Usa, impazza la «professione» dei codisti

In America sempre più persone vengono pagate per fare la fila al posto di qualcun altro, assicurando al cliente un posto nei ristoranti famosi o una torta che impazza su TikTok: fare il codista è diventato un vero e proprio mestiere. Che, con una declinazione tutta sua, abbiamo avuto anche in Italia

Clara Valenzani

Quando fare la coda diventa un business

Attendere almeno due ore in coda per accaparrarsi la torta diventata virale su TikTok: non è raro a New York vedere lunghe file che si formano davanti a pasticcerie e take-away fin dalle 6 del mattino. C’è persino una parodia, una canzone realizzata dal Saturday Night Live con un cameo di Joe Jonas, intitolata Big Dumb Line, La Lunga Stupida Fila, dove la coda viene definita «l’hobby del weekend dei newyorkesi». Ma cosa fare se si ha poco tempo e non si vuole rinunciare ad assaggiare i dolci più iconici del momento? Semplice: si assume un codista professionista. Una persona pagata per stare in coda al posto di qualcun altro in ristoranti, panetterie e locali, che si fa raggiungere e sostituire dal cliente quando sta per arrivare il suo turno o, in alternativa, acquisti il dolcetto e lo porti a domicilio. Una professione che a Washington D.C. è nata in ambito politico, per permettere ad avvocati e lobbysti di assicurarsi un buon posto nella galleria dei visitatori alle udienze del Congresso o della Corte Suprema. E che in breve tempo si è estesa ad altri settori: i codisti oggi fanno la fila davanti ai negozi, alle pizzerie famose, ai ristoranti in cui non si accettano prenotazioni. 

Identikit del codista perfetto

In America, il mestiere sta diventando sempre più richiesto: «È esploso con i social media — commenta Robert Samuel, codista full-time di Brooklyn, a Eater, rivista digitale newyorkese di gastronomia — soprattutto con TikTok. I codisti c’erano anche prima, ma ora in tanti hanno iniziato a farlo». Samuel ha fondato nel 2012 Same Old Line Dudes, una compagnia che offre esclusivamente servizio di codisti. Oggi conta circa 35 dipendenti, alcuni a tempo pieno, altri no: studenti, casalinghe, amici, persone in cerca di un nuovo impiego. Le code vengono fatte per acquistare biglietti per eventi, prodotti ambiti come gli iPhone e scarpe in edizione limitata. Così, i clienti risparmiano tempo: «Ti lasciamo libero di fare le cose importanti come…VIVERE», recita il sito. All’elenco si aggiungono anche le file per il cibo, ovviamente. I prezzi? 25 dollari l’ora con richiesta minima due ore; fino a 600 dollari per 24 ore. Coda e consegna di due Cronut (ciambelle, donuts, realizzate con l’impasto del croissant, inventate dallo chef Dominique Ansel nel 2013 e diventate famosissime) hanno una tariffa fissa di 65 dollari, attendere davanti a un ristorante 55 dollari(se si richiede un tavolo per quattro persone, altrimenti sono 10 dollari in più per ogni cliente extra). E poi ci sono i supplementi: in caso di pioggia, vento, temperature sotto lo zero o sopra i 35 gradi si parte da 3 dollari, 15 se si lavora tra mezzanotte e le 7 del mattino, 25 per le code urgenti, 35 per la consegna in quartieri periferici, tariffe quasi raddoppiate per le festività, e diverse altre casistiche minori scrupolosamente elencate. Inoltre, si specifica online, i pagamenti non sono rimborsabili: la probabilità di successo è superiore al 90%, ma se tavoli e dolci sono esauriti, il codista ha comunque usato il suo tempo. I professionisti delle code sono trasparenti nel tariffario e corretti verso i compagni di fila, che vengono informati del processo in modo da evitare nervosismi. 
In Usa ci sono altri siti che forniscono il servizio, specializzati e non: ad esempio, su TaskRabbit sono elencati tuttofare che oltre alle file aiutino nei traslochi, nel montaggio dei mobili o in altre faccende. I prezzi sono tutti simili; talvolta c’è possibilità di richiedere un codista immediatamente, senza un giorno di preavviso. La costante rimane lavorare in modo strutturato e preciso, senza improvvisazioni. Il codista perfetto è puntuale, responsabile, paziente, comunica al cliente ogni aggiornamento e maneggia le confezioni con premura. In questo modo, i Cronut saranno consegnati sani e salvi, pronti per essere immortalati in una foto estetica prima di essere mangiati. 

Quei richiestissimi ristoranti italiani

È interessante notare come, in apertura sul sito di Same Old Line Dudes, vengano citate le occasioni che presumibilmente attirano più richieste di codisti: i biglietti per i teatri di Broadway, un posto ai processi di Luigi Mangione e Maduro e tre ristoranti newyorkesi tutti italiani o di ispirazione italiana, già famosi in precedenza ed esplosi dopo essere stati provati da Taylor Swift.
Il primo è «Lucali»: nella pizzeria di Mark Iacono le file arrivano fino a 3 ore di attesa, e le richieste di codisti sono aumentate del 30%. Il secondo è «Via Carota», ristorantino dall’atmosfera country gestito dalla fiorentina Rita Sodi e dall’americana Jody Williams. Qui si mangiano bruschette, prosciutto e melone, pappardelle al cinghiale e altre specialità nostrane. Infine, «Emilio’s Ballato», dello chef Emilio Vitolo. Reso famosissimo nel 2011 dopo un articolo del New York Times, per gustare una cacio e pepe e i piatti tipici del Sud Italia bisogna aspettare ore fuori dalla porta. In tutti questi ristoranti non è possibile prenotare, o è possibile farlo solo per pochi tavoli, grandi gruppi o eventi: ecco quindi che diventano un habitat perfetto per i codisti.

Ore di fila per una Dot Cake «indescrivibilmente orribile»

Nella sua intervista a Eater, Robert Samuel racconta come il settore gastronomico sia stato trainante per la sua attività: l’azienda è nata dopo aver visto le file per il lancio dell’iPhone 5, ma anche i Cronut erano richiestissimi: «Un singolo cliente li volle per impressionare i colleghi venuti dal Giappone. Prenotò sei codisti per avere una dozzina di ciambelle, poiché se ne possono comprare solo due a testa». Oggi, continua Samuel, sono ambitissime le Dot Cakes, tortine monoporzione di pan di spagna e crema al burro ricoperte da uno strato di zuccherini colorati. Inventate sempre a New York dalla pasticcera Alex Posner, sono diventate virali per gli ASMR, video in cui i suoni dovrebbero indurre una sensazione di piacevolezza e relax: in questo caso, gli utenti di internet adorano la sensazione uditiva «croccante» del cucchiaino passato in superficie o affondato nella torta. «Una nostra cliente — ha dichiarato Samuel — ha assunto cinque codisti: voleva due Dot Cakes per ogni gusto disponibile». Incuriosito dal fenomeno, lo scrittore e critico gastronomico del New York Post Steve Cuozzo si è messo in fila anche lui per assaggiare il dolce. Il verdetto: «Indescrivibilmente orribile. Mai mangiato nulla di peggio da quel secchiello di pop corn raffermi a un drive in nel 1964. Il gusto è puramente chimico. Nel 2013 c’era una coda lunga tutto l’isolato anche per i Cronut, ma almeno quelli valevano l’attesa». 

Il codista italiano di ieri

Se in America i codisti nascono per motivi politici e commerciali, in Italia la professione appare come risposta alle lungaggini burocratiche. Nel 2014 Giovanni Cafaro, ex consigliere comunale di San Donato Milanese, agente commerciale in una ditta di abbigliamento e con alle spalle un Master in organizzazione aziendale e gestione del personale, si ritrova disoccupato e decide di reinventarsi. Notando il nervosismo dei clienti in coda alle Poste inizia a lasciare in giro per Milano volantini in cui si propone come codista per fare la fila al Comune, all’Inps, al Catasto, all’Asl, pagare multe, bollette, richiedere certificati…faccende che richiedono tempo, e che tutti considerano una seccatura. L’iniziativa ottiene subito successo: Cafaro lavora a pieno ritmo a 10 euro l’ora; è operativo tendenzialmente dal mattino fino al primo pomeriggio, quando gli uffici sono aperti. Nei mesi successivi la voce si diffonde e tiene dei corsi di formazione per 1.500 futuri codisti (disoccupati o semplicemente persone in cerca di un cambiamento lavorativo) che desiderano mettersi in proprio o essere assunti dalle aziende per sbrigare le pratiche; un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro viene inoltre depositato per regolare i rapporti di assunzione della neonata categoria.

Il codista italiano di oggi

In comune con gli Usa, ci sono le caratteristiche che un codista italiano deve avere: precisione, serietà, puntualità, pazienza, e in più una preparazione di base sulle questioni burocratiche. Le differenze sono però sostanziali: non solo rispetto all’America il mestiere non si è mai ampliato fino a toccare l’ambito gastronomico, ma è andato scomparendo. Oggi, se qualcuno volesse prenotare un codista, facendo una ricerca su internet non riuscirebbe a trovare nessuna informazione recente. Con la digitalizzazione e gli accessi da remoto ai servizi della Pubblica Amministrazione, questa professione è ormai sparita (anche se, secondo una report Istat del 2023, oltre il 40% degli italiani lamenta attese superiori ai 20 minuti quando deve recarsi di persona in Asl, Posta e Anagrafe). 
Cafaro ha smesso di fare il codista nel 2017, anno in cui ha trovato un nuovo impiego, ma c’è un ultimo, curioso, aneddoto da condividere su questa vicenda. La sua storia ha ispirato uno spettacolo teatrale dal titolo La Codistaportato in scena dal premiato collettivo olandese Wunderbaum e dall’attrice Marleen Scholten: si tratta di una riflessione comica ma politica sul tema del rapporto tra esseri umani che condividono uno spazio in attesa del proprio turno, in una società rapida e dominata dalla paura di perdere occasioni.

La psicologia dietro la coda: se alla base c’è la FOMO

Ed è proprio la paura di perdere occasioni che secondo gli psicologi ci spinge a stare in coda. «La FOMO, Fear Of Missing Out (paura di perdere qualcosa), è il motivo per cui la gente si mette in coda per avere ciò di cui ha solo sentito parlare», ha riferito alla BBC Raquel S Herz, docente di psichiatria e comportamento umano alla Alpert Medical School della Brown University. «Nelle esperienze positive, vedere la gente in fila rende più desiderabile l’oggetto per cui si attende». Secondo gli esperti, la FOMO è originata dai meccanismi performativi di gruppo e dall’elevazione delle esperienze, anche gastronomiche, da ordinarie a straordinarie: se un luogo è popolare, è normale fare la coda, poiché la ripetizione e l’emulazione rendono i comportamenti socialmente accettati, validati e rassicuranti. Se lo fanno tutti, sarà giusto così, si tende a pensare. Questo modello è amplificato dai social media, dall’ansia di sentirsi esclusi e dalla conseguente ricondivisione online come prova di aver fatto quell’esperienza: ed ecco che la pasticceria fino a ieri sconosciuta diventa virale e che le code si trasformano in uno strumento involontario di marketing, pronto a far leva sulla psicologia di massa. «Gli algoritmi, inoltre — commenta alla BBC Sara Dolnicar, professoressa alla UQ Business School dell’Università del Queensland —, riducono l’esplorazione casuale, perché ci forniscono una proposta già pronta, facile. Andare in un posto che gli altri hanno scovato è più semplice che trovarne uno nuovo».
In fondo, come diceva il filosofo tedesco Gotthold Ephraim Lessing, «l’attesa del piacere è essa stessa il piacere». E allora la fila di un’ora per la frutta realistica e le brioches quadrate, se in Italia manca il codista, ce la facciamo anche da soli.