Verso un Papa africano? L’eredità geopolitica di Francesco

Un pontefice africano sarebbe la logica prosecuzione del papato di Francesco. Ma quali caratteristiche avrebbe?

Il prossimo Papa verrà dall’Africa? 

È solo un’ipotesi, non voglio rubare il lavoro ai vaticanisti che anticipano gli scenari del Conclave. Un pontefice africano sarebbe la logica prosecuzione del papato di Francesco, l’argentino che ha spostato il baricentro geopolitico del cattolicesimo verso il Grande Sud globale. Sarebbe anche un adattamento ai grandi trend demografici del nostro tempo: è in Africa che la popolazione umana continua ad avere una crescita dinamica, mentre rallenta o decresce nel resto del mondo. Infine l’Africa è forse il continente dove la Chiesa cattolica affronta in modo più visibile e dirompente due sfide da fedi concorrenti e molto aggressive nel loro proselitismo.

n effetti un cambiamento profondo nell’Africa contemporanea è l’avanzata travolgente di una nuova religiosità, anzi due: sul fronte cristiano e su quello islamico. Giovani e donne forniscono la base di massa di queste due riscoperte religiose. Ma con due segni diversi, opposti. Cristianesimo e Islam indicano due futuri alternativi all’Africa, pro o contro l’Occidente.

L’impatto sarà mondiale perché lo «scontro» attuale e futuro tra le due grandi religioni monoteiste si giocherà in Africa. Già nel 2015 il 16% di tutti i musulmani e il 26% di tutti i cristiani del mondo vivevano a Sud del Sahara. Entro il 2026 queste percentuali saranno salite al 27% per i musulmani e al 42% per i cristiani. Cioè quattro cristiani su dieci saranno nell’Africa subsahariana. Però cristiani non vuol dire cattolici. Dall’attivismo di papa Francesco o della Comunità di Sant’Egidio, dalle missioni cattoliche come i padri comboniani della rivista Nigrizia, si può trarre un’impressione esagerata sull’influenza della Chiesa cattolica in Africa; in realtà quest’ultima è in declino lì come nel resto del mondo. Chi avanza sono i protestanti, in particolare pentecostali. È un protestantesimo che molti cattolici descrivono in modo caricaturale, ridicolizzandolo: i tele-evangelisti carismatici, le mega-chiese gestite come dei business, le funzioni religiose tenute negli stadi sportivi con i momenti di «estasi» collettiva che prefigurano il «rapimento in cielo», l’esaltazione del successo economico e quindi la monetizzazione della fede. La diffidenza italiana è legata all’ostilità della Chiesa cattolica verso quel mondo e le sue potenzialità (anche positive).

Altrettanta ostilità trasuda dal mondo islamico, almeno quello che ha imboccato la strada opposta rispetto al protestantesimo. Molti musulmani dell’Africa subsahariana sono storicamente salafiti, fondamentalisti che seguono un’interpretazione letterale del Corano. Per i giovani africani che aderiscono all’Islam, questa fede è una barriera protettiva contro ogni contaminazione culturale dall’Occidente.

I protestanti pentecostali, al contrario, perseguono un’occidentalizzazione estrema. I templi pentecostali in Africa sono stati definiti «le chiese della gioventù» perché l’età media dei fedeli è molto bassa. Eppure il fenomeno dell’avanzata protestante data ormai di quarant’anni. È stato anche chiamato «il Vangelo della Prosperità», e questa etichetta cattura un elemento discriminante rispetto al cattolicesimo: proprio come accade nelle Americhe (Nord e Sud), queste forme di protestantesimo non aborriscono il denaro come «lo sterco del diavolo», non predicano la rinuncia, non esaltano la povertà. Del resto, che attrazione avrebbe esaltare il valore morale della miseria in un continente come l’Africa che ne ha troppa? 

I giovani pentecostali dell’Africa subsahariana – in sintonia con i loro parenti e amici emigrati negli Stati Uniti – sono più individualisti dei loro genitori, credono nel successo economico e nel benessere. Il loro modello di vita ideale è l’imprenditore. Perciò prendono le distanze da certe abitudini e stili di vita comunitari che appartengono alla tradizione africana.

Il neo-protestantesimo africano può coglierci impreparati quando fa irruzione in casa nostra, tanto quanto il fondamentalismo islamico. Tra gli immigrati che arrivano dall’Africa nei nostri paesi, tutte le nuove religioni sono molto diffuse. Sono fedi che comandano il proselitismo e spesso confliggono con i modelli di valori dei paesi ospiti. 

Lo shock è già accaduto in Francia, paese di tradizione cattolica come il nostro. I francesi sono stati tra i primi in Europa a subire lo shock delle infiltrazioni jihadiste nelle loro comunità islamiche (vedi le stragi del Bataclan o di Nizza). Ma sono rimasti altrettanto sconcertati quando l’immigrazione africana ha rivelato una poderosa corrente di pentecostali. Jihadisti e protestanti sono i due poli opposti, i primi odiano l’Occidente e vogliono distruggerne i valori; i secondi esaltano una versione dell’Occidente molto più americana che europea, la loro adesione al capitalismo è uno shock culturale rispetto allo statalismo dei francesi. Questo secondo shock culturale è quello più inatteso. Non solo l’anglofona Lagos, anche Kinshasa – la più grande metropoli francofona del mondo, molto più grossa di Parigi – ha già una maggioranza della popolazione protestante. Questa «invasione pentecostale», con un’immigrazione africana portatrice del sogno di una rivoluzione capitalista, non è meno difficile da assorbire rispetto al fondamentalismo islamico.
Lo studioso nigeriano Ebenezer Obadare è un’autorità sul fenomeno pentecostale, a cui ha dedicato due libri. «Nelle manifestazioni esteriori – dice Obadare – il primo ingrediente del Pentecostalismo è la relazione immediata e diretta tra il fedele e Dio. Il secondo è la glossolalia, il parlare in lingue, come gli apostoli di Cristo dopo la Pentecoste, l’effusione dello Spirito Santo. Il terzo sono i miracoli con ciò che essi significano: le forze della natura possono essere piegate. Il quarto è la centralità della preghiera, una preghiera combattiva per sconfiggere l’opposizione delle forze del male. I pentecostali sono dei devoti-guerrieri, in questo senso. Parlare di Vangelo della Prosperità, nel loro caso, non è sbagliato. In tutto il Grande Sud globale, che dall’Africa si allarga all’America latina e a parti dell’Asia, il Pentecostalismo ha conquistato nazioni povere, con Stati corrotti, dove le opportunità sociali scarseggiano. Il Pentecostalismo fornisce una chiave di comprensione, una teoria del mondo. Fra i mali che vuole combattere ed eliminuare, c’è proprio la povertà. Attraverso la creazione di ricchezza, più che con il ricorso alla carità. Il Vangelo della Prosperità ti dice che la miseria non è il tuo destino».

Il grande successo dei pentecostali non ha lasciato indifferente l’Islam. La violenza di Boko Haram è solo una delle tante controffensive. C’è un altro Islam, in Nigeria e altrove, che ha raccolto la sfida pacificamente imitando strategie, liturgie, linguaggi dei nuovi protestanti. «È nato così – dice Obadare – quello che io chiamo l’Islam carismatico. Il vecchio Islam era severo, austero, rigorista. Quello nuovo è accogliente, esuberante, quasi irriconoscibile: come i pentecostali incoraggia la musica, le percussioni, le danze. In Nigeria ha perfino spostato dal venerdì alla domenica il suo giorno festivo. È in corso una vera competizione nel marketing, tra due religioni che si vendono come dei prodotti».
Obadare conclude con il terzo attore di questa competizione, il cattolicesimo. La «teoria papale del sottosviluppo» non lo convince. Cita per illustrarla il discorso che papa Francesco fece al palazzo presidenziale di Kinshasa in occasione della sua visita in Congo nel febbraio 2023. Il pontefice in quella occasione denunciò «le terribili forme di sfruttamento, indegne dell’umanità», e parlò di un «colonialismo economico che genera schiavitù». Di qui l’esortazione finale: «Giù le mani dall’Africa! Non è una terra da saccheggiare». Di lì a poco, lo stesso santo padre passò ad accusare i paesi ricchi di «chiudere gli occhi» di fronte a tante tragedie africane, di non intervenire. «Da una parte – osserva Obadare – il papa chiese alle nazioni ricche di togliersi di mezzo, dall’altra voleva il loro intervento: quale dei due? Il papa non ha torto quando allude all’impatto del colonialismo, ampiamente documentato. Il problema è che il colonialismo non fu un fenomeno omogeneo, non ebbe un impatto uniforme sul continente, dovette fronteggiare considerevoli resistenze (talvolta vincenti), e nella lunga durata della storia africana rimane un episodio cortissimo. Invece secondo papa Francesco non solo il colonialismo fu una rottura enorme per le società africane, ma il suo effetto perdura e fa sì che gli africani siano impediti dall’affrontare i propri problemi. Peggio ancora, coloro che un tempo sfruttarono le colonie africane oggi continuano a farlo sotto forma di colonialismo economico. Questa è una distorsione della storia. Insiste nel descrivere gli africani come prigionieri impotenti della storia, e questo involontariamente perpetua gli stereotipi razzisti su di noi. Quand’anche fosse vero che alcuni paesi africani continuano ad essere sfruttati, molti decenni dopo l’indipendenza, la domanda sarebbe: perché? Ciò che il papa chiamò sfruttamento, per noi cittadini africani è un’altra cosa: la conseguenza del fatto che i nostri governi non fanno il nostro interesse».

Un papa africano segnerebbe la continuità con Francesco, oppure un’evoluzione dettata dal tipo di competizione che vede protagonisti i Pentecostali e il nuovo Islam? 

Un altro tema emerso negli ultimi anni è il gender. Bergoglio, pur attenendosi ai capisaldi della dottrina cattolica, mostrò comprensione verso la comunità gay e le minoranze di gender. La Chiesa africana invece è rimasta legata ai modelli tradizionali della famiglia: anche perché su questo non transigono né i musulmani né gli evangelici.