GIUSEPPE VALDITARA
Scuola, la mia idea del talento
Il ministro dell’istruzione risponde all’editoriale di Giovanni Lo Storto che invocava “Più inclusione, meno performance”
La formazione universitaria trasmette un insegnamento importante: approfondire le questioni prima di giudicare. Che è in sintesi l’insegnamento di Luigi Einaudi: conoscere per deliberare. Ho apprezzato l’intervento di Giovanni Lo Storto sul Corriere del 9 agosto per il garbo e il carattere costruttivo delle osservazioni contenute. Temo si sia tuttavia limitato a prendere spunto dalla polemica giornalistica relativa ad alcuni recenti fatti (le critiche di alcuni studenti all’esame di Stato) anziché approfondire la complessiva azione posta in essere dal ministero dell’Istruzione e del Merito e la filosofia che la ispira.
Partiamo innanzitutto dai fatti. Nemmeno una decina di studenti ha rifiutato di sostenere l’esame orale alla cosiddetta Maturità. Una contestazione che ha avuto più rilevanza mediatica, per esempio, di quelle ben più numerose testimonianze di giovani che hanno affrontato in un reparto di oncologia l’intero anno scolastico volendo a tutti costi sostenere l’esame finale, preparandosi con grande impegno, voglia di farcela, voglia di avere un futuro, senso di responsabilità. Molti di loro hanno preso 100 e lode. Ecco, penso che non sarebbe male ogni tanto ricordare esempi di questi tipo.
Veniamo alle motivazioni della protesta: la più diffusa e polemica contestava la valutazione, i voti, così come la competizione. Quindi, per conseguenza, lo scarso rilievo dato alla persona.
Sono due critiche che solo apparentemente, o meglio solo strumentalmente, possono stare insieme.
Chi avesse la pazienza di approfondire la mia idea di scuola scoprirebbe che è incentrata sulla persona, sulla valorizzazione dei talenti, sulla centralità dello studente, non solo declamata, ma concretamente realizzata. Penso alle nuove Linee guida sulla Educazione civica incentrate sulla cultura del rispetto, ai nuovi programmi scolastici, che parlano di educare all’empatia, al docente tutor, ad Agenda Sud (e ora Agenda Nord), al programma Scuola Estate, alla possibilità per i genitori di scegliere la continuità didattica sul sostegno. Ma penso anche alla riforma dell’istruzione tecnico-professionale, il cosiddetto 4+2 con la istituzione, fra l’altro, dei campus che per la prima volta collegano scuola, its, università e imprese.
E penso proprio alla riforma dell’esame conclusivo del percorso scolastico. Ben prima di questo boicottaggio della maturità avevo dichiarato che era mia intenzione cambiare l’esame di Stato, riportandolo a vero esame di Maturità, un concetto questo sempre più raro nella nostra società. Vale a dire un esame che valuti non solo le conoscenze e le competenze, ma il grado di autonomia, di responsabilità, insomma di autentica crescita dello studente: insomma la persona a 360 gradi. La riforma è fra l’altro già pronta. Per mettere realmente la persona al centro e per valorizzarla, non solo a parole, occorre tuttavia aiutarla ad affrontare le sfide della vita, partendo dalla necessità di saper rispettare le regole, assumersi le proprie responsabilità, e nel contempo occorre aiutare il giovane a superare sconfitte e ad affrontare frustrazioni. Questo è proprio il compito della scuola. La via più comoda, che nega la valutazione, che rifugge dalla competizione, che rifiuta il merito, che odia i divieti, che ritiene che la responsabilità sia sempre di altri o magari della società, è la via che in Italia abbiamo già sperimentato, è quella del vietato vietare, del 6 e del 18 politico, del rifiuto del merito e della irresponsabilità dilagante. Non è quella la via che aiuta veramente i giovani a diventare adulti, ad affrontare le sfide della vita e possibilmente a vincerle.

Scuola, più ascolto meno performance
Dare il massimo non sempre basta. E la competizione non premia il migliore, ma chi ha la corazza emotiva più dura. Certo, edulcorare la realtà non serve. Ma forse è tempo di fermarsi e guardare alle cause del malessere
«Convinciti del fatto che il mondo sei tu, e sforzati di salvarlo, per salvarti. Il mondo è il tuo mondo, ma non già l’io egoista, bensì l’uomo». Così scriveva Miguel de Unamuno, commentando – o forse riscrivendo – il Don Chisciotte. C’è qualcosa di profondamente serio nella protesta degli studenti che hanno scelto il silenzio all’orale di maturità. Non tanto il gesto in sé, che può apparire a molti una provocazione immatura, un abuso di una falla regolamentare. Quanto nel messaggio che, consapevolmente o no, porta alla luce: quel silenzio è un tentativo, per quanto imperfetto, di salvare non solo se stessi, ma anche una scuola e un mondo percepiti come sbagliati. Il ministro dell’Istruzione e del Merito ha chiarito che dalla prossima maturità chi farà scena muta sarà bocciato. Una misura che, se pensiamo alla scuola come a un luogo di responsabilità e regole comuni, può apparire comprensibile e coerente. L’esame orale è un momento di verifica, ma anche di dialogo, e non si può permettere che diventi solo una piattaforma per proteste. Forse è proprio questo il punto. Quella scena muta, così apparentemente arrogante, è un grido di sfiducia verso un sistema percepito dai ragazzi come distante, competitivo, arido. Un sistema che misura le prestazioni più di quanto ascolti. È il rifiuto di quella che alcuni studenti hanno chiamato «una scuola a punti».
In parallelo, un altro ragazzo ha chiesto di abbassare volontariamente il proprio voto da 84 a 60, il minimo per essere promossi, per esprimere solidarietà ai compagni rimasti indietro. Un gesto che Massimo Gramellini, in un suo «Caffè», ha raccontato con la dolcezza di chi sa leggere oltre le apparenze: una scuola che non sia più una palestra di competizione, ma un luogo di cooperazione. Se la scuola è davvero un luogo che educa, allora anche la protesta, pur sbagliata nelle forme, va letta e capita come un sintomo. Non è una ribellione da punire, ma una domanda da ascoltare. Gli studenti sottolineano che, pur con una preparazione impeccabile, hanno avvertito una scarsa attenzione alle persone. Detto altrimenti, conta il voto finale, non il percorso umano – fatto di gioia, ansia, frustrazione – che lo accompagna.
In fondo, questi ragazzi pongono la stessa domanda che si fanno oggi molte istituzioni: può la scuola, oggi, essere ancora solo un luogo di verifica? O deve diventare una «scuola larga», come la definisce l’Ocse e come ho già avuto modo di approfondire nel libro EroStudente: un sistema che formi non solo competenze, ma anche capacità di ascolto, empatia, collaborazione? In questo percorso, l’università rappresenta lo sbocco naturale di una formazione continua, inclusiva e orientata allo sviluppo delle potenzialità. Da questo punto di vista, è positivo il lavoro della ministra Bernini, che ha recentemente rilanciato il Piano per l’Orientamento Universitario e i «campus diffusi», per rafforzare la filiera educativa tra scuole, atenei e imprese. Un passo nella direzione giusta, perché l’educazione non si esaurisca nei confini della scuola. Serve un salto culturale: dalla scuola della velocità individuale a quella dell’umanità condivisa. In altre parole, più ascolto e meno performance. Non più un docente «drone di contenuti», come suggerisce l’«innovatore-umanista» Jeffrey Schnapp, ma un professore «designer di motivazione», capace di stimolare il desiderio di apprendere. Da un esame orale come verifica finale, a un colloquio che sia vero momento di scambio. È questa la vera sfida. E forse quei silenzi non sono altro che un modo imperfetto di chiederci di affrontarla. Viviamo in un mondo dove la performance è la regola. È comprensibile: si vuole tutelare il merito e dare a ognuno le stesse possibilità con obiettività. Anche per questo Valditara ha voluto chiarire che regole e responsabilità devono restare punti fermi, a tutela di tutti. Ma il problema della cultura della performance è il peso che si porta addosso: il traguardo conta più del percorso, e il risultato più della progettualità. La protesta è sintomo di un malessere che affonda in questa cultura. Si comincia da piccoli a esserne imbevuti, basti pensare alla domanda, in apparenza innocente: «cosa vuoi essere da grande?». E così si finisce per identificare il bambino con il suo futuro lavoro.
Dare il massimo non sempre basta. E la competizione non premia il migliore, ma chi ha la corazza emotiva più dura. Certo, edulcorare la realtà non serve. Ma forse è tempo di fermarsi e guardare alle cause del malessere. Tornare alle persone, ascoltarle, prima di ridurle a un numero. Come nella salute: se curi solo il sintomo, senza affrontarne la causa, il problema continuerà a tornare. Se vogliamo evitare di confondere l’obbedienza con l’educazione, non basta un regolamento. Se non vogliamo confondere l’obbedienza con l’educazione, non basta un regolamento. Servono una scuola e un’università che, loro per prime, non restino in silenzio di fronte al futuro.



