio tutto funzionò, anzi: Van Gogh lavorava benissimo, in quel periodo dipinse duecento tele e oltre cento fra disegni e acquerelli. Poi le cose si ruppero. Ci fu il famoso litigio tra i due, Paul fece le valigie e Vincent si tagliò l’orecchio.

Ma l’Arlesiana non fuggì. Restò accanto a Van Gogh, vittima di sempre crescenti crisi nervose. E questo quadro, che realizzò dopo aver deciso di trasferirsi volontariamente nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence, è un ultimo, disperato legame con Paul: l’embrione del dipinto è un disegno che Gauguin aveva fatto del volto della donna. Vincent lo completa, alla ricerca di qualcosa: pace, amicizia, affetto, un giallo-vita.




