Ucraina, se la pace premia l’aggressore

MARCO IMARISIO

È bene riconoscere per tempo che anche se l’incontro di venerdì prossimo non dovesse portare accordi immediati, il suo semplice accadimento costituirebbe già una enorme vittoria per la Russia

All’inizio di luglio, Parigi ha smesso di essere una città da radere al suolo, diventando all’improvviso la capitale di un Paese dove «ci sono i migliori vini e formaggi del mondo». L’abbandono della lista stilata con quotidiana cadenza dai propagandisti televisivi russi di bersagli da bombardare con il nucleare, che continua a comprendere Londra, Berlino e da qualche tempo anche Roma, non è dovuto a un improvviso caso di resipiscenza collettiva. Si tratta piuttosto di un effetto collaterale della prima telefonata dopo tre anni tra Emmanuel Macron e Vladimir Putin e della immediata torsione di una opinione pubblica modellata secondo le verità del momento decise dal Cremlino.

In quella circostanza, il presidente francese dedicò gran parte dei cinquanta minuti di conversazione alla crisi tra Iran e Israele, dicendo in buona sostanza al difficile interlocutore che c’era bisogno anche di lui per uscirne. Le cronache del Cremlino riportano che Putin fu visibilmente compiaciuto di quell’approccio. Pochi giorni dopo, il presidente russo si disse favorevole a un accordo che impedisca a Teheran di arricchire l’uranio per fini militari, sposando in pratica la linea degli Usa e in quel caso anche dell’Europa.

Non è un azzardo sostenere che un mese fa Macron ha applicato nei confronti della Russia una specie di metodo Trump. L’unica cosa che il magnate americano ha capito dell’uomo che si appresta a incontrare in Alaska è che bisogna fare leva sulla sua sete di rivincita internazionale, coinvolgendolo laddove sia possibile sui tanti dossier aperti, a cominciare da quello mediorientale. Alcuni resoconti russi del primo colloquio ufficiale tra i due, risalente ormai allo scorso marzo, riportavano la lamentela di Putin sull’esclusione del suo Paese dal G8, avvenuta nel 2014 dopo l’annessione della Crimea. «Mi hanno umiliato» avrebbe detto, dolendosi poi del fatto che durante il suo primo mandato Trump non avesse posto rimedio a questa molto presunta ingiustizia nei suoi confronti.

Poco importa la storica tendenza russa a ignorare le evidenti ragioni di certe decisioni prese nei suoi confronti. Quello che conta in questo momento è il modo in cui Trump intende guadagnarsi la fiducia di un Putin che davvero crede nella sua missione di dover difendere il suo Paese dalla sfida di un Occidente globale ormai identificato con una sua singola parte, la nostra. È bene riconoscere per tempo che anche se l’incontro di venerdì prossimo non dovesse portare accordi immediati, il suo semplice accadimento costituirebbe già una enorme vittoria per la Russia. E un riconoscimento di fatto per il suo presidente, che dalla finestra dell’Alaska rientrerebbe così sulla scena internazionale, in virtù di una visione muscolare della geopolitica che prefigura già uno sconfitto. «Cos’è l’Europa? Chi comanda? Con chi devo parlare quando voglio confrontarmi con l’Europa?» Questo sfogo di Putin, pronunciato con espressione divertita lo scorso dicembre durante il suo filo diretto con la nazione, conteneva anche una certa idea di mondo, che pare condivisa dallo stesso Trump.

Hanno bisogno l’uno dell’altro. Forse, Putin ancora di più. Non è solo questione di grandi scenari, ma di portafoglio. Se l’ennesima notizia del suo decesso continua a essere fortemente esagerata, è vero anche che l’economia russa non è mai stata così alle corde. Alla fine di luglio, su fortissimo impulso del Cremlino, la Banca centrale ha abbassato il costo del denaro dal 20 al 18 per cento. Ma la sua governatrice Elvira Nabiullina ha detto in modo chiaro che incombono tempi molto difficili, mentre media e politici hanno cambiato la loro narrazione abituale lanciandosi invece nell’elogio della propensione al risparmio e della vita morigerata. La Russia ha un disperato bisogno di riempire i vuoti lasciati dai Paesi europei e dalle loro aziende che hanno di fatto paralizzato alcuni settori dell’industria nazionale e accentuato il divario tecnologico già esistente con l’odiato Occidente e con la Cina.

In tutto questo, c’è solo un fastidioso dettaglio che rischia di scombinare i progetti di entrambi, e si chiama Ucraina. Appare evidente che a differenza di Putin, il presidente americano è convinto che si tratti solo di un conflitto locale. Altrimenti, non sarebbe nemmeno possibile immaginare una soluzione ingenua come l’ipotesi di accordo lasciata trapelare pochi giorni fa da autorevoli media statunitensi. Sotto alla formula gentile dello «scambio di territori» si cela infatti un regalo enorme a Putin. Non è necessario essere esperti militari per capire che il ritiro dell’esercito di Kiev dalle regioni di Donetsk e Lugansk in cambio del congelamento della linea del fronte in quelle di Zaporizhzhya e Kherson costituirebbe l’aggiramento per via diplomatica del principale ostacolo per la Russia in questa guerra.

Un compromesso difficilmente digeribile per Volodymyr Zelensky, che avrebbe come risultato quello di scavare un ulteriore fossato tra Usa ed Europa, assecondando il desiderio del Cremlino anche in questo aspetto, non proprio di poco conto. Come ha scritto Marta Serafini nei suoi reportage per questo giornale, la battaglia che si combatte da mesi per il controllo di Pokrovsk non è la fine, ma piuttosto l’inizio di una resa dei conti. Fonti diplomatiche russe e le più importanti cancellerie europee concordano: i novanta chilometri scarsi che separano quella località da Kramatorsk, la principale città del territorio ancora controllato dagli ucraini, hanno una notevole densità abitativa e sono stati trasformati in una continua fortificazione per fermare l’avanzata nemica. Con l’attuale passo dell’Armata russa, potrebbero volerci anni. Nessuno sente la necessità di continuare questo assurdo bagno di sangue, per carità. Anzi. Per fermarlo, forse è anche giusto accettare il male minore di una ripresa del dialogo con Putin, consegnandogli di fatto una rinnovata patente di agibilità internazionale. Ma siccome anche in questo contesto esiste un aggressore e un aggredito, sarebbe bene evitare di premiare il primo. E di punire il secondo con una pace finta e ingiusta.