La Conferenza di Roma: primi passi per disegnare un futuro all’Ucraina. Un’alternativa politica per garantire la sovranità
Può sembrare velleitario, o privo di senso, parlare di ricostruzione, mentre stanno bombardando ferocemente il tuo Paese. Si potrebbe, quindi, liquidare la Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina come un evento ininfluente destinato a non lasciare traccia. Ma sarebbe un errore, perché l’alternativa è sedersi ad aspettare che siano il volubile Trump e il cinico Putin a mettere fine, in qualche modo, alla guerra e a decidere il destino di quello Stato e di quel popolo. A Roma, invece, è proseguita la costruzione di un’alternativa politica, economica e militare che sia in grado di garantire davvero la sovranità dell’Ucraina e di dare finalmente un ruolo propositivo all’Europa. Illusioni? Vedremo. Intanto c’è una squadra al lavoro. Ieri l’abbiamo vista all’opera nel pomeriggio, quando i leader presenti nella capitale italiana, cioè Giorgia Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier polacco Donald Tusk e altri si sono collegati in video conferenza con Londra, dove il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron coordinavano la riunione della «coalizione dei volenterosi».
Forse è stato il tedesco Merz ha sintetizzare al meglio il senso politico della giornata: «Vogliamo mandare un doppio messaggio. A Putin diciamo: attento noi non molleremo. A Trump: stai con noi europei, perché siamo sulla stessa barca». Meloni ha giustamente notato come ci siano tante aziende, tanti governi, pronti a «scommettere» sulla rinascita ucraina. Ma la presidente del Consiglio ha esagerato con la cortesia diplomatica quando si è dichiarata «molto soddisfatta» per la presenza di una delegazione americana. Trump ha spedito a Roma Keith Kellogg, inviato solo di nome per l’Ucraina. L’ex generale si è presentato senza alcun mandato, dotato al massimo di un block notes per prendere appunti e riferire alla Casa Bianca. Non è stato un segnale di attenzione da parte di Trump, ma esattamente il contrario: vi mando Kellogg che a Washington non conta nulla, perché anche questa quarta «Recovery Conference» sarà una perdita di tempo.
Certo la lista dei risultati, illustrata da Meloni e poi da Volodymyr Zelensky in conferenza stampa, non prefigura una svolta compiuta. Però segna un aggiornamento utile per le esigenze di oggi e traccia un percorso per un futuro che si può e, anzi, si deve provare a plasmare. La prova? Zelensky ha posto in cima alle priorità la fornitura di batterie Patriot, le uniche in grado di intercettare i micidiali missili balistici russi. In questo momento ce le hanno solo gli americani. Ora Trump dice che è disposto a cederle, ma non a regalarle agli ucraini. Zelensky ha chiesto 10 batterie, ma non ha i soldi per comprarle tutte. Ecco allora a che cosa servono le riunioni come quelle di ieri: a escogitare soluzioni. Nel merito, il presidente ucraino ha spiegato che la Germania ne pagherà due; una cordata guidata dalla Norvegia addirittura quattro; per le altre si stanno studiando diverse forme di finanziamento. Stesso discorso per le sanzioni contro l’economia russa. L’Unione europea si prepara a varare il diciottesimo pacchetto. Ieri lungo e sofferto confronto, soprattutto negli incontri a margine: bisogna colpire l’energia e la rete bancaria che consentono a Putin di mettere in campo 300 miliardi di dollari per finanziare la sua guerra (la stima è di Zelensky).
All’Eur sono state invitate anche duemila aziende, molte ucraine e quasi 500 italiane. Tante, forse troppe persone costrette a ore di coda davanti al Palazzo dei Congressi per ricevere l’accredito. Male l’organizzazione: si sarebbe dovuto fare meglio.
Al piano terra della «Nuvola», il centro convegni progettato Massimiliano Fuksas, le imprese ucraine hanno sistemato gli stand come se fosse una fiera. Altro spreco? Mica tanto. Gli imprenditori provenienti da vari Paesi si sono mescolati, si sono parlati. Per esempio c’è chi ha scoperto che i 540 miliardi dollari necessari per la ricostruzione del Paese, secondo una valutazione della Banca mondiale, basterebbero solo per ripristinare le infrastrutture essenziali, le reti elettriche, i trasporti, gli ospedali. Ma l’Ucraina avrà bisogno di altro, per esempio di ricostruire le case distrutte dalle bombe russe. Sergij Pylypenko, amministratore delegato di Kovalska, la principale società di costruzioni ucraina, spiega che a Kiev è stato raso al suolo il 5% del patrimonio edilizio; a Kharkiv il 20% e così via città per città. L’Ucraina, inoltre, è rimasta senza le componenti di acciaio per le costruzioni; mancano molti materiali e attrezzature. Tutte aree che possono attirare investimenti privati stranieri. Troppo presto? Può darsi, ma è la stessa logica che ha spinto Trump a ipotecare lo sfruttamento dei giacimenti ucraini di terre rare. Nel momento dell’accordo abbiamo sentito reazioni politiche diverse. Anche i più critici, però, non negavano la lungimiranza della Casa Bianca. Allora perché si devono muovere solo gli Stati Uniti?
Gli europei stanno mettendo a punto un modello di investimenti non tirando per il collo Zelensky, ma pianificando insieme gli interventi: dall’industria della difesa alla cooperazione tecnologica. I governi presenti alla Conferenza hanno messo sul piatto impegni per 10 miliardi di euro. Le imprese hanno stipulato contratti per 2 miliardi. Non è ancora il «miracolo ucraino» prefigurato da Meloni. È un altro passaggio, dopo i 16 miliardi stanziati lo scorso anno nella Conferenza di Berlino. Un altro passaggio difficile, come lo è tutto ciò che oggi ruota sull’Ucraina.


