Uranio, report e spie: Teheran ha portato avanti un programma segreto? Cosa sappiamo

Il grande gioco di intelligence e le diverse visioni di Usa e Israele

GUIDO OLIMPIO

Nella notte appena trascorsa gli Stati Uniti sono entrati nella guerra lanciata da Israele contro l’Iran per cancellarne il programma atomico. L’annuncio del presidente Usa Donald Trump dopo che i bombardieri americani hanno attaccato il sito nucleare iraniano di Fordow e i sottomarini hanno sparato 30 missili cruise Tlam contro gli altri due siti di Natanz e Isfahan.

L’Iran avrebbe spostato quantità di uranio arricchito per sottrarlo all’attacco israeliano e consentire di andare avanti con il programma. A sostenerlo l’ex capo dei pasdaran, Mohsen Rezai. La dichiarazione può essere un gesto di sfida, una mossa di guerra psicologica. Ma rischia di aiutare Israele a sostenere che esiste un presunto piano segreto.

La sortita

L’alto dirigente, noto per le posizioni radicali, è apparso in televisione indossando la divisa verde dei Guardiani della rivoluzione. E la sua «sparata» è finita nella battaglia di analisi sulle capacità del regime nel settore strategico. Con versioni contrapposte. Appena pochi giorni fa The Economist, citando fonti israeliane, ha rilanciato l’ipotesi della via «coperta» all’atomica. Secondo questo scenario (di parte), Teheran ha affidato il compito, sei anni fa, a un gruppo ristretto di scienziati assistiti dai militari. A guidarlo Mohsen Fakhrizadeh, il numero uno del settore, un personaggio «storico» assassinato dal Mossad nel novembre del 2020. L’operazione è proseguita sotto l’egida dell’Spnd, ossia l’Organizzazione per l’innovazione difensiva, che avrebbe condotto studi mascherati da ricerche civili. A sovraintendere il lavoro il capo di stato maggiore Bagheri, eliminato però nei primi giorni dell’operazione «Rising Lion» insieme a un gran numero di ufficiali e scienziati.

La scorciatoia

È da tempo che Tel Aviv ma anche esperti internazionali sospettano che la Repubblica islamica abbia accelerato i passi, in modo separato, al fine di essere pronta nel caso la guida suprema Ali Khamenei dia l’ordine. Nel marzo 2023 l’Aiea e gli europei segnalavano violazioni mentre Israele insisteva sull’esistenza di manovre da parte dei mullah.
A giugno di un anno fa il New York Times raccontava di un dibattito «strategico» all’interno del regime su cosa fare e ribadivano che il leader non si era pronunciato. Nel mezzo uscivano report — anche da parte americana — su quanto l’Iran fosse vicino alla meta. Per alcuni funzionari potevano bastare pochi giorni o settimane per mettere a punto il primo ordigno. Altri frenavano. Altri ancora sottolineavano che non aveva senso realizzare una sola arma, una volta che hai la possibilità — era il loro parere — cerca di allargare il numero. Ciò non significa che l’ordigno sia a portata di mano.

Allo stesso tempo trapelavano informazioni sull’invio di nuove centrifughe nei bunker di Fordow, uno dei simboli di questo scontro, così come di attività nel centro di Parchin. Erano ricorrenti le notizie sull’aumento delle difese attorno a luoghi strategici e la stessa Aiea ha citato più volte nelle sue comunicazioni i siti di Lavizan-Shian, Varamin e Turqozabad dove gli iraniani hanno condotto lavori «non dichiarati».
Un secondo duello ha visto come protagonista l’intelligence statunitense. Un’analisi passata alla Cnn ha contraddetto le previsioni di Netanyahu affermando che ci vorranno almeno tre anni prima che la Repubblica islamica raggiunga la sua meta. L’articolo ha ricordato la posizione della direttrice delle 19 agenzie di spionaggio statunitensi, Tulsi Gabbard, che nella sostanza escludeva passi decisi da parte di Khamenei nell’autorizzare la bomba atomica. Israeliani e americani — hanno aggiunto le fonti — hanno in mano gli stessi elementi ma ne danno una interpretazione diversa. Accade.

Tasselli e mosaico

Le spie possono offrire dei «tasselli», serve poi del tempo perché si definisca il mosaico con precisione. È come un’indagine. Spesso parliamo di stime, influenzabili dalla politica e dalle finestre di opportunità, non è raro che il documento conclusivo non sia netto. Gli agenti, anche per pararsi, preferiscono offrire le opzioni A, B, C.
Il Pentagono, a sua volta, fornisce possibili linee di intervento. Alla fine, è il presidente che sceglie e in questo caso Donald Trump ha sposato la tesi di Bibi Netanyahu. Un cambio dopo aver auspicato la soluzione negoziale con gli iraniani e aver persino «ammonito» il premier israeliano a desistere dall’assalto. Posizioni espresse in chiaro oppure lasciando trapelare indiscrezioni da sempre parte del Grande Gioco.

Cos’è il sito nucleare di Fordow, attaccato dagli Stati Uniti, e perché è così importante

Il sito nucleare di Fordow è il «cuore» del programma atomico iraniano: realizzato a decine di metri di profondità, è stato colpito dalle bombe statunitensi

Intorno alle 2 del mattino, ora italiana, di domenica 22 giugno, gli Stati Uniti hanno annunciato di aver bombardato l’Iran, colpendo tre siti del programma nucleare degli Ayatollah. 

La chiave di quel programma è protetta dalla «montagna sacra», il sito nucleare di Fordow. È all’interno di questo gigantesco bunker che il regime di Teheran ha installato una parte delle centrifughe necessarie per arricchire l’uranio

Un obiettivo duro anche per l’aviazione israeliana, che era stata in grado – fino all’intervento americano – solo di «graffiare» l’esterno di un impianto fondamentale.

Le ultime immagini satellitari avevano mostrato conseguenze minori per un muro di contenimento lungo una via d’accesso. E per questo il premier israeliano Netanyahu aveva chiesto l’intervento degli Stati Uniti: unico Paese dotato delle super bombe in grado di colpire in profondità questo sito fortificato.

La Repubblica islamica, fin dai primi giorni della sua esistenza, ha seguito con attenzione quanto accadeva in Medio Oriente. Tenendo conto delle proprie esperienze, sempre difficili, e di quelle dei vicini. Per otto anni ha guerreggiato con l’Iraq, usando anche i missili terra-terra, strumento bellico oggi irrinunciabile. In quello stesso periodo è stata testimone del raid israeliano sul reattore nucleare iracheno di Osirak, primo atto di contro-proliferazione messo in atto da Tel Aviv. Ed ha compreso che se avesse voluto sviluppare il settore atomico avrebbe dovuto pensare come proteggerlo. 

Da qui il piano di strutture nel sottosuolo, in grado di incassare colpi, come Fordow e più di recente a Kolan Gaz, a sud di Natanz (altro sito colpito dai raid Usa).

La costruzione del «laboratorio» è iniziata nel periodo 2006-2007 mentre il regime ne ha riconosciuto l’esistenza solo nel 2009. La scelta del luogo è stata determinata dalle caratteristiche della zona montuosa perfetta per essere utilizzata come «rifugio». Secondo alcuni c’è anche un risvolto simbolico: la regione di Fordow ha avuto un’alta percentuale di «martiri» nel conflitto con le truppe di Saddam Hussein e non è molto distante dalla città santa di Qom, faro della religione sciita. Naturalmente questo secondo punto è irrilevante rispetto alle esigenze di sicurezza e al valore della ricerca scientifica in un campo strategico. 

L’impianto sarebbe composto da una serie di spazi, molto ampi, dove sono stati sistemati gli equipaggiamenti.

Un rapporto del RUSI britannico stima che siano ad una profondità di 90-100 metri, un livello sufficiente per resistere ad uno strike da parte israeliana. L’aviazione di Israele dispone di ordigni anti-bunker, ne ha usati molti per eliminare i capi dell’Hezbollah ospitati in gallerie ricavate sotto i palazzi, ma non ha in dotazione le GBU 57A messe a punto dal Pentagono, bombe sganciabili dai bombardieri B 2. Perché lo «Spirit», come è noto in gergo, è l’unico velivolo che può trasportare la GBU-57, la superbomba da 14 tonnellate progettata per distruggere bunker a grandi profondità. Come Fordow, appunto.

Sono state formulate varie ipotesi tenendo conto degli strati di cemento, terra e altro materiale impiegato dagli operai per trasformare il «centro» in una fortezza. Con margini di dubbio legati alla mancanza di dati precisi. 

Le difese interne sono accompagnate da contromisure attorno al perimetro per sventare attacchi da parte di commandos.