U.S.A. Midterm 2026

informazioni e approfondimenti del 2 Novembre

(Infografica di Sabina Castagnaviz)

Le elezioni di midterm sono un referendum su Trump. Già 54 milioni di cittadini Usa al voto

Il leader Usa si è speso come nessun presidente prima di lui per l’appuntamento con le urne di domani, ma la sua impopolarità potrebbe regalare la Camera e (più difficile) il Senato all’opposizione. Che cosa farebbero i dem con la vittoria e come reagirebbe Donald?

VIVIANA MAZZA

Domani è in gioco il controllo repubblicano su Washington. Sono in palio tutti e 435 i seggi della Camera, 35 dei 100 seggi del Senato e le poltrone di 36 governatori.

Si è registrata un’impennata del voto anticipato: 54 milioni di americani si sono già recati alle urne o hanno votato per posta, secondo Nbc News, 7 milioni in più rispetto all’ultimo midterm nel 2022. L’entusiasmo sembra più forte tra i democratici: secondo dati degli Stati che raccolgono queste informazioni, finora hanno votato 10,7 milioni di democratici, 7,8 milioni di repubblicani.

In un clima politico sempre più cupo per il presidente Donald Trump (che ha un tasso di popolarità medio del 38%) e il suo partito, con l’aumento dei costi di generi alimentari e della benzina, la guerra con l’Iran e le preoccupazioni per la corruzione governativa che fanno da sfondo al voto, i democratici hanno una seria possibilità di riconquistare sia la Camera che il Senato (l’88% e il 63% secondo VoteHub), anche se nulla è scontato e la situazione al Senato resta particolarmente incerta.

Verso il 2028

Dal suo ritorno alla Casa Bianca Trump ha privilegiato il ricorso ai decreti presidenziali rispetto al normale iter legislativo, ridimensionando di fatto il ruolo del Congresso, ma il controllo democratico limiterebbe le sue possibilità di ottenere risultati politici nei suoi ultimi due anni di mandato. Inoltre l’esito delle elezioni sarà visto come un referendum su Trump, che ha ripetutamente chiesto agli americani di votare come se il suo nome fosse sulla scheda elettorale ed è responsabile di aver portato alla ribalta alcuni candidati che rischiano di perdere, tra cui Ken Paxton per il Senato in Texas.

Se i repubblicani superassero le aspettative, Trump potrebbe rivendicare di aver mobilitato la base conservatrice, grazie a una campagna elettorale a tappeto: 27 eventi in 19 Stati negli ultimi 30 giorni, più di qualsiasi presidente per il midterm. Ciò rafforzerebbe la sua influenza sul partito anche nelle primarie del 2028 e nel dopo-Trump. Se le perdite saranno gravi, invece, un numero maggiore di repubblicani potrebbe sentirsi incoraggiato a prendere le distanze da Trump mentre il partito decide come riorientarsi in vista del futuro.

La maggioranza

I repubblicani stanno lottando per mantenere il controllo risicato della Camera, ma i democratici si sentono così sicuri che da mesi si vantano di come intendono usare la maggioranza per mettere sotto pressione l’amministrazione Trump. Ai democratici bastano tre seggi per ottenere la maggioranza ma sperano di conquistarne molti di più. Si sono spinti con forza in distretti repubblicani, inclusi alcuni in cui Trump ha vinto con un margine a doppia cifra nel 2024. Con il controllo della Camera (senza il Senato), comunque, non c’è molto che potrebbero realizzare. Oltre ad approvare i cosiddetti «messaging bills» (che non hanno alcuna possibilità di essere convertiti in legge) si concentrerebbero su indagini su Trump e i suoi ministri, sulle ricchezze accumulate durante il mandato, sulla sua riorganizzazione del governo federale e la persecuzione dei nemici politici. Il margine di maggioranza alla Camera avrà conseguenze concrete. Mantenere unita una maggioranza esigua è difficile. Un piccolo gruppo di deputati di estrema sinistra si è già rifiutato di impegnarsi a sostenere il leader Hakeem Jeffries come prossimo speaker della Camera se non in cambio di concessioni.

Gop sulla difensiva

Fino a pochi mesi fa, i repubblicani erano dati per favoriti al Senato: hanno una maggioranza di 53 seggi contro 47. I democratici devono strapparne quattro (in caso di pareggio, decide il voto del vicepresidente) in Stati fortemente repubblicani. Ma in autunno i sondaggi hanno iniziato a mostrare una situazione a sfavore dei repubblicani. Oltre ai tradizionali Stati contesi come il Maine, la North Carolina e l’Ohio, il partito si trova sulla difensiva in Texas, in Alaska, in Iowa, in Kansas. I repubblicani stanno versando ingenti somme di denaro persino in roccaforti come South Carolina e Mississippi. 

Sulla mappa l’unica opportunità di conquista di un seggio democratico per i repubblicani è invece il Michigan, dove la frattura nella coalizione democratica (con l’endorsement ai repubblicani della ex rivale nelle primarie di Abdul El-Sayed) ha creato una nuova complicazione in una sfida già serrata. La riconquista del Senato da parte dei democratici li spingerebbe a indagare sul presidente, sulla sua famiglia e sulla sua amministrazione e forse a mettere Trump sotto impeachment (anche se per la condanna servono i due terzi del Senato, che non avranno). Cosa ancora più significativa, un Senato a maggioranza democratica renderebbe molto più difficile per Trump ottenere la conferma dei suoi candidati in posizioni chiave, come un potenziale posto vacante alla Corte suprema.

Come reagirà Donald

Da mesi i democratici lanciano l’allarme che Trump potrebbe contestare nuovamente la legittimità delle elezioni in caso di sconfitta. In Alaska, ha già ordinato preventivamente al dipartimento di Giustizia di bloccare la certificazione dei risultati qualora il senatore repubblicano in carica dovesse perdere con un margine inferiore al numero di voti ottenuti da un avversario dal nome quasi identico (reclutato dai democratici), ma un giudice ha archiviato ieri il caso e il senatore repubblicano ha detto che accetterà i risultati anche in caso di sconfitta. Comunque anche una vittoria schiacciante dei dem domani sera potrebbe rimanere impantanata in settimane di controversie e ricorsi legali.

Trump: egomaniaco rassegnato

Sembra ormai prepararsi alla sconfitta di domani

Dovesse uscire dalle elezioni di midterm con un potere esecutivo ridimensionato, Donald Trump ha affermato che si trasformerà in un «Mister Veto». Cosa ciò significhi lo spiega Federico Rampini nella video rubrica “Oriente Occidente“. La minaccia cela una lunga tradizione nella storia politica americana: il potere di veto con cui un presidente può rifiutarsi di firmare una legge varata dal Congresso. «L’aveva fatto, con più eleganza, anche Obama – ricorda – affermando di avere il “potere della penna”, e cioè di firma dei decreti presidenziali, leggi emanate dalla Casa Bianca senza passare dal Congresso». Ben diverso il fantasma del colpo di Stato: «Incubo molto alimentato dall’opposizione e dai media».

Chi è Jon Ossoff, il dem moderato che in Georgia punta a una conferma al Senato pensando (forse) alla Casa Bianca

Midterm, Ossoff nega di voler correre nel 2028, ma il suo nome è ormai tra quelli più discussi per la nomination democratica. Il candidato, che a molti ricorda Obama, sa individuare i punti deboli dell’avversario per poi colpirli con la sua eloquenza

VIVIANA MAZZA

La «O» del logo elettorale del senatore Jon Ossoff ricorda quella della campagna di Obama, anche se le tre linee rosse che la attraversano evocano più un mantello da Superman che una collina all’orizzonte. A insistere sulla somiglianza sono soprattutto i suoi detrattori: il rivale repubblicano Mike Collins lo accusa di pensare già alla Casa Bianca e di voler abbandonare la Georgia. Ossoff nega di voler correre nel 2028, ma il suo nome è ormai tra quelli più discussi per la nomination democratica, tanto da aver raggiunto brevemente, in autunno, il primo posto su Kalshi, il mercato delle previsioni.

Intanto, il 3 novembre è ampiamente favorito per la riconferma al Senato, nonostante la Georgia abbia eletto Trump due anni fa: lo aiutano anche le controversie che coinvolgono il rivale, dalle rivelazioni su contenuti razzisti e antisemiti pubblicati da persone nella sua cerchia a un’indagine sul presunto uso improprio di fondi pubblici.

Dopo la sconfitta del 2024, i democratici cercano disperatamente un leader capace di ricompattare le diverse anime del partito e di contrastare Trump. Il 39enne Ossoff incarna una formula che combina moderazione sulle politiche e durezza contro il presidente. A un comizio ad Atlanta, sabato sera, il senatore ha attaccato Trump per la corruzione, l’incompetenza e la gestione della guerra in Iran. Poi ha affondato il colpo: «Forse avete visto che ieri era a Dalton. Incurante del crollo della sua presidenza. Una folla più piccola di questa ha dovuto sopportare due ore di farneticazioni senili, mentre il prezzo del petrolio raggiungeva il massimo degli ultimi cinque mesi».

Il talento di Ossoff di individuare i punti deboli dell’avversario e colpirlo (come fa Trump), però con eloquenza, sta conquistando molti democratici.

In un altro comizio, criticando il presidente per la guerra, Ossoff ha fatto una battuta sulla collaboratrice Natalie Harp, che ha riacceso speculazioni sulla sua infedeltà coniugale, mostrando come non abbia paura di colpire sul piano personale.

Il nome Ossoff fu probabilmente abbreviato a Ellis Island («Da qualcosa come Ossoffsky», ha detto in un’intervista); il padre è ebreo di origini russo-lituane, proprietario di una casa editrice specializzata, la madre australiana ha co-fondato una no-profit che favorisce l’elezione di donne di entrambi i partiti. Da giovane ha lavorato con John Lewis, storico leader dei diritti civili e deputato democratico, prima di gestire una società di produzione di documentari investigativi sulla corruzione internazionale.

Dopo una sconfitta alle elezioni per la Camera nel 2017, ha vinto il ballottaggio per il Senato nel 2021 (con il 50,6%), contribuendo, insieme a Raphael Warnock, a garantire ai democratici il controllo dell’Aula. Da allora ha costruito la sua reputazione attraverso le indagini e il controllo sul governo, interrogando ministri di Trump e denunciando conflitti d’interesse e abusi.

A questo ha aggiunto, da poco, attacchi più duri al presidente. Si vede che è un documentarista: la sua immagine è studiata, dalle luci alle inquadrature dal basso che ne valorizzano la mascella. Padre di due bambine di 5 e 1 anno, trasmette ai democratici un senso di energia generazionale (e molte fan lo trovano attraente).

In un suo recente comizio una ragazza è scoppiata in lacrime di gioia; un’altra esultava dopo essere riuscita a stringergli la mano. «È come fare una doccia pulita», ha detto una sostenitrice, cercando di spiegare il sollievo di sentire finalmente qualcuno criticare Trump con chiarezza.

Ci sono potenziali punti deboli. Certe sue posizioni gli consentono di rivolgersi agli indipendenti e ad alcuni repubblicani, ma lo espongono alle critiche della sinistra. Ha respinto proposte dell’ala progressista come Medicare for All (lui vuole ampliare la copertura sanitaria ma non eliminare le assicurazioni private); sulla sicurezza delle frontiere e sulle deportazioni, pur criticando gli abusi di Trump, sostiene misure di contrasto, a volte votando con i repubblicani. Ha votato a volte contro a volte a favore sulla fornitura di armi a Israele.

La più grande incognita è che per ora si muove in contesti studiati (il suo staff sorveglia che i giornalisti non gli facciano domande alla fine dei comizi), ma l’ex stratega di Obama, David Axelrod, diceva che una campagna presidenziale è come una «radiografia dell’anima». Se deciderà di fare il salto nel 2028 dovrà improvvisare, fuori dal copione.

Chi è Adam Hamilton, il pastore che fa tremare i repubblicani nel Kansas di Trump

Adam Hamilton guida la più grande congregazione metodista degli Stati Uniti e alle elezioni di midterm sfida il senatore repubblicano Roger Marshall in uno Stato che non elegge un democratico dal 1932

MASSIMO GAGGI

Nel tentativo di riconquistare il controllo del Congresso, il partito democratico allarga la sua «grande tenda» cercando di farci stare sotto i radicali di sinistra, Abdul El Sayed che sarebbe il primo senatore musulmano della storia americana, ma anche pastori e attivisti cristiani come James Talarico in Texas: ha lasciato gli studi in un seminario presbiteriano per candidarsi. Ma la partita più estrema, quella finita improvvisamente sotto i riflettori, si gioca in Kansas, Stato che non elegge un senatore democratico da un secolo (l’ultimo nel 1932). Ora ci prova Adam Hamilton, una figura decisamente anomala per il partito di Obama e Biden: Hamilton è il fondatore e capo della Resurrection United Methodist Church, la più grande megachiesa del Kansas e la maggiore congregazione metodista di tutti gli Stati Uniti.

Sembrava una partita persa in partenza, giocata per onore di firma in uno Stato nel quale due anni fa Trump ha vinto con 16 punti di margine (un successo ancora più netto di quello ottenuto in Texas e nella «sua» Florida). Come spuntarla, visto che in Kansas solo un quarto dell’elettorato si dichiara democratico? E poi i democratici, che hanno una percentuale di cristiani notevolmente più bassa rispetto ai repubblicani, voteranno in massa per un pastore? 

All’inizio i repubblicani, che ricandidano il senatore in carica, Roger Marshall, un ginecologo, non si sono fatti grandi problemi. Poi i sondaggi hanno dato Hamilton in rapida ascesa fin a raggiungere (e in un caso a superare) il parlamentare uscente. 

Il pastore ha giocato con abilità le sue carte: si è candidato da democratico, ma anche da indipendente, chiarendo che la sua è una linea ben diversa da quella dei liberal di New York e Lo Angeles. L’attività di pastore l’ha reso popolare oltre i confini della sua chiesa per le sue trasmissioni televisive, i libri e le serie di Dvd dedicati alla storia terrena di Gesù Cristo, mentre la sua congregazione in Kansas è la maggiore donatrice di sangue, e una grande fornitrice di volontari per la scuola, gli ospedali, le mense per i poveri. 

I sondaggi, che spesso sottostimano la forza della destra, vanno presi con le molle, ma il rischio di perdere un seggio senatoriale considerato sicuro ha spinto i repubblicani a lanciare una controffensiva pesante: decine di milioni di dollari della campagna dirottati sul Kansas e raffiche di spot negativi con Hamilton accusato di essere troppo woke, celebrante di matrimoni gay, finanziatore di Obama e Kamala Harris. Mentre Marshall, il suo avversario, lo deride chiamandolo «amministratore delegato di business religiosi». 

Che in America le megachiese siano anche un affare governato da pastori che sono veri professionisti è un dato di fatto. E Hamilton deve aver avuto capacità imprenditoriali, oltre a carisma e grande determinazione se, partendo nel 1990, 25enne neolaureato, coi sermoni tenuti davanti ai primi fedeli nella cappella di un’impresa di pompe funebri, è arrivato ad avere una congregazione con 24 mila fedeli divisi in 9 templi in Kansas, Ohio e Missouri.

Sicuramente la religione gli dà da vivere. Ed è vero che la interpreta in modo aperto, tanto che, quando ha cominciato coi matrimoni gay, ha perso molti fedeli conservatori. Ma le sue aperture (nei libri che ha pubblicato ci sono ampi capitoli dedicati anche alla necessaria, netta, separazione tra Stato e Chiesa) servono oggi a fargli raggiungere un elettorato non religioso. 

Mentre a chi parla di congregazione woke Hamilton oppone il sondaggio (vecchio di qualche anno) dal quale risulta che il 49% dei suoi fedeli è repubblicano, il 21% democratico, con gli indipendenti al 24%. 

E, comunque, Hamilton non sembra tipo da porgere l’altra guancia: attacca anche lui Marshall, soprattutto per alcuni usi discutibili di fondi pubblici, mentre sul New York Times spuntano storie poco simpatiche degli anni in cui esercitava la professione medica (è entrato in Congresso nel 2016). Nella sua carriera ha denunciato 700 pazienti che non lo hanno pagato o lo hanno fatto in ritardo. Ben 81 di loro sono finiti in prigione. 

Da Reagan a Obama, è fisiologico che alle elezioni di Midterm il presidente perda qualche seggio. Ma quanti? Ecco i precedenti, le eccezioni e gli scenari possibili

Se si guarda ai precedenti, un risultato negativo dopo due anni di presidenza è un dato normale: sconfitte di midterm sono state incassate anche da leader ben più popolari di The Donald, da Barack Obama a Ronald Reagan

MASSIMO GAGGI

America col fiato sospeso per le elezioni di midterm. Per il risultato ma anche, e forse soprattutto, per il timore di reazioni brutali di Donald Trump, notoriamente «allergico» alle sconfitte (e incapace di ammetterle in caso di debacle). C’è chi prevede il ripetersi dello scenario del 2020 con la denuncia di voto truccato per inesistenti frodi e chi teme addirittura azioni concrete (sequestri delle urne, seggi «militarizzati», mentre i Maga più radicali arrivano a chiedere la legge marziale).

I precedenti: da Obama a Reagan

Lo scenario più probabile è meno estremo: Trump che continua a denunciare un sistema elettorale marcio, a mettere in dubbio l’affidabilità del voto, ma ne accetta il risultato. Tanto più che sulle schede non c‘era il suo nome: cosa che gli consente di dire che lo sconfitto non è lui. In realtà la perdita del Congresso gli costerebbe molto e Trump ci ha messo del suo nel trascinare in basso i repubblicani, soprattutto con la sciagurata guerra contro l’Iran. Ma, se si guarda ai precedenti, un risultato negativo dopo due anni di presidenza è un dato normale: sconfitte di midterm sono state incassate anche da leader ben più popolari di The Donald, da Barack Obama a Ronald Reagan.

I numeri

I numeri parlano chiaro: dalla fine della Seconda guerra mondiale, alle elezioni di mezzo termine il partito del presidente ha perso, in media, 26 seggi alla Camera e 4 al Senato. La popolarità di un presidente conta: quelli più amati hanno perso in media «solo» 14 seggi alla Camera mentre per gli altri la media è stata di meno 36. Ma anche i leader con un indice di gradimento degli elettori superiore a quota 60 (mentre Trump oggi sta scivolando verso quota 30) hanno subito emorragie di seggi: parliamo di personaggi come John Kennedy, Dwight Eisenhower e lo stesso Reagan.

Il caso Clinton e la caduta di Obama

Nel 1994 Bill Clinton, reduce dalla straordinaria vittoria di due anni prima su George Bush padre, perse una valanga di seggi alla Camera: ben 54 in un’aula che ne contiene 435. I repubblicani la riconquistarono per la prima volta dopo 40 anni. Andò ancora peggio a Barack Obama, vera ossessione di Trump che, secondo molti, decise di candidarsi alla Casa Bianca dopo essere stato pubblicamente preso in giro dal presidente democratico durante un evento conviviale. 

Eletto trionfalmente nel 2008, ma alle prese con una riforma sanitaria molto osteggiata in Congresso e con la grave recessione seguita al fallimento della Lehman Brothers con conseguente crollo di Wall Street, il partito di Obama nel 2010 perse addirittura 63 seggi alla Camera: la sua sconfitta più grave dal 1938.

Joe Biden guadagnò un senatore

Né un’elezione persa sarebbe una novità per Trump che già nel 2018, durante il suo primo mandato, alle midterm perse 40 deputati. Stavolta per lui le cose dovrebbero andare decisamente meglio: circolano previsioni di tutti i tipi, comprese quelle di una debacle storica basata su sondaggi che però, in passato, hanno sempre sottostimato i consensi per Trump e il suo partito. 

Le stime di Cook Report, l’istituto che in passato si è rivelato più serio e affidabile, indicano che alla Camera la destra potrebbe perdere fra 10 e 20 seggi. Comunque sufficienti per rimettere in sella i democratici che oggi sono in minoranza ma per appena tre seggi. Questo perché il tanto vituperato Joe Biden, dopo averla spuntata per un soffio su Trump nel 2020, due anni dopo evitò il crollo previsto dai sondaggisti: perse solo un pugno di deputati e addirittura guadagnò un senatore.

La sua colpa rimane quella di essersi ritirato troppo tardi costringendo, due anni fa, il partito democratico ad affidarsi alla debolissima Kamala Harris. Che fu pesantemente sconfitta da Trump, ma in molti collegi i parlamentari democratici fecero meglio della vicepresidente: sconfitta netta al Senato dove i repubblicani salirono a 53 seggi su 100, mentre alla Camera la destra dovette accontentarsi di una maggioranza “sul filo del rasoio”.

Le eccezioni: Bush dopo l’11 settembre, Clinton nel secondo mandato

Se perderà solo la Camera, Trump potrebbe anche consolarsi prendendo atto della conferma di una regola pressoché fissa: quella della sconfitta del presidente in carica. Regola che ha avuto solo due eccezioni, legate a circostanze straordinarie: George Bush nel 2002 e Bill Clinton nel 1998, durante il secondo mandato, riuscirono a conquistate più collegi alla Camera perché la reazione all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 di Al Qaeda e, nel ’98, quella al tentativo di impeachment del leader democratico provocarono una straordinaria mobilitazione dell’elettorato.
Tutt’altra storia, per Trump, se i democratici riusciranno a riconquistare anche il Senato.

Due dei tiktoker coinvolti nell’indagine: @immi.grateful e @politicsforher

Midterm, «il 35% degli influencer di TikTok fa pubblicità politica senza rivelare di essere retribuito»: l’inchiesta

L’approfondimento di Newsguard su 60 noti tiktoker americani: una buona parte diffonde messaggi elettorali senza specificare di essere stata pagata

«Ciao, ti contatto da R&H Strategies, una società di comunicazione che sta lavorando a una campagna per il Congresso […]. Stiamo cercando di collaborare con un numero ristretto di creator il cui pubblico sia in linea con i temi della campagna e ci piacerebbe valutare una possibile collaborazione con te. […] Cerchiamo contenuti che risultino spontanei e coerenti con il tuo tono e stile abituali. Per questo ti chiediamo di non dichiarare che il video è stato realizzato dietro compenso».
Sessanta influencer americani hanno ricevuto questa mail nella propria casella di posta, con qualche modifica a seconda dell’orientamento politico di ciascuno. Ma è tutto fasullo. «R&H Strategies» non esiste: si tratta di una società fittizia dietro cui si celano i giornalisti di NewsGuard, che in vista delle elezioni di midterm negli Stati Uniti hanno condotto un’inchiesta per verificare quanto facilmente gli influencer politici siano disposti a pubblicare sui propri canali messaggi elettorali, diffondendoli come spontanei e personali e senza specificare di essere stati pagati per farlo. Secondo NewsGuard, più di un terzo degli influencer contattati, 21 su 60, si è inizialmente dichiarato disposto a veicolare i messaggi politici senza rivelare l’esistenza di un accordo economico sottostante.

Chi ha detto sì: le differenze tra conservatori e progressisti

I sessanta creator attivi su TikTok sono stati contattati dalla finta società R&H Strategies il 13 ottobre. Secondo quanto specifica NewsGuard, hanno tutti un chiaro orientamento politico, che si può riconoscere dai contenuti che diffondono sui propri canali: 30 sono conservatori e 30 progressisti.
Il compenso offerto è tra i 750 e i 2.000 dollari per il video, a seconda dei risultati ottenuti dal post, e il contenuto deve essere pubblicato su TikTok.
Alla mail avrebbero risposto 28 influencer. Di questi, 21 si sarebbero dichiarati interessati, 5 avrebbero rifiutato e 2 avrebbero chiesto chiarimenti in merito alla richiesta di non dichiarare il compenso.
Secondo quanto riporta NewsGuard, «I creator di orientamento progressista si sono mostrati più disponibili rispetto a quelli conservatori: 12 su 30 (il 40%) tra i primi, contro nove su 30 (il 30%) tra i secondi. Tutti e cinque i rifiuti espliciti sono arrivati da influencer di orientamento conservatore».

Dopo la mail, gli influencer sono stati chiamati al telefono

Negli scambi di mail, i giornalisti hanno chiesto il contatto telefonico agli influencer interessati alla collaborazione, così da proseguire con l’accordo. Ne sono seguite dodici telefonate, durante le quali un giornalista di NewsGuard in incognito ha chiesto esplicitamente se il creator fosse disposto a pubblicare un messaggio pubblicitario politico senza dichiarare di aver ricevuto un compenso.
Alcuni influencer avrebbero confermato la propria disponibilità all’accordo, altri avrebbero chiesto ulteriori chiarimenti (tre casi). A questo punto, il giornalista ha svelato il vero scopo della chiamata e chiesto un’intervista sul tema dei contenuti politici dietro compenso.

Non solo gli influencer, anche le agenzie

A dire di sì non sarebbero solo i creator: secondo quanto riporta NewsGuard, in tre casi avrebbero partecipato alle telefonate anche i talent manager degli influencer. Tutti e tre avrebbero accettato che il creator da loro assistito pubblicasse il messaggio politico senza dichiarare il compenso.

Che influenza hanno i creator contattati

I sessanta creator sono stati suddivisi in tre categorie da dieci influencer ciascuna in base alle dimensioni del loro pubblico: meno di 50 mila follower, tra 50 e 150 mila follower e oltre 150 mila follower. La mail è stata loro indirizzata con delle variazioni a seconda dell’orientamento politico: si punta su costo della vita, assistenza sanitaria e minacce alla democrazia per i progressisti; su ordine pubblico, sicurezza delle frontiere e integrità delle elezioni per i conservatori.
Tra gli influencer, c’è anche chi si è indignato di fronte alla richiesta della finta società di comunicazione, arrivando a pubblicare su TikTok un video contenente la registrazione della conversazione.

È obbligatorio dichiarare che un contenuto era pagato?

TikTok non ammette pubblicità a tema politico a pagamento. In una pagina dedicata, la piattaforma social specifica «Non ammettiamo pubblicità a tema politico a pagamento in nessuna delle nostre funzionalità di monetizzazione, inclusi gli annunci a pagamento, i creator che vengono retribuiti per realizzare contenuti politici brandizzati e altri strumenti di promozione in uso sulla piattaforma, come ad esempio Promuovi».
Negli Stati Uniti nessuna agenzia federale impone agli influencer di dichiarare quando un contenuto politico è sponsorizzato. La Federal Trade Commission richiede agli influencer di rendere noti i compensi ricevuti per promuovere prodotti e servizi commerciali, le sue norme escludono però i messaggi politici dal proprio ambito di applicazione.
California e Texas sono tra i pochi Stati che impongono agli influencer di dichiarare i compensi ricevuti per la diffusione di messaggi politici. Queste regole però si applicano soltanto alle elezioni statali e locali, non ai messaggi relativi alle elezioni federali, come quelli proposti da R&H Strategies.
Per NewsGuard «La varietà delle risposte rivela sia l’assenza di standard condivisi nel settore sia una diffusa confusione sulle regole relative alla trasparenza dei contenuti politici dietro compenso».

Elezioni Usa, tra gli ispanici di Miami spaventati dalle deportazioni. «Tradito il patto del 2024, ma con i comunisti mai»

La linea dura sull’immigrazione ha scosso la comunità

Monica Ricci Sargentini

Nel quartiere cubano di Little Havana Osvaldo fuma nervosamente una sigaretta davanti alla biblioteca trasformata in seggio elettorale per il voto anticipato. Ha trent’anni, è nato qui da genitori cubani. Non ha voglia di parlare, poi sbotta: «I repubblicani non hanno mantenuto le promesse. Trump dice e fa cose orribili. Questa volta mi turo il naso e voto democratico». Eva, 65 anni, arriva trascinando la gamba ingessata: «Sono della minoranza venezuelana e non tradisco i repubblicani. Il comunismo è una brutta malattia, non si può votare a sinistra».

Davanti alla Hispanic Branch Library la pioggia non concede un attimo di tregua. Le strade sono deserte, i cartelli dei candidati piantati nell’erba fradicia. Un gallo e una gallina razzolano tranquilli davanti al seggio, accanto al manifesto della repubblicana Ileana Garcia, candidata al Senato della Florida. È domenica, ultimo giorno di voto anticipato prima delle elezioni di martedì.

Gli ispanici, nel resto degli Stati Uniti, sono tradizionalmente più vicini ai democratici. A Miami non funziona così: i cubani, la più numerosa comunità latina della contea, hanno da sempre un legame con i repubblicani. Ma le deportazioni decise da Trump hanno aperto una frattura, anche se il malcontento fatica a tradursi in un voto per la parte opposta.
Joenis è arrivato qui da bambino insieme ai genitori in fuga dalla dittatura castrista. «Nel 2024 ho votato Trump — ammette mentre guida il taxi nel traffico di Halloween —. Pensavo meritasse una seconda possibilità: non era un politico, forse nel primo mandato non sapeva ancora come muoversi». Ora non lo rifarebbe. «Se la prendono con gli immigrati. Ma chi fa i lavori umili? Chi manda avanti questo Paese?». Martedì, dice, resterà a casa.
Contraddizioni

Guillermo Grenier, sociologo della Florida International University, sorseggia un caffè sul lungomare. Il suo sondaggio su 1.004 adulti cubano-americani di Miami-Dade restituisce due cifre: il 76% è contrario all’aumento delle deportazioni di immigrati senza documenti e senza precedenti penali, eppure il 68% dichiara che voterebbe per i repubblicani alla Camera. Fra gli elettori registrati il 53% si identifica con il Partito repubblicano, il 18% con quello democratico.

«Negli anni di Reagan gli esuli cubani — spiega al Corriere — furono un simbolo dell’anticomunismo. Li aiutò anche il fatto che molti fossero bianchi, in un’America dove gli afroamericani votavano soprattutto democratico. Oggi — aggiunge — possono voltare le spalle a Trump, forse astenersi ma cambiare partito è un’altra cosa».

Nel ventisettesimo distretto, a maggioranza ispanica, la deputata repubblicana Maria Elvira Salazar affronta il democratico Eliott Rodriguez: due ex volti della televisione locale. La parlamentare ha girato un video davanti alla Casa Bianca per dire a Trump che la stretta sull’immigrazione è andata «troppo oltre»: «Gli ispanici che ti hanno votato nel 2024 oggi si sentono traditi». Giovedì, sempre a Little Havana, il sindacato Unite Here ha organizzato una manifestazione contro di lei. 

Martha Cabrera, ex elettrice repubblicana, ha raccontato di aver lasciato il partito e di essersi registrata come indipendente: «Salazar mi ha delusa. Aveva promesso di aiutare la nostra comunità di immigrati». Joe Garcia, ex deputato democratico di origine cubana, conosce bene la resistenza a cambiare schieramento: «Ho amici che mi dicono: non riesco proprio a votare per un democratico. Hanno paura del comunismo, eppure nel mondo non c’è quasi più un Paese che possa definirsi tale». E fa il parallelo con l’Italia: «È come da voi quando si invocano i fascisti e Mussolini».

Lo spiega bene Guena Rodriguez, commentatore politico cubano-americano: «Qui a Miami c’è un grande timore di essere etichettati come socialisti. Il partito repubblicano ha molto potere nella comunità cubana e può metterti ai margini». Nick, avvocato difensore d’ufficio e democratico, non è ottimista: «Qui in Florida votare a sinistra significa ancora votare comunista. Le deportazioni hanno fatto vacillare quella certezza, non l’hanno cancellata».

Cosa dicono gli ultimi sondaggi sulle elezioni di midterm? Tutti i dati su Camera e Senato. E un’incognita: le rilevazioni sono ancora predittive?

Usa, i sondaggi sulle elezioni di metà mandato (e il boom dei mercati di scommesse come Polymarket, ormai citati anche dai media nelle loro analisi). La variabile dell’affluenza sarà decisiva, soprattutto al Senato. I tre fattori centrali sono l’impopolarità di Trump, il costo della vita e lo scontro sull’immigrazione

VIVIANA MAZZA

Una delle storie dopo queste elezioni di Midterm sarà: in che misura i sondaggi e i mercati confermeranno i risultati effettivi e in cosa si discosteranno da essi. 

Per i sondaggi non è di certo il primo test, dopo il fallimento nel predire le elezioni del 2016 in alcuni Stati decisivi e in generale la difficoltà nel cogliere le preferenze dell’elettorato trumpiano, ma quello che è nuovo in questa elezione di midterm è l’ampio uso anche dei mercati delle previsioni – Polymarket e Kalshi – come punto di riferimento citato spesso anche dai media americani. 

I sondaggi e le previsioni sulla Camera Usa

I Democratici dovrebbero capovolgere 3-4 seggi alla Camera per prenderne il controllo. Il Cook Political Report prevede che prenderanno tra i 9 e i 19 seggi, il che porterebbe il partito a circa 224–234 seggi.

Questa stima si accompagna al fatto che, il 16 ottobre, il sito ha spostato altre undici corse alla Camera in direzione democratica, portando tra i distretti contendibili anche il primo collegio del Montana, vinto da Trump con dodici punti di vantaggio nel 2024. 

Non significa che questi seggi siano destinati a cambiare partito, ma indica che la debolezza repubblicana potrebbe estendersi oltre il gruppo ristretto di distretti che inizialmente sembravano decisivi. 

Anche la distribuzione delle risorse finanziarie suggerisce che la battaglia per la Camera stia entrando in una fase più difensiva per i Repubblicani. A metà ottobre, il principale SuperPAC repubblicano aveva cancellato investimenti pubblicitari in quattro distretti competitivi, concentrando maggiormente le risorse su altre sedici corse. I Democratici, al contrario, cercavano nuovi fondi per allargare il numero dei collegi in cui competere. 

La riallocazione del denaro non costituisce una previsione elettorale indipendente, ma offre un’indicazione concreta di come i partiti stanno valutando il rischio e le opportunità nelle ultime settimane di campagna. 

I sondaggi e le previsioni sul Senato Usa

Invece resta più incerto il destino del Senato.

Il Cook Political Report colloca sette corse nella categoria “testa a testa”: Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Ohio e Texas. Sei sono seggi in questo momento occupati dai Repubblicani, mentre il Michigan è in mano ai Democratici. 

Per prendere il Senato, i democratici devono capovolgere almeno 4 dei seggi repubblicani e conservare il controllo del seggio in Michigan. Al 20 ottobre, secondo Polymarket i democratici avevano il 64% di probabilità di conquistare il controllo del Senato; secondo Kalshi il 62%.

Perché al Senato il testa a testa è così serrato nonostante il clima politico nazionale favorisca i democratici? I Democratici sono avanti di circa 8-9 punti nelle medie nazionali dei sondaggi, ma questo vantaggio non si traduce automaticamente in un controllo del Senato. 

La difficoltà è geografica e politica: le elezioni si decidono Stato per Stato (e molti degli Stati in gioco sono repubblicani) e il vantaggio nazionale non si distribuisce uniformemente sul territorio. La qualità dei candidati, il fatto che siano o meno in carica, l’affluenza alle urne e le condizioni politiche locali possono prevalere nella specifica corsa. 

Una variabile decisiva potrebbe essere l’affluenza. Un’analisi di ABC News ha confrontato la partecipazione alle primarie nei diversi Stati e ha rilevato una crescita relativa della partecipazione democratica rispetto a quella repubblicana. 

Negli Stati competitivi, il divario risulta particolarmente significativo rispetto a diversi cicli elettorali di metà mandato precedenti. Questo porta alcuni a domandarsi: i mercati stanno valutando correttamente il rischio che il malcontento economico si traduca in una partecipazione democratica superiore alle attese? I sondaggi rivelano che ci sono tre fattori centrali in questa elezione: l’impopolarità del presidente, il costo della vita e lo scontro sull’immigrazione. 

Il tasso di approvazione di Trump al minimo storico

Il tasso di approvazione di Trump è arrivato al 31% secondo Reuters/Ipsos, il livello più basso dei suoi due mandati e metà degli elettori registrati indica il costo della vita come il fattore più importante nella scelta di voto.

Un sondaggio KFF rileva inoltre che il 63% degli elettori democratici dichiarava a settembre di essere più motivato del solito a votare, contro il 38% dei repubblicani. Le medie di RealClearPolitics mostrano diverse corse molto competitive, tra cui Alaska e Michigan, dove i candidati democratici risultano avanti di pochi punti. 

Il confronto tra sondaggi e mercati predittivi

I mercati predittivi attribuiscono a queste e ad altre gare probabilità di vittoria che non sempre corrispondono direttamente ai margini dei sondaggi: partendo da sondaggi simili, i mercati danno per esempio più chance a Abdul El Seyed in Michigan e Mary Peltola in Alaska che a Sharrod Brown in Ohio, a James Talarico in Texas o Troy Jackson in Maine (secondo i dati del 20 ottobre). 

Non è necessariamente una contraddizione: i mercati incorporano anche valutazioni sulla qualità dei candidati, sulla composizione dell’elettorato e sulle possibilità che i sondaggi sbaglino. 

Il confronto tra sondaggi e mercati sarà quindi interessante non soltanto per stabilire quale strumento abbia previsto meglio il controllo del Senato, ma anche per capire se eventuali errori riflettano una sottostima più generale del voto di uno dei due partiti.

Michigan, è scontro tra democratici: Stevens, ex rivale di El-Sayed alle primarie, ora sostiene il candidato repubblicano. E arriva l’elogio di Trump

Il motivo di maggior attrito tra Stevens ed El-Sayed è la sua posizione su Israele

Guido De Franceschi

A poche ore dall’apertura dei seggi, si complica la corsa del candidato democratico Abdul El-Sayed, che compete per la conquista di un seggio in Senato per il Michigan che è determinante per garantire un’eventuale maggioranza al suo partito nella Camera alta. Ieri infatti Haley Stevens, da lui sconfitta di strettissima misura nelle primarie dello scorso agosto, ha dato il suo endorsement al candidato repubblicano Mike Rogers.

Per quanto i rapporti tra Stevens ed El-Sayed fossero pessimi, il voltafaccia dell’ex candidata dem è giunto a sorpresa, dal momento che fino a pochi giorni fa aveva sempre affermato che lo avrebbe comunque votato pur esprimendo a chiare lettere le sue riserve. Dopo le primarie i due non erano mai più comparsi insieme, ma era previsto che, a ridosso del voto, Stevens partecipasse a un evento della campagna elettorale di El-Sayed. Quando però lo staff di quest’ultimo le ha spiegato che la sua presenza non sarebbe stata gradita, Stevens ha deciso di partecipare a una funzione religiosa con il candidato repubblicano Rogers per poi annunciare il suo voto per lui. «Il nostro candidato democratico ha detto che non sono più la benvenuta nella sua campagna elettorale e che devo starmene lontana. E ha ragione. Oggi infatti offro il mio sostegno a Mike Rogers», ha affermato Stevens. 

Dall’Iowa, Donald Trump ha subito celebrato la svolta di Stevens, che «ha detto quello che poche persone hanno il coraggio di dire», e l’ha invitata a passare con i repubblicani. Poi ha bollato El-Sayed, che è musulmano, come un «jihadista». «Pensate, dovremo farlo passare dal metal detector», ha detto. Era la stessa battuta che aveva fatto giovedì, quando El-Sayed gli aveva risposto: «Io passo dal metal detector se tu ti sottoponi alla macchina della verità. Io non ho niente da nascondere, tu hai tantissimo da nascondere».

Il motivo di maggior attrito tra Stevens ed El-Sayed, che non si definisce «socialista» ma sposa molte delle posizioni dei candidati più di sinistra schierati dal Partito democratico, è la sua posizione su Israele. Venerdì scorso Stevens gli aveva chiesto di condannare uno spot commissionato da un gruppo di sinistra che attribuiva allo Stato ebraico l’aumento del prezzo degli alimentari in Michigan. «Mentre la deputata vuole riaprire la contesa delle primarie, che si è conclusa tre mesi fa, noi ci concentriamo sui compiti che ci attendono», le aveva risposto El-Sayed.

Il voto dei giovani conservatori americani: il racconto dell’inviata in Texas in vista delle elezioni di midterm

Il voto dei giovani conservatori americani: il racconto dell’inviata in Texas in vista delle elezioni di midterm

VIVIANA MAZZA

«Sono a Austin in Texas e sono stata ad un tailgating party alla University of Texas, che è un popolare rito sociale pre-partita di football in America. Il nome deriva dal tailgate (il portellone posteriore dei pick-up) perché alcune ore prima dell’inizio di una partita di football, i tifosi si riuniscono nei parcheggi dello stadio, aprono il portellone delle auto e allestiscono picnic, barbecue, musica e giochi per socializzare». 
Viviana Mazza, inviata in Texas, spiega perché ha scelto di andare a uno di questi party: Turning Point USA, l’organizzazione di Charlie Kirk, che mobilitò i giovani per Trump nel 2024 e che è stato assassinato nel 2025, fa un tour dei tailgate per “aumentare l’impegno civile dei giovani, controllare la registrazione per il voto e connettersi con gli studenti”. Regalano cappellini, offrono da mangiare pollo fritto e patatine e organizzano giochi. «Lo staff non era autorizzato a parlare con i giornalisti – spiega l’inviata -, ma tra la gente che si è fermata all’evento abbiamo parlato con il Generale Patton, ovvero Benjamin Shrader, che è direttore dei giovani repubblicani di Austin». Il travestimento era dovuto a Halloween: Shrader ha scelto di vestirsi come il generale che guidò le forze americane in vittorie decisive durante la Seconda guerra mondiale. «Avevo letto nei giorni scorsi sul New York Times che i giovani uomini americani – che per il 55% hanno votato Trump nel 2024 – adesso si stano allontanando dal partito e che i democratici hanno una maggioranza di un un punto percentuale in questo gruppo; sostanzialmente vuol dire che i giovani uomini americani sono spaccati e politicamente in bilico. E volevo sentire l’altra parte della storia, da Shrader. Lui afferma che questa idea è esagerata, anche se riconosce che gli effetti della guerra sull’economia hanno causato uno scontento che potrebbe spingere alcuni repubblicani a restare a casa. Vedremo chi ha ragione dopo il voto».

El Sayed, l’epidemiologo sostenuto da Obama: una sua vittoria in Michigan può condizionare le presidenziali 2028

Nello Stato dei Grandi Laghi la corsa del candidato democratico in testa ai sondaggi viene ostacolata da destra e da sinistra. Trump lo chiama «gangster del Terzo Mondo». Lui vuole sanità pubblica per tutti.

MASSIMO GAGGI

La sfida più temeraria dei democratici in queste elezioni di mid term non è il tentativo di conquistare la fortezza repubblicana del Texas mandando al Senato il seminarista James Talarico al posto del trumpiano Ken Paxton, poco amato dai conservatori per controversie e scandali in politica e nella sua vita privata, né la sfida del Kansas dove la sinistra si affida addirittura al pastore di una megachiesa: un azzardo con poco da perdere visto che qui i progressisti non conquistano un senatore da quasi un secolo. L’impresa più difficile per il partito di Obama e Clinton è quella di mantenere un seggio in Michigan, solidamente controllato da oltre 50 anni, candidando in uno Stato del Mid-West di mentalità conservatrice anche quando vota per i democratici, Abdul El Sayed: un musulmano figlio di immigrati egiziani, sostenuto dalla sinistra radicale di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio Cortez, con posizioni molto dure contro Israele, a volte messo sullo stesso piano di Iran e Hamas.

Venti contrari

Personaggio carismatico, abituato ad usare un linguaggio molto aspro anche nei confronti dell’establishment del suo partito, Abdul è in testa nei sondaggi, ma deve fronteggiare venti contrari che soffiano da vari fronti, compreso il suo: non solo attacchi e accuse violentissime da parte repubblicana, ma anche lo scetticismo degli afroamericani (14% della popolazione del Michigan) che non amano la comunità araba e l’ostilità sotterranea di una parte del mondo democratico dello Stato. Fino, addirittura, al voltafaccia della deputata democratica Haley Stevens, da lui battuta alle primarie. Tra i due non erano mancati gli attriti: Haley si era impegnata a votare El Sayed, ma aveva continuato a criticarlo e non aveva mai partecipato agli eventi della sua campagna. Poi il partito, alla ricerca di manifestazioni di unità, l’aveva invitata a comparire almeno una volta al suo fianco alla vigilia del voto. Doveva andare con lui domenica nel tempio di una congregazione afroamericana, ma ci sono state altre scintille alla vigilia. Haley ha chiesto al candidato di sconfessare uno spot contro Israele di un gruppo vicino alle sue posizioni. Abdul non solo si è rifiutato, ma a quel punto ha detto di non gradire la presenza della Stevens, bollata come una che aveva fatto compagna con le decine di milioni di dollari dell’AIPAC, la lobby ebraica che sostiene la dura politica di Israele. A quel punto Haley, respinta dal tempio di El Sayed, è andata in quello dove parlava il suo avversario, Roy Cooper, e poi ha addirittura dato il suo endorsement al candidato repubblicano. Trump ne ha approfittato per chiederle di cambiare partito e per l’ennesimo attacco ad Abdul che tratta da terrorista: «Capite? Dovremmo farlo passare ogni volta per il metal detector».

El Sayed, da sempre consapevole di correre in salita e per nulla spaventato, anzi stimolato dai fari nazionali accesi su di lui, gli ha risposto secco: «Accetto il metal detector se tu ti sottoponi alla macchina della verità: io non ho nulla da nascondere, tu molto». La defezione della Haley per lui è un brutto colpo, ma il suo tradimento potrebbe anche galvanizzare ulteriormente la base democratica spingendo soprattutto i giovani a votare in massa.

Un test cruciale per il futuro 

Tutto questo rende ancor più centrale la sfida del Michgan, suscitando allarme tra i moderati democratici che hanno fin qui governato il partito a livello nazionale: come ha scritto il New York Times, «su una cosa destra e sinistra del partito sono d’accordo: il risultato di El Sayed, se vince o perde e con quale margine, fisserà i parametri del dibattito politico e ideologico che condurrà ad una delle competizioni per la scelta del candidato presidenziale, che nel 2028 sarà la più aperta della storia recente». Ne è consapevole, e lo rivendica esplicitamente anche Abdul quando dice che la sua aspirazione non è solo quella di vincere: vuole che il Michigan diventi il nuovo Iowa, lo Stato che nei decenni scorsi ha fatto da apripista delle primarie, dando una direzione alla battaglia elettorale.
Ancora più esplicita Alexandria Ocasio Cortez, anche perché parlava ad un evento a porte chiuse (ma, poi, c’è sempre una registrazione sul telefonino che arriva ai giornali). Ha descritto quello del Michigan come il grande esperimento della sinistra dei democratici: «Se in uno Stato come questo (il Michigan è in bilico, tendenzialmente democratico, ma nel 2016 e nel 2024 ha vinto Trump, ndr) vince uno come Abdul, vuol dire che possiamo vincere ovunque». Traduzione: significherebbe che l’America apre le porte a una sinistra meno moderata, se non proprio radicale, più aggressiva. E allora AOC, la Ocasio, sarebbe pronta a correre per la presidenza con buone possibilità di farcela.

Trump: «Un gangster del Terzo Mondo»

Timori simili a destra: per Ted Cruz, senatore arciconservatore del Texas, se vince El Sayed, «nel 2028 ce la dovremo vedere con la Ocasio Cortez». E, allora, via libera ad attacchi estremi contro il candidato musulmano. I toni brutali riservati da Trump ai suoi avversari politici non sono di certo una novità, ma il presidente, che solitamente accusa i democratici di essere comunisti, inetti e woke, contro El Sayed sfodera un altro vocabolario bollandolo come un Jihadista e un simpatizzante dei terroristi, «gangster del Terzo mondo che non dovrebbe appartenere all’America». E non si tratta solo di Trump: il suo vice, JD Vance, è andato a fare comizi in Michigan nei quali ha accusato Abdul di odiare l’America. Parla di lui come di un integralista islamico che si infiltra nelle istituzioni per scardinare la democrazia Usa. E il repubblicano Mike Rogers, l’ex agente dell’FBI ed ex deputato che ora gli contende il seggio senatoriale, lo accusa di essere un fan della Fratellanza Islamica, organizzazione egiziana classificata come terrorista da molti Paesi arabi, Egitto compreso, e, parzialmente, anche negli Usa.

Assistenza medica ai poveri

El Sayed respinge tutte queste accuse sostenendo che gli anni del suo lavoro sociale nel campo della sanità, per estendere l’assistenza medica ai poveri ,dimostrano il suo attaccamento al Paese nel quale è nato. Epidemiologo, Abdul si è laureato in medicina alla Columbia, ma ha preferito l’insegnamento accademico e, poi, la direzione dei dipartimenti sanitari di Detroit e, successivamente, della Wayne County, la contea più popolosa dello Stato. Quanto alla Fratellanza Islamica, l’accusa nasce dal fatto che pare sia stata una sua supporter in gioventù la madre del candidato: un’infermiera del Missouri che, però, ha divorziato dal marito quando Abdul aveva tre anni. È tornata in Egitto troncando tutti i rapporti e il giovane El Sayed è stato allevato dal padre e dai nonni.

Quando gli chiedono dei suoi rapporti con la Fratellanza, Abdul risponde a brutto muso: «Non ne ho nessuno, sono nato nel 1984, vuoi chiedermi conto di quello che mia madre potrebbe aver fatto negli anni Settanta?» Ma i giornalisti di destra continuano a sollevare di continuo la questione nelle conferenze stampa e Rogers, il suo avversario, non ha mai ritirato le sue accuse. Accuse infondate, assurde, ma Abdul, che già corre in salita essendo musulmano, alimenta dubbi tra possibili elettori moderati e indipendenti rifiutandosi di dire chi, tra Iran e Israele, è più pericoloso per gli Usa. E conversando spesso con Hasan Piker, un opinionista molto radicale, socialista dichiarato, scivolato spesso nell’antisemitismo. Solo di recente El Sayed, che non si considera socialista pur condividendo molte proposte economiche di quel fronte, ha preso le distanze da Piker.

La compagna di partito sostiene il rivale repubblicano

I problemi, per lui, non vengono solo dagli attacchi repubblicani: se vuole essere eletto deve recuperare il voto degli afroamericani che non lo amano. Non sosterranno i repubblicani, ma potrebbero non andare alle urne. Per scongiurarlo sono scese in campo a fianco di Abdul varie personalità di colore: da Kamala Harris a Barack Obama, nonostante in passato El Sayed abbia criticato duramente la sua presidenza (ma ora ha fatto ammenda).

Abdul sta togliendo il sonno al vecchio establishment del partito: vuole vincere in Michigan, sapendo che è essenziale per la riconquista del Senato, ma non vuole spianare la strada del 2028 ad AOC. Abdul conta di prevalere contro tutti questi venti contrari forte del suo carisma, della sua storia di social worker, dei suoi slogan populisti ed elementari ma nitidi: «Denaro fuori dalla politica. Denaro nelle vostre tasche. Medicare per tutti», (cioè sanità pubblica).

Lui ha eloquenza e magnetismo da leader: nelle primarie è riuscito a battere la Haley nonostante uno svantaggio di 11 a 1 nella raccolta di finanziamenti elettorali. Ma anche questa è la sua forza: il rifiuto dei soldi di corporation e organismi che poi ti condizionano. Ora tenta un secondo, e più difficile, miracolo contro Trump e Rogers, che è, invece, foraggiato dalle imprese, soprattutto farmaceutiche. Comprese quelle all’origine dell’epidemia di oppiacei che per anni ha fatto strage in America.

A 48 ore dal voto Usa, l’onda democratica sembra certa, ma il dopo?

Secondo molti sondaggi, alle elezioni di Midterm Donald Trump rischia di subire una sconfitta più pesante del solito. Il paradosso, però, è che i democratici potrebbero ottenere una grande vittoria senza aver risolto la propria crisi d’identità

Alle elezioni americane di midterm nel secondo mandato è una regola quasi sempre rispettata che perda il partito del presidente, ma Donald Trump rischia di subire una sconfitta più pesante del solito. I sondaggi indicano un’ondata di voti a favore dei democratici, alimentata in primo luogo dal carovita, a cui ha contribuito anche la guerra con l’Iran. Ma c’è una differenza fra vincere il voto popolare e conquistare il potere a Washington. Il sistema elettorale americano talvolta può trasformare un trionfo di consensi in una vittoria parlamentare modesta. Oppure, se l’ondata sarà abbastanza forte, può consegnare ai democratici il controllo di entrambe le Camere del Congresso. Con conseguenze che andrebbero ben oltre la politica interna degli Stati Uniti.

Il primo dato da cui partire è il vantaggio nazionale dei democratici, vicino ai nove punti percentuali nelle rilevazioni analizzate da Nate Cohn, esperto di sondaggi del New York Times. È un dato significativo anche per la provenienza: il quotidiano newyorchese è schierato nel campo progressista e non ha mai nascosto la propria ostilità a Trump. Ma Cohn è il primo a mettere in guardia contro le illusioni del suo pubblico. Le elezioni del 2016 e del 2020 insegnano che i sondaggisti possono sottovalutare gli elettori trumpiani, meno propensi a rispondere alle interviste. Anche quest’anno i democratici bianchi partecipano alle rilevazioni con una frequenza superiore del 30% rispetto ai repubblicani bianchi.

C’è però un fenomeno nuovo. Una parte degli americani che hanno votato Trump nel 2024 oggi disapprova il suo operato. Nei cinque Stati conservatori esaminati dal New York Times, circa il 9% degli elettori trumpiani dichiara di voler votare per un candidato democratico al Senato. È qui che si decide la partita. Non tanto fra gli elettori tradizionali dei due partiti, quanto fra i repubblicani delusi che devono scegliere se restare fedeli alla propria appartenenza politica, astenersi o punire il presidente.

Nate Silver, un altro autorevole analista elettorale, è ancora più ottimista sulle prospettive democratiche. Il suo modello statistico attribuisce al partito di opposizione circa tre probabilità su quattro di conquistare il Senato. Silver osserva che persino i sondaggi commissionati dai repubblicani descrivono una situazione allarmante per il partito del presidente.

La Camera dei rappresentanti appare quasi perduta per Trump. La vera battaglia è al Senato, dove il sistema elettorale favorisce gli Stati meno popolosi, spesso conservatori. I democratici devono conquistare seggi in territori dove Trump aveva vinto con margini superiori ai dieci punti. Non basta quindi un’avanzata nazionale. Occorre sfondare nelle roccaforti avversarie.

Il caso simbolico è il Texas. Da decenni è uno dei bastioni del conservatorismo americano. Ora James Talarico, giovane candidato democratico, ha la possibilità di compiere un’impresa storica, favorita anche dalle controversie che circondano il suo avversario repubblicano Ken Paxton. In passato gli entusiasmi democratici sul Texas hanno prodotto delusioni. Questa volta, tuttavia, una vittoria di Talarico potrebbe annunciare un terremoto nazionale.

I quattro scenari

Nate Cohn descrive quattro scenari. Nel primo i democratici conquistano la Camera con una maggioranza limitata, mentre i repubblicani conservano il Senato. Nel secondo l’ondata democratica è più robusta, ma non abbastanza per superare le difese repubblicane al Senato. 

Nel terzo i democratici conquistano entrambe le Camere, magari grazie a poche decine di migliaia di voti decisivi. Nel quarto arriva uno tsunami: maggioranze democratiche ampie, caduta di roccaforti repubblicane e una trasformazione degli equilibri politici in vista delle presidenziali del 2028.

La crisi di identità per i Democratici

Il paradosso è che i democratici potrebbero ottenere una grande vittoria senza aver risolto la propria crisi d’identità. Charles Homans, sempre sul New York Times, descrive un partito diviso, privo di una leadership riconosciuta, attraversato da rivolte contro il proprio establishment.

La sua forza nasce soprattutto dalla debolezza dell’avversario. Alcuni analisti preferiscono parlare di una frana repubblicana, provocata dall’impopolarità di Trump, più che di un’autentica ondata di entusiasmo democratico.

La sinistra radicale

C’è un problema che si ripresenterà subito dopo il voto. La sinistra radicale (in particolare i Democratic Socialist of America, una formazione autonoma che si allea con i democratici nelle elezioni) ha conquistato spazio, soprattutto fra i giovani, rilanciando ideologie come il socialismo che per generazioni avevano avuto una connotazione negativa in America. 

Secondo un sondaggio Gallup citato dal Wall Street Journal, il 43% degli americani esprime oggi un giudizio favorevole sul socialismo. Fra i giovani il consenso è ancora più alto. Il partito repubblicano cerca di sfruttare questa tendenza dipingendo gli avversari come estremisti, ma l’accusa di comunismo ha perso parte della sua efficacia.

Un opinionista equidistante come Ross Douthat, in un’analisi pubblicata su The Free Press, sostiene invece che il futuro dei democratici dipenderà soprattutto dai moderati. Per conquistare seggi in Stati conservatori occorrono candidati capaci di parlare agli elettori di centrodestra, anche prendendo le distanze dalle battaglie identitarie della sinistra woke. Il precedente è il 2006, quando i democratici sconfissero George W. Bush grazie anche a candidati conservatori sui grandi temi valoriali. Il problema sarà capire se questi nuovi moderati avranno la forza di mantenere la propria indipendenza una volta arrivati a Washington.

La guerra in Iran

La politica estera è una delle ragioni della possibile sconfitta repubblicana. Trump era tornato alla Casa Bianca promettendo di chiudere le guerre. Si ritrova coinvolto in un conflitto con l’Iran che ha provocato una crisi energetica mondiale.

Secondo un sondaggio Reuters-Ipsos citato dal Council on Foreign Relations, solo il 34% degli americani approva gli attacchi contro Teheran, mentre il 54% ritiene che la guerra non valesse la pena di essere combattuta. Il prezzo della benzina è tornato sopra i quattro dollari al gallone. Il conflitto internazionale è diventato una questione di potere d’acquisto, cioè il terreno più pericoloso per un presidente in carica.

Eppure il risultato elettorale non garantisce affatto una politica estera più pacifica. Anzi, sull’Iran potrebbe accadere il contrario. Washington ha avvertito alcuni alleati mediorientali di prepararsi a nuovi attacchi americani dopo il 3 novembre, e alle possibili rappresaglie iraniane. Non risulta che Trump abbia già preso una decisione definitiva. Ma l’ammassamento di forze americane nel Golfo conferma che l’opzione militare è concreta.

Una sconfitta elettorale potrebbe perfino rafforzare la tentazione di Trump di cercare in politica estera quei successi che diventerebbero più difficili sul fronte interno. È uno scenario, non una certezza. Un Congresso democratico potrebbe frenarlo attraverso il controllo dei finanziamenti militari, imporre inchieste, chiedere spiegazioni sulle operazioni belliche. Ma non potrà sottrargli i poteri costituzionali di comandante in capo. Si aprirebbe un conflitto istituzionale sul diritto di decidere la guerra e sulla sua durata.

La questione ucraina

L’Ucraina presenta un quadro diverso. Una vittoria democratica potrebbe rafforzare le pressioni per mantenere gli aiuti militari a Kiev e per contrastare le aperture di Trump verso Mosca. 

Il presidente conserverebbe però ampi poteri sulla diplomazia, sulle trattative e sull’attuazione delle sanzioni. Inoltre il Congresso non è diviso in modo netto fra amici e avversari dell’Ucraina: esistono repubblicani favorevoli a sostenere Kiev e democratici preoccupati dai costi della guerra. Una maggioranza democratica potrebbe rendere più difficile un disimpegno americano, senza garantire un cambiamento di rotta della Casa Bianca.

L’incognita della radicalizzazione

C’è infine un’ultima incognita. Trump, se sconfitto, potrebbe reagire con una radicalizzazione dello scontro politico interno, usando i propri poteri esecutivi per aggirare un Congresso ostile. Oppure potrebbe cercare accordi selettivi con i democratici, soprattutto sull’economia. 

La prima ipotesi sembra più coerente con il suo temperamento, ma la storia americana conosce presidenti che, dopo una sconfitta alle elezioni di metà mandato, hanno saputo recuperare terreno.

Il 3 novembre non si elegge un nuovo presidente. Trump resterà alla Casa Bianca fino al gennaio 2029. Ma si deciderà se gli ultimi due anni del suo mandato saranno quelli di un presidente ancora padrone di Washington, oppure di un leader costretto a governare contro il Congresso. E comincerà la battaglia per la sua successione, con JD Vance in prima fila fra i repubblicani e i democratici impegnati a scegliere fra la tentazione radicale e la riconquista del centro. La posta in gioco non riguarda soltanto l’America. Riguarda anche la capacità dell’Occidente di affrontare due guerre, la competizione con la Cina e una stagione di crescente instabilità internazionale.

Talarico, il 37enne che può far vincere i democratici in Texas (dopo decenni), tra Bibbia e luci del football: «Basta corruzione, riprendiamoci lo Stato»

James Talarico, 37 anni, ex seminarista presbiteriano, è candidato del Partito democratico al Senato: sfida Ken Paxton, sottoposto a impeachment per corruzione e abuso d’ufficio (e poi assolto)

VIVIANA MAZZA

All’ora in cui si accendono le luci del venerdì sera nei campi di football del liceo – una seconda religione qui in Texas – una ragazza sale sul palco, ai piedi del gigantesco stadio dell’università Texas A&M, per animare la folla, fatta soprattutto di studenti, prima dell’arrivo del candidato democratico al Senato James Talarico. «Howdy!»,grida lei. «Howdy!» ruggisce la gente. Perché ci si saluta così in Texas, e in particolare in questo ateneo è il saluto ufficiale. Ogni volta che viene nominato Ken Paxton, il procuratore generale dello Stato, rivale di Talarico, la folla sibila: una versione più educata di fischiare, altra tradizione di questa università specialmente alle partite di football. Ma quando viene nominato Elon Musk, che vive in Texas, ha spostato qui SpaceX e Tesla e ha versato centinaia di milioni di dollari per far vincere Paxton, nessuno si trattiene: si sentono i fischi più forti di tutta la serata.

Talarico balza sul palco. Ha la voce rauca per i troppi discorsi elettorali. «In questo periodo dell’anno, in Texas, non c’è posto migliore di una partita di football del liceo: la banda, il boato della folla, la frescura nell’aria», dice il politico 37enne, ex insegnante delle scuole medie e seminarista presbiteriano, che era un ragazzino quando girarono da queste parti la celebre serie tv Friday Night Lights.

Negli spogliatoi

«È una serie su una squadra di football del liceo considerata sfavorita e sul loro allenatore, Eric Taylor. Prima della partita decisiva, l’allenatore tiene un discorso negli spogliatoi e dice: “Vi attaccheranno con tutte le loro forze. Mi aspetto che voi ragazzi diate il massimo. Mi aspetto che giochiate a football”. E poi conclude con le parole immortali: “Sguardo lucido, cuore pieno, non possiamo perdere”». Quelle parole sono diventate lo slogan di questo sprint finale della campagna di Talarico (ma senza «non possiamo perdere»). «In ogni partita c’è quel momento — l’ultimo possesso di palla — in cui bisogna dare il massimo. Hanno paura. Sono terrorizzati. Vedono quello che vediamo noi: che stiamo per fare qualcosa di straordinario, di storico. Sconvolgeremo la nazione e il mondo, quando sconfiggeremo i miliardari e ci riprenderemo il Texas».

Sogni giganteschi

Il Texas è un posto unico: ha una sua storia, è stato un Paese indipendente, ha una cultura tutta sua, è enorme, ha un’economia gigantesca e un orgoglio particolare. E la campagna di Talarico è una campagna texana nella sua quintessenza, che propone un messaggio di cambiamento, ma lo costruisce attraverso elementi profondamente radicati nella storia e nella cultura locali. «Uno Stato gigantesco merita sogni giganteschi. Siamo lo Stato che ha mandato l’uomo sulla Luna, che ha aperto la strada ai ranch, all’energia e ai computer. Siamo lo Stato che ha dato a questo Paese Barbara Jordan, Ann Richards, LBJ e la Great Society. Siamo lo Stato che ha messo la colazione in un taco. I nostri musicisti sono così iconici che basta il primo nome: Willie, Beyoncé, Selena». Con alle spalle la bandiera del Lone Star State (una sola stella), Talarico ricorda che Paxton è californiano, poi subito osserva che il problema non è dov’è nato ma che «non capisce il Texas», perché «essere texano va oltre gli stivali e i pickup, è qualcosa che sta nel profondo del cuore» (riferimento alla canzone Deep in the heart of Texas).
Quando qualcuno chiede a Talarico «Pensi di essere colui che dipingerà il Texas di blu?» (l’ultimo democratico fu eletto al Senato nel lontano 1988), lui risponde: «Non mi interessa dipingerlo di blu. Voglio questo seggio per lottare per tutti i 31 milioni di texani: democratici, indipendenti o repubblicani. Penso che il colore migliore per il Texas sia il viola». Non si è fatto accompagnare sul palco da Obama, né da Bernie Sanders. La sua campagna si definisce «tripartisan» e sottolinea l’appoggio di repubblicani disgustati da Paxton, come il sindaco James Hedge (che assicura che Talarico «respingerà gli estremismi nel suo stesso partito»).

La corruzione è centrale in questo discorso: «Abbiamo una crisi del costo della vita perché abbiamo una crisi di corruzione». In queste midterm i democratici (anche Jon Ossoff, Sherrod Brown, Obama) scommettono che gli elettori metteranno in relazione i conflitti di interessi alla Casa Bianca con le proprie difficoltà finanziarie. Talarico accusa Paxton di essere il «politico più corrotto del Texas», sottolinea che il suo patrimonio è aumentato vertiginosamente mentre era in carica, al punto da possedere 15 case, e che i suoi guai legali ed etici non dovrebbero renderlo inidoneo a ricoprire la carica di senatore.

Il rivale con 15 case

Paxton è stato sottoposto a impeachment per corruzione e abuso d’ufficio dagli stessi repubblicani, poi assolto dal Senato texano nel 2023. La corruzione è un tema più grande delle divisioni di destra e sinistra, argomenta Talarico. «Qui si tratta di scegliere se avremo un senatore che mette i soldi nelle vostre tasche o nelle proprie, che serve voi o i miliardari». Il 3 novembre vedremo se questo messaggio ha fatto breccia tra gli americani.

Siamo stati a un comizio di Talarico, l’ex seminarista che può far vincere i democratici in Texas (dopo 38 anni).

«Affordability», parola-chiave per il voto Usa (e non solo). Ma esiste una ricetta per ridurre il costo della vita? Eccone alcune

Carovita, quali cure funzionano e quali sono già state bocciate dalla storia?

Carovita, quali cure funzionano e quali sono già state bocciate dalla storia? Martedì gli americani votano per le elezioni di metà mandato, e la parola che domina questa campagna è “affordability“. In italiano suona burocratica, qui è diventata un’ossessione: quanto costa l’affitto, la spesa al supermercato, la bolletta elettrica, l’assicurazione dell’auto. Due anni fa Donald Trump vinse promettendo di far scendere i prezzi “dal primo giorno”; oggi sono i democratici a cavalcare la rabbia dei consumatori, e quasi tutti danno per scontata una loro avanzata. Ma che cosa potrebbe davvero cambiare? La guerra nel Golfo ha riportato il petrolio sopra i cento dollari, la Banca centrale europea ha ricominciato ad alzare i tassi, le bollette risalgono anche da noi. La domanda è la stessa su entrambe le sponde dell’Atlantico: esiste una cura seria per il carovita, o dobbiamo accontentarci degli slogan elettorali?

Il primo passo è una distinzione che i politici si guardano bene dal fare. Un conto è l’inflazione, cioè la velocità con cui salgono i prezzi. Un altro conto è il livello dei prezzi, cioè quanto costa oggi la spesa rispetto al 2019. Gli americani nei sondaggi lo dicono chiaramente: non basta che l’inflazione rallenti, vogliono che i prezzi tornino giù. Ma un calo generalizzato dei prezzi ha un nome, deflazione, e nella storia è arrivato quasi sempre insieme alle recessioni. Il candidato che promette di riportare il carrello della spesa ai prezzi di prima del Covid sta promettendo una crisi economica, oppure sta mentendo.

La storia ci aiuta a sfoltire il campo. Nell’agosto 1971 Richard Nixon congelò per decreto prezzi e salari. All’inizio sembrò un trionfo: l’inflazione calò e lui stravinse le elezioni dell’anno dopo. Poi l’inflazione repressa esplose. Nel 1973 gli allevatori tenevano il bestiame lontano dai mercati, i supermercati avevano molti scaffali semivuoti, e il controllo sui carburanti produsse leggendarie code ai distributori. Noi italiani abbiamo un’altra lezione: la scala mobile, rafforzata a metà degli anni Settanta, trasformava l’inflazione di ieri in inflazione di domani. Ci vollero il decreto di San Valentino di Craxi nel 1984, un referendum e infine l’abolizione nel 1992 per spezzare la spirale. Chi oggi propone una «nuova scala mobile» dovrebbe ripassare quegli anni.

Che cosa ha funzionato, invece? La cura più famosa è quella di Paul Volcker alla Federal Reserve tra il 1979 e il 1983: tassi altissimi, inflazione abbattuta dal 13 al 3 per cento, però con il costo sociale di una disoccupazione sopra il 10 per cento. Una medicina amarissima, che comunque agisce sulla velocità dei prezzi, non sul loro livello. Ha funzionato anche la concertazione, quando era intelligente: il patto di Ciampi del luglio 1993 sostituì l’indicizzazione al passato con un’inflazione “programmata” concordata fra governo, sindacati e imprese. Nel 2022 la Germania ha fatto qualcosa di simile: al posto di aumenti salariali permanenti, un premio una tantum esentasse. Le famiglie hanno avuto sollievo e l’inflazione non si è incorporata nei contratti futuri.

Poi c’è l’errore che l’Europa sta ripetendo. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, i governi spesero centinaia di miliardi per tagliare accise, IVA e bollette a tutti, indistintamente. Ne beneficiava soprattutto chi consuma di più: la villa riscaldata, i due SUV in garage. Eppure compensare integralmente il quinto più povero delle famiglie costerebbe una frazione minima di quella spesa. Aiutare chi ha davvero bisogno costa meno, ma i bonus per tutti portano più voti.

Il cuore del problema però è un altro, ed è qui che destra liberista e sinistra riformista possono convergere: in molti settori i prezzi sono alti perché si produce troppo poco. Il precedente storico più istruttivo viene da un presidente democratico. Jimmy Carter, in piena stagflazione, smantellò le regole che fissavano tariffe e rotte di aerei, camion, ferrovie e telefoni. Il costo reale del volo ne risultò più che dimezzato. Oggi Carter verrebbe accusato di neoliberismo.
Il caso più evidente è la casa. In America mancano milioni di abitazioni, in Europa le grandi città vivono la stessa penuria. Dove si è costruito molto, come ad Auckland in Nuova Zelanda o in parte di Austin e Minneapolis, gli affitti si sono fermati o sono scesi. Dove si blocca tutto, salgono. Il blocco ha spesso un nome preciso: NIMBY, acronimo di “Not In My Back Yard”, cioè “non nel mio cortile”. Quello slogan anima il proprietario, spesso progressista e benestante, favorevole alle case popolari in astratto ma pronto a fare ricorso contro il palazzo di sei piani in fondo alla sua strada. In California le procedure di revisione ambientale, nate per proteggere la natura, sono diventate l’arma preferita per fermare alloggi, linee ferroviarie, centrali elettriche, data center. Il controllo degli affitti, l’altra ricetta che piace a sinistra, dà sollievo immediato a chi un appartamento ce l’ha già, ma l’esperienza di Barcellona conferma che riduce l’offerta per chi lo cerca.

Con l’energia la contraddizione è ancora più stridente.

 L’ambientalismo radicale chiede la transizione verde e poi si oppone ai pali eolici in mare perché rovinano il panorama, agli elettrodotti che dovrebbero portare l’energia solare dal deserto alle città, ai depositi di batterie, per non parlare del nucleare. In America servono anni, a volte un decennio, per autorizzare una linea ad alta tensione. Intanto i data center dell’AI divorano elettricità e le bollette delle famiglie salgono, soprattutto negli Stati dell’Est. In Europa il prezzo dell’elettricità è ancora agganciato a quello del gas, anche quando la corrente viene da sole, vento o atomo: sganciarlo è una riforma essenziale. La Francia, dopo lo shock petrolifero del 1973, costruì in quindici anni il parco nucleare che ancora oggi le garantisce bollette più basse.

Ci sono poi due fattori di cui si parla poco nei dibattiti accademici, ma che chiunque viva in America conosce bene. Il primo è la “litigation” a oltranza, la causa civile come industria. Basta guardare i cartelloni giganti degli studi legali che promettono milioni a chiunque abbia avuto un tamponamento. Le giurie concedono risarcimenti sempre più stratosferici, il conto lo paghiamo tutti attraverso i premi delle assicurazioni: auto, casa, responsabilità civile delle imprese, assicurazioni dei medici. Il medico che teme la causa ordina esami inutili, l’impresa carica la polizza sui prezzi. Il settore assicurativo lo chiama “inflazione sociale”. Dietro c’è una lobby potentissima, quella degli avvocati che vivono di rendita sulle cause per danni e che sono tra i finanziatori più generosi della politica, soprattutto del Partito democratico. Qualche Stato, come la Florida, ha ristretto gli abusi e d’incanto i premi assicurativi hanno smesso di correre.

Un altro fattore è l’obbligo, in molti settori e soprattutto negli appalti pubblici degli Stati Usa a guida democratica, di impiegare lavoratori sindacalizzati e di pagare le tariffe fissate dai sindacati. Non è una questione di salari: è giusto che un operaio guadagni bene e quelli americani hanno i salari più alti del mondo (a dispetto delle leggende europee sul “Far West del capitalismo selvaggio” dove starebbero bene solo Elon Musk e i miliardari come lui, un operaio Usa guadagna molto più di un tedesco). Il problema sono le rigidità che vengono con quei contratti: mansioni frammentate, squadre sovradimensionate. Il risultato si vede a New York, dove costruire un chilometro di metropolitana costa più che in qualsiasi altra città al mondo, un multiplo rispetto a Parigi o a Madrid. Ogni infrastruttura pagata così costa di più ai contribuenti, e quel costo prima o poi finisce nelle tasse, nelle tariffe, nei prezzi.

Ci sono infine i costi che i governi si autoinfliggono. I dazi di Trump sono una tassa nascosta che, secondo le stime più prudenti, sottrae alle famiglie americane un migliaio di dollari l’anno, e pesa di più su quelle povere. Lo sa anche la Casa Bianca, che l’anno scorso li ha tolti in fretta su carne e caffè quando i prezzi al supermercato sono diventati un problema politico. Chi spera che un Congresso a maggioranza democratica li smantelli rischia però di restare deluso. I democratici di oggi non sono quelli di Obama, che firmava accordi di libero scambio: sono diventati molto più protezionisti, inseguendo il voto operaio del Midwest. Fu Joe Biden a introdurre il dazio del 100 per cento sulle auto elettriche cinesi, e il suo partito lo considera una diga indispensabile contro uno tsunami di importazioni come quello che sta mettendo in ginocchio l’industria automobilistica europea. Qualche dazio sui beni di consumo potrà cadere, la muraglia contro la Cina resterà. L’Europa non ha dazi interni, ma ha ancora un mercato unico incompiuto: regole nazionali, etichette diverse, grandi marche che vendono lo stesso detersivo a prezzi più alti in Austria o in Belgio che in Germania, impedendo ai distributori di comprarlo dove costa meno.

Tirando le somme, le ricette serie esistono, e sono abbastanza condivise fra economisti di orientamenti diversi: costruire di più, autorizzare più in fretta, togliere le barriere alla concorrenza, ridurre i costi legali e burocratici, aiutare solo chi ne ha davvero bisogno, lasciare alle banche centrali il compito di frenare l’inflazione. Le ricette fallite le conosciamo pure: congelare i prezzi per decreto, indicizzare tutto, distribuire bonus a pioggia. L’ostacolo maggiore è politico. Le cure che funzionano danno frutti in anni, mentre la politica vive di mesi. E quasi tutte toccano interessi organizzati: il proprietario NIMBY, l’ambientalista del no, l’avvocato delle cause milionarie, il sindacato degli appalti. Il carovita è anche il prezzo che paghiamo per una società che ha disimparato a costruire e dove molte corporazioni difendono con ferocia le proprie rendite parassitarie.

Elezioni midterm, la sinistra Dem testa la sua forza nel partito: «Se in Michigan vince El-Sayed, nel 2028 sarà Ocasio-Cortez la candidata alla Casa Bianca»

In queste elezioni di midterm non si deciderà solo il controllo del Congresso ma anche il peso specifico dell’estrema sinistra all’interno del partito democratico in vista delle presidenziali del 2028

VIVIANA MAZZA

In queste elezioni di midterm non si deciderà solo il controllo del Congresso ma anche il peso specifico dell’estrema sinistra all’interno del partito democratico in vista delle presidenziali del 2028.
La corsa più significativa è quella di Abdul El-Sayed, il candidato democratico al Senato in Michigan, ma non è l’unica. Alcuni nell’establishment del partito democratico (incluso Obama) li hanno comunque appoggiati, mentre altri temono che le posizioni di El-Sayed, che tra l’altro è un forte critico di Israele, possano aiutare il suo rivale repubblicano e costare al partito un seggio decisivo; ma i centristi sono anche preoccupati che la base attivista legga in un successo del dottor El-Sayed (e degli altri candidati progressisti) la prova che il populismo di sinistra è un messaggio vincente, anche negli Stati in bilico. 

L’ex speaker della Camera 86enne Nancy Pelosi ha detto in un podcast: «Vedremo se questa nuova figura del Michigan verrà eletta al Congresso». Ma di El-Seyed come di Zohran Mamdani ha sottolineato che non condivide le posizioni «sbagliate» su Israele e che una eventuale vittoria del candidato in Michigan non significherebbe «un impatto sul consenso del partito democratico». Invece è molto più probabile che un impatto ci sarà: le elezioni del 3 novembre mostreranno se «l’americano medio» appoggia obiettivi come le tasse ai miliardari e l’accesso universale all’assicurazione sanitaria, oppure se l’estrema sinistra si sbaglia di grosso a ritenere di poter vincere anche tra i moderati e i repubblicani. È una scommessa con conseguenze enormi in distretti centrali per il controllo del Congresso.

Tra i candidati progressisti leggermente favoriti ci sono: l’attuale vicegovernatrice Peggy Flanagan, in corsa per il Senato in Minnesota; Bob Brooks, ex vigile del fuoco e sindacalista, in corsa nel 7° distretto della Pennsylvania; nell’8° distretto del Colorado Manny Rutinel, ex attivista animalista che si è filmato mentre mangiava un taco di carne per dimostrare di essersi ravveduto dalle convinzioni vegane. Sono testa a testa invece Troy Jackson, il candidato al Senato in Maine che ha rimpiazzato Graham Platner dopo gli scandali sessuali e che ha una formidabile rivale repubblicana moderata nella senatrice Susan Collins; Sam Forstag, il pompiere paracadutista che cerca di rovesciare il primo distretto del Montana; nella Central Valley californiana Randy Villegas, che sfida il deputato repubblicano David Valladao; William Lawrence cofondatore del movimento ambientalista Sunrise che corre nel 7° distretto del Michigan.

Sono invece indietro ai rivali repubblicani: Angie Nixon, democratica socialista in corsa per il Senato in Florida, che rischia di aver alienato gli elettori cubani dicendo che «ha sentito» che Cuba è una dittatura ma non può testimoniarlo personalmente perché non c’è mai stata; Matt Dunlap in corsa per il 2° distretto (rurale) del Maine contro un moderato, e Justin Pearson, in corsa a Memphis, famoso perché fu espulso dalla Camera per aver partecipato ad una protesta contro le armi.

Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata di New York che ha preso il testimone di leader della sinistra da Bernie Sanders, sta mostrando il potere di mobilitare il pubblico in luoghi inaspettati e in distretti in bilico, facendo campagna per questi candidati in Nevada, Maine, Michigan, Florida (con qualche eccezione come Forstag, che ha cancellato il suo endorsement dal sito). Anche i repubblicani oggi riconoscono che AOC è oggi più popolare di tanti altri politici. Trump ha detto che «non mi dispiace troppo AOC, non so perché». Andrew Kolvet, portavoce di Turning Point USA, il movimento giovanile Maga, dice che «AOC e Mamdani hanno politiche e idee terribili, ma sono indiscutibilmente i migliori talenti politici grezzi dell’estrema sinistra». AOC ha definito la vittoria di El-Sayed cruciale per «il progetto generazionale» del movimento progressista. Il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz prevede che «se El-Sayed vince, la candidata democratica alla presidenza nel 2028 sarà AOC».

Trump vuole delegittimare il voto di midterm negli Usa: «Un milione di dollari a chi denuncia brogli»

Il presidente semina dubbi sul Brasile e manovra per frenare i candidati dem alle elezioni di midterm dall’Alaska alla California

VIVIANA MAZZA

Trump ha detto ieri ai giornalisti che il voto in Brasile «sembra un’altra elezione truccata». Ma la sua attenzione è soprattutto rivolta in patria. Poco prima infatti il presidente ha annunciato che chiunque denunci brogli che portano ad arresti e condanne per le passate elezioni negli Stati Uniti o in quelle di midterm del prossimo 3 novembre riceverà una ricompensa di un milione di dollari.

Il caso Alaska

Da mesi Trump mette in discussione l’integrità delle elezioni statunitensi, avvalendosi al contempo del governo federale per cercare di esercitare un maggiore controllo sul processo elettorale, che è di competenza degli Stati e del Congresso. La scorsa settimana il presidente ha inaugurato una nuova strategia: l’attacco preventivo. Il dipartimento di Giustizia ha chiesto a un tribunale federale di bloccare temporaneamente la certificazione dei risultati delle elezioni al Senato in Alaska nel caso in cui il repubblicano Dan S. Sullivan dovesse perdere per un margine minimo (ovvero se risultasse vincitore qualora i voti assegnati al candidato Daniel J. Sullivan Jr., che ha un nome simile al suo, fossero attribuiti a lui). Trump e i repubblicani sostengono che la presenza di un altro candidato con un nome quasi identico creerà confusione e favorirà la candidata democratica Mary Peltola. Trump si è attribuito il merito di aver ordinato al dipartimento di Giustizia l’azione legale in Alaska, un intervento straordinario che potrebbe decidere quale partito avrà il controllo del Senato: «Sono io che ho detto: “Fallo”».

Esito improbabile, ma…

Gli esperti giuridici ritengono improbabile che l’azione legale abbia esito positivo. La Corte suprema dell’Alaska ha già concluso a giugno che il «secondo» Sullivan, maestro delle elementari in pensione, può apparire sulla scheda. Ma questa mossa della Casa Bianca potrebbe comunque minare la fiducia di una parte degli elettori nell’esito del voto e il ricorso federale potrebbe fornire una copertura ai funzionari statali per mettere in discussione i risultati delle elezioni. Peltola chiede al giudice di archiviare la causa prima del voto.

Il dipartimento di Giustizia ha avviato una raffica di altre indagini pre-elettorali. Il 12 ottobre agenti federali hanno perquisito la casa della deputata democratica del Minnesota Ilhan Omar nell’ambito di un’indagine su una possibile frode in materia di immigrazione. Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione sta preparando un fascicolo per cercare di privare della cittadinanza la deputata, nata in Somalia, e di espellerla. 

Il 15 ottobre, il dipartimento ha citato in giudizio la California sostenendo che circa 20 mila persone registrate per votare nel midterm potrebbero non essere cittadini americani e ha chiesto che le loro schede inviate per posta non vengano conteggiate finché la loro cittadinanza non sia verificata. «Ci aspettiamo che le forze dell’ordine prevengano i danni, non che si limitino a documentarli», ha detto il dipartimento di Giustizia. Le autorità californiane hanno contestato la legittimità della richiesta e l’affidabilità dei dati federali. 

Usa, il caso dei vescovi in preghiera con Trump nello Studio Ovale. Loro: «Evento manipolato, nessun endorsement»

Non era passata inosservata l’immagine del presidente Usa insieme ai vescovi alla Casa Bianca. E Trump intanto perde consensi tra i cattolici

VIVIANA MAZZA

Dodici vescovi cattolici che pregano intorno a Trump nello Studio Ovale, a due settimane dalle elezioni di midterm, non erano passati inosservati:  giovedì scorso la Casa Bianca ha diffuso il video.

Ma la Conferenza dei vescovi americani aveva preso le distanze: non era stata informata dell’incontro. Ora tre dei vescovi si sono fatti avanti per denunciare la «manipolazione» dell’evento, trasformato in una «photo opportunity politica» dalla Casa Bianca: James Golka di Denver ha il «cuore spezzato», perché non era «mia intenzione dare un endorsement»; Jeffrey Grob di Milwaukee ha parlato di «profonda tristezza» perché «non avremmo mai dovuto essere messi in questa posizione dalla Casa Bianca»; William Joensen di Des Moines sottolinea che «molte cose legate a questa amministrazione» sono «chiaramente in contrasto con la nostra fede cattolica». 

Era stato un rappresentante del think tank conservatore Heritage Foundation a invitarli alla Casa Bianca per discutere «di immigrazione, visti per i religiosi e dignità umana» con la possibilità di pregare in privato col presidente; dopo 90 minuti con lo staff sono stati fatti entrare nello Studio Ovale, hanno ricevuto gadget in dono ed è stato chiesto loro di mettersi intorno Trump a pregare. Non sapevano di apparire in video.  Con loro in preghiera appare anche Paula White, predicatrice evangelica che paragonò Trump a Gesù, consigliera del White House Faith Office, attesa oggi in Italia ad un incontro organizzato dal senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan per parlare di libertà di culto, come annunciato per primo dal Domani. 

La portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers dice al Corriere: «Non c’è mai stato un presidente migliore per i cattolici americani e i risultati concreti lo dimostrano: ha posto fine all’uso del governo federale come arma contro i cristiani, ha difeso con orgoglio e ampliato i nostri diritti religiosi, ha graziato attivisti pro-vita, ha fermato la mutilazione chimica dei bambini della nostra nazione e tutelato i diritti dei genitori». 

Gli ultimi sondaggi del Pew Center mostrano che il tasso di approvazione di Trump è crollato tra i cattolici americani, dal 47% al 30% (tra i cattolici bianchi dal 59 al 39; tra gli ispanici, dal 31% al 18%). Tra le ragioni: la gestione dell’immigrazione (soprattutto tra gli ispanici), l’economia, la guerra in Iran e lo scontro con il Papa. 

Ramaswamy e lo spot sugli abusi subiti dalla rivale: il candidato Maga in Ohio mollato dai repubblicani (ma Trump lo difende)

La candidata dem Acton aveva dichiarato di aver subito abusi sessuali dal patrigno quando era bambina. Ramaswamy ha girato un video in cui la madre – con cui non ha rapporti da 50 anni – la accusa di essere una bugiarda

VIVIANA MAZZA

È diventato un caso nazionale lo spot elettorale di Vivek Ramaswamy, già rivale di Trump nel 2024 e poi suo alleato, coinvolto nel Doge di Musk e presto fuoriuscito per candidarsi alla poltrona di governatore dell’Ohio. Ma Ramaswamy è stato criticato da esponenti sia della destra sia della sinistra per uno spot contro la sua rivale democratica Amy Acton a cui ha fatto ricorso mentre la sua campagna fatica a decollare (lei è al 50% e lui a 43%): nel video parla la madre da tempo estraniata di Acton, che definisce la figlia una bugiarda e mette in guardia dal votare per lei affermando che ha problemi personali che la rendono inadatta a governare.

Il caso è particolarmente sensibile perché Acton aveva dichiarato di aver subito abusi sessuali da parte del patrigno quando era bambina. Donald Jr., figlio del presidente, ha contribuito a dare visibilità allo spot. Ma la mossa si è ritorta contro Ramaswamy. Il vicepresidente JD Vance ha evitato di condannarlo, ma la sua risposta suggerisce anche l’ansia del partito in vista del voto di Midterm: «La politica è dura e il mio messaggio agli altri repubblicani è: se credete nelle cose in cui dite di credere, smettetela di lamentarvi per una pubblicità e andate a vincere le elezioni». Diversi repubblicani hanno criticato lo spot, dal candidato al Senato Jon Husted all’attuale governare Mike DeWine che ha chiesto che venga ritirato: lo spot è «davvero inquietante», ha detto, e «se conosci la storia è ancora più sbagliato».

Acton ha raccontato di aver subito abusi sessuali dal patrigno quando aveva 10-12 anni. L’uomo è stato incriminato ma sfuggi alle autorità insieme alla madre della candidata democratica: morì in Pennsylvania senza essere processato con la moglie al suo fianco. Acton e suo fratello Phillip furono allontanati dalla custodia della madre e la campagna di Acton ha risposto a Ramaswamy con un altro spot in cui Philip racconta le violenze familiari e difende la sorella. Su Truth, Trump ha difeso Ramaswamy, dicendo che se la «coraggiosa» madre di Acton dice quelle cose la candidata dovrebbe ritirarsi e ha aggiunto che se sua madre avesse detto qualcosa di negativo su di lui, le «fake news» l’avrebbero subito usato e lo spot sarebbe stato premiato come «spot del decennio». Poi ha auspicato che altre madri dei suoi avversari si facciano avanti per denunciarli.

Il ritorno del «senatore operaio» Sherrod Brown: battuto nel 2024 da un imprenditore delle criptovalute, ora spera di vincere in Ohio

Sconfitto due anni fa grazie ai milioni dei signori del denaro digitale, il democratico populista torna in corsa ed è avanti di 6-8 punti. Nel campo repubblicano, intanto, il candidato governatore Ramaswamy viene contestato dalla sua stessa base

MASSIMO GAGGI

Il sud agricolo intorno Cincinnati, conservatore come l’Alabama o il Mississippi. Il nord industriale di Cleveland di antica tradizione operaia, democratica, grazie alle acciaierie di Canton, i pneumatici di Akron, le fabbriche di auto di Toledo. L’Ohio è stato considerato a lungo uno Stato-cerniera, lo specchio della politica americana: maggioranze altalenanti e chi vinceva qui, vinceva anche a livello nazionale. Vero fino a una ventina d’anni fa quando, con l’aggravarsi della crisi industriale – fabbriche chiuse e sindacati in ritirata – l’Ohio è diventato repubblicano. 

Con un’eccezione: Sherrod Brown, per oltre 30 anni deputato e poi senatore. Un democratico anomalo, populista, contrario al free trade sposato dal suo partito, legatissimo ai sindacati e agli operai fino a vestire come uno di loro tra le grisaglie dei membri del Congresso. Uno capace di farsi rieleggere anche quando qui Trump vinceva a man bassa. Fino a due anni fa, quando fu sconfitto dal repubblicano Bernie Moreno, immigrato colombiano divenuto imprenditore della blockchain e delle criptovalute.

La sconfitta del 2024

Non più spalleggiato da una base operaia assottigliata e delusa, considerato un nemico giurato dagli emittenti di monete digitali che per questo avevano sostenuto la campagna di Moreno donandogli decine di milioni di dollari, a 71 anni Brown sembrava aver concluso la sua parabola politica. 

«Sentirete ancora parlare di me», disse il giorno in cui lasciò il mitico seggio numero 88 del Senato, occupato in passato da grandi riformisti. Sembrava un ultimo ruggito di circostanza. E, invece, due anni dopo Brown è di nuovo in pista per cercare di conquistare l’altro seggio senatoriale dell’Ohio, oggi occupato da un parlamentare non eletto:Jon Husted,un funzionario statale repubblicano che ha sostituito provvisoriamente JD Vance quando lui, senatore eletto, è stato scelto da Trump come vicepresidente.

Osservato con sufficienza per il suo vecchio modo di fare politica dai repubblicani, ma anche dai giovani della sinistra radicale democratica, Brown ha guadagnato terreno mese dopo mese e ora i sondaggi lo danno in vantaggio di 6-8 punti sull’incolore Husted. 

L’ostilità verso la tecnologia: da ostacolo a trampolino 

Il repubblicano gode sempre dell’appoggio dei tycoon delle cripto, ma sulla tecnologia il vento è cambiato: buona parte dell’America, soprattutto quella rurale e impoverita che, esasperata, aveva cambiato cavallo scommettendo su Trump, ora è sempre più ostile ai data center dell’intelligenza artificiale, a tecnologie che aumentano le diseguaglianze, ai tycoon miliardari del digitale e delle cripto. 

Così la guerra dichiarata contro di lui dai signori del denaro virtuale che due anni fa era stata un handicap, ora diventa un trampolino per Sherrod Brown. Aiutato anche dal caos che regna nel fronte conservatore sull’altra grossa partita che si gioca in Ohio: l’elezione del nuovo governatore. Alla candidata democratica Amy Acton, Trump ha opposto Vivek Ramaswamy che due anni fa, dopo aver brevemente conteso la candidatura presidenziale a The Donald, era diventato un suo grande sostenitore.

Chi è Vivek Ramaswamy, candidato repubblicano alla carica di governatore 

Ma Vivek, nato in India, laureato nelle migliori università Usa (Harvard e Yale), di religione induista, imprenditore biotech con un patrimonio di 3 miliardi di dollari, non piace per niente alla base conservatrice, cristiana e impoverita. 

Suprematisti bianchi come il podcaster Nick Fuentes arrivano addirittura a contestarlo per il colore della pelle: Fuentes lo invita a tornarsene in India, anziché cercare di governare la gente «bianca e cristiana» dell’Ohio. Quella razzista è una frangia, ma il malessere trapela spesso nei suoi comizi: quando Vivek sostiene che l’America è stata resa grande dagli immigrati e che negando il visto d’ingresso ai talenti il Paese si condanna alla mediocrità, le bordate di fischi e insulti sono assicurate. 

L’Ohio sempre più conservatore

L’impopolarità di Trump, i prezzi dei combustibili raddoppiati, le campagne in sofferenza, l’ostilità per Ramaswamy: tutto sembra congiurare a favore di Brown, ma la resurrezione del vecchio combattente operaio rimane assai problematica.

In Ohio ha messo radici abbastanza profonde una mentalità conservatrice, mentre i democratici sono diventati minoranza. Sherrod spera nel voto di protesta di repubblicani delusi. Ma, parlando con alcuni di loro a Cleveland e Toledo, è facile sentirsi dire: «Trump ha combinato guai, ma non crediamo che i democratici siano in grado di fare meglio».

Jon Ossoff, il dem moderato ma «spietato» è già l’anti-Trump: se rivince in Georgia può puntare alla Casa Bianca

Ai suoi comizi urla e lacrime di gioia. «È come fare una doccia pulita», dice una sostenitrice, cercando di spiegare il sollievo di sentire finalmente qualcuno criticare il presidente americano con chiarezza

VIVIANA MAZZA

La «O» del logo elettorale del senatore Jon Ossoff ricorda quella della campagna di Obama, anche se le tre linee rosse che la attraversano evocano più un mantello da Superman che una collina all’orizzonte. A insistere sulla somiglianza sono soprattutto i suoi detrattori: il rivale repubblicano Mike Collins lo accusa di pensare già alla Casa Bianca e di voler abbandonare la Georgia. Ossoff nega di voler correre nel 2028, ma il suo nome è ormai tra quelli più discussi per la nomination democratica, tanto da aver raggiunto brevemente, in autunno, il primo posto su Kalshi, il mercato delle previsioni. 

Intanto, il 3 novembre è ampiamente favorito per la riconferma al Senato, nonostante la Georgia abbia eletto Trump due anni fa: lo aiutano anche le controversie che coinvolgono il rivale, dalle rivelazioni su contenuti razzisti e antisemiti pubblicati da persone nella sua cerchia a un’indagine sul presunto uso improprio di fondi pubblici. 

Dopo la sconfitta del 2024, i democratici cercano disperatamente un leader capace di ricompattare le diverse anime del partito e di contrastare Trump. Il 39enne Ossoff incarna una formula che combina moderazione sulle politiche e durezza contro il presidente. A un comizio ad Atlanta, sabato sera, il senatore ha attaccato Trump per la corruzione, l’incompetenza e la gestione della guerra in Iran. Poi ha affondato il colpo: «Forse avete visto che ieri era a Dalton. Incurante del crollo della sua presidenza. Una folla più piccola di questa ha dovuto sopportare due ore di farneticazioni senili, mentre il prezzo del petrolio raggiungeva il massimo degli ultimi cinque mesi». 

Il talento di Ossoff di individuare i punti deboli dell’avversario e colpirlo (come fa Trump), però con eloquenza, sta conquistando molti democratici. 

In un altro comizio, criticando il presidente per la guerra, Ossoff ha fatto una battuta sulla collaboratrice Natalie Harp, che ha riacceso speculazioni sulla sua infedeltà coniugale, mostrando come non abbia paura di colpire sul piano personale. 

Il nome Ossoff fu probabilmente abbreviato a Ellis Island («Da qualcosa come Ossoffsky», ha detto in un’intervista); il padre è ebreo di origini russo-lituane, proprietario di una casa editrice specializzata, la madre australiana ha co-fondato una no-profit che favorisce l’elezione di donne di entrambi i partiti. Da giovane ha lavorato con John Lewis, storico leader dei diritti civili e deputato democratico, prima di gestire una società di produzione di documentari investigativi sulla corruzione internazionale. 

Dopo una sconfitta alle elezioni per la Camera nel 2017, ha vinto il ballottaggio per il Senato nel 2021 (con il 50,6%), contribuendo, insieme a Raphael Warnock, a garantire ai democratici il controllo dell’Aula. Da allora ha costruito la sua reputazione attraverso le indagini e il controllo sul governo, interrogando ministri di Trump e denunciando conflitti d’interesse e abusi. 

A questo ha aggiunto, da poco, attacchi più duri al presidente. Si vede che è un documentarista: la sua immagine è studiata, dalle luci alle inquadrature dal basso che ne valorizzano la mascella. Padre di due bambine di 5 e 1 anno, trasmette ai democratici un senso di energia generazionale (e molte fan lo trovano attraente). 

Nel comizio di sabato una ragazza è scoppiata in lacrime di gioia; un’altra esultava dopo essere riuscita a stringergli la mano. «È come fare una doccia pulita», ha detto una sostenitrice, cercando di spiegare il sollievo di sentire finalmente qualcuno criticare Trump con chiarezza. 

Ci sono potenziali punti deboli. Certe sue posizioni gli consentono di rivolgersi agli indipendenti e ad alcuni repubblicani, ma lo espongono alle critiche della sinistra. Ha respinto proposte dell’ala progressista come Medicare for All (lui vuole ampliare la copertura sanitaria ma non eliminare le assicurazioni private); sulla sicurezza delle frontiere e sulle deportazioni, pur criticando gli abusi di Trump, sostiene misure di contrasto, a volte votando con i repubblicani. Ha votato a volte contro a volte a favore sulla fornitura di armi a Israele. 

La più grande incognita è che per ora si muove in contesti studiati (il suo staff sorvegliava che i giornalisti non gli facessero domande alla fine del comizio di sabato), ma l’ex stratega di Obama, David Axelrod, diceva che una campagna presidenziale è come una «radiografia dell’anima». Se deciderà di fare il salto nel 2028 dovrà improvvisare, fuori dal copione.

Midterm, volantini rosa ed esercitazioni contro i blitz dell’Ice. Così Arizona e Georgia si preparano alle interferenze di Trump

«Se il presidente interviene, siamo pronti». Alla vigilia del voto del 3 novembre, i due Stati contesi nel 2020 provano a rassicurare gli elettori. Ma il pericolo più grande, avvertono gli esperti, non sono i brogli. È la sfiducia, che può spingere a disertare le urne oppure, trasformare la paura in rabbia

VIVIANA MAZZA

Nei recenti comizi in Arizona e in Georgia, Donald Trump è tornato a parlare delle presunte elezioni rubate del 2020. In Arizona, per esempio, ha affermato che «le macchine per il voto erano rotte di proposito, solo nelle zone repubblicane». Di fronte ai timori di interferenze federali, alimentati dalle parole del presidente, e alla crescente polarizzazione politica, i funzionari pubblici di questi due Stati, già finiti al centro delle accuse di brogli nel 2020 (Joe Biden vinse in entrambi con margini ridotti: 11.779 voti in Georgia e 10.457 in Arizona), cercano di abbassare i toni e rassicurare gli elettori, ma anche di non farsi cogliere impreparati, alla vigilia delle elezioni di midterm del 3 novembre. 

Si preparano a vari scenari di emergenza. Nel sud dell’Arizona, al confine con il Messico, ai dipendenti pubblici della contea di Pima, che comprende Tucson, sono stati distribuiti volantini stampati su carta rosa shocking: contengono un elenco di istruzioni insolite su come comportarsi qualora agenti federali si presentassero negli uffici richiedendo documenti o l’accesso a determinate persone. 

Midterm, volantini rosa ed esercitazioni contro i blitz dell'Ice. Così Arizona e Georgia si preparano alle interferenze di Trump

Il messaggio è semplice: mantenere la calma, collaborare senza fornire informazioni non autorizzate e chiedere agli agenti il nome, l’agenzia di appartenenza, i documenti identificativi e gli eventuali mandati, contattando nel frattempo gli avvocati della contea. 

L’obiettivo è di ricorrere rapidamente a un giudice per bloccare potenziali interferenze illegittime durante o dopo il voto. Secondo un sondaggio del Bipartisan Policy Center realizzato con Morning Consult e pubblicato a ottobre, le preoccupazioni degli elettori riflettono la polarizzazione politica. Il 75% dei democratici teme la presenza di agenti federali nelle proprie comunità durante le elezioni, contro il 39% dei repubblicani. Il 72% dei democratici teme che venga impedito di votare ad elettori aventi diritto. Tra i repubblicani, il 73% esprime preoccupazione per il conteggio di voti non validi e l’uso improprio del voto per posta. Il timore del tentativo di ribaltare il risultato di un’elezione regolare è invece condiviso dal 76% dei democratici e dal 62% dei repubblicani. 

Nel 2020, Trump e i suoi sostenitori contestarono il conteggio delle schede per posta, i controlli delle firme e l’affidabilità delle macchine elettorali, sostenendo che ci fossero state manipolazioni. Riconteggi, audit e verifiche giudiziarie non hanno confermato le accuse di una frode sistematica su scala tale da modificare il risultato. 

IN GEORGIA, LA TRASPARENZA COME ANTIDOTO AI SOSPETTI

In Georgia il voto anticipato è iniziato il 13 ottobre. Per rassicurare l’opinione pubblica, è possibile assistere alle operazioni di scrutinio e alle procedure di messa in sicurezza delle macchine elettorali, come abbiamo constatato di persona ad Atlanta con la collaborazione di un’addetta ai seggi di nome Donna. Jordan Fuchs, vicesegretaria di Stato e numero due di Brad Raffensperger, il funzionario repubblicano che nel 2020 ricevette la telefonata di Trump in cui il presidente gli chiedeva di «trovare» voti sufficienti a ribaltare il risultato, ci ha detto in un’intervista che «nonostante tutta la retorica, soprattutto di destra, che circonda le elezioni, abbiamo un’accuratezza del 99,9% nei nostri registri elettorali». Secondo la funzionaria, «entrambi i partiti hanno contribuito a politicizzare il processo, al punto che i rispettivi elettori sono arrivati a credere che ci siano brogli diffusi o una soppressione sistematica del voto, ma la realtà è che in Georgia l’affluenza è da record». I primi dati sul voto anticipato mostrano in effetti una partecipazione eccezionale, con numeri che superano quelli registrati nel precedente midterm. Per Fuchs, già «la partecipazione così elevata dimostra la fiducia degli elettori nell’integrità delle elezioni». 

IN ARIZONA, ESERCITAZIONI PER PREPARARSI AGLI SCENARI PEGGIORI

Da ben 20 mesi, a partire già dal gennaio 2025, funzionari pubblici e agenti di polizia nella contea di Pima, un territorio che comprende circa 1 milione e 100mila abitanti e si estende per 23,800 chilometri quadrati nel sud dell’Arizona, hanno condotto esercitazioni per prepararsi a possibili interferenze federali nel voto. Tra gli scenari considerati, vista la vicinanza al confine con il Messico, figurano operazioni degli agenti Ice (controllo dell’immigrazione) o della polizia di frontiera nei seggi o anche nei pressi dei seggi, come pure interventi del’Fbi per acquisire documenti o registri elettorali. Laura Conover, procuratrice della contea di Pima, ci spiega in un’intervista che la comunità cerca di prepararsi, pur mantenendo la calma. «Dobbiamo prepararci sulla base di ciò che il presidente stesso afferma nei suoi post nel cuore della notte, di ciò che il direttore dell’FBI ha dichiarato davanti al Congresso e delle parole pronunciate dal cosiddetto segretario della Guerra ai media», dice Conover. «È nostro dovere agire con saggezza e strategia e prepararci al peggio». La priorità, spiega, è garantire che le operazioni elettorali possano svolgersi senza interferenze illegittime e, se queste ultime si manifestano, tutto venga predisposto per rivolgersi ad un giudice in emergenza e rimuoverle subito. Ma il timore è anche che il clima politico nazionale finisca, nonostante tutto, per scoraggiare la partecipazione. 

COSA PUO’ FARE DAVVERO IL PRESIDENTE?

La Costituzione americana del 1787 attribuisce agli Stati un ruolo centrale nella gestione delle elezioni, mentre il Congresso dispone di specifici poteri di regolamentazione. Lori Ringhand, docente di diritto costituzionale all’Università della Georgia, ci spiega che «il presidente non ha alcun potere discrezionale su come funzionano le elezioni». L’amministrazione Trump ha promosso provvedimenti esecutivi per introdurre nuove restrizioni al voto per posta, affidando al servizio postale federale un ruolo nella verifica delle liste degli elettori e nella consegna delle schede, ma queste misure hanno incontrato ricorsi e ingiunzioni giudiziarie. Resta da capire in quale misura il dipartimento di Giustizia possa ricorrere ai propri poteri investigativi per requisire schede o macchine elettorali, e quali conseguenze ciò potrebbe avere sul processo di certificazione dei risultati. Secondo Ringhand, operazioni del genere incontrerebbero importanti vincoli legali. «L’FBI ha ottenuto un mandato per acquisire schede del 2020, ma si trattava di schede già vecchie, conteggiate tre volte. Sarebbe molto diverso sequestrare schede nella notte elettorale. Ogni Stato ha regole precise sulla custodia dei materiali elettorali e sulle modalità di conteggio. Sarei sorpresa se un tribunale autorizzasse un mandato per acquisire schede ancora da conteggiare o macchine elettorali». 
Il rischio più grande non riguarda un’interferenza concreta, secondo la studiosa. La sfiducia può indurre alcune persone a rinunciare al voto per posta perché non si fidano e a recarsi ai seggi in gran numero nel giorno delle elezioni, aumentando le lunghe file e il rischio che eventuali problemi o emergenze ostacolino il voto; può indurre altri a rinunciare del tutto alla partecipazione; può inoltre alimentare la disinformazione e rendere più probabili contestazioni dei risultati anche in assenza di brogli diffusi. 

IL RISCHIO DELL’INTIMIDAZIONE E DELL’ASTENSIONE 

L’Aclu (Unione Americana per le Libertà Civili) dell’Arizona ha avvertito le autorità delle 15 contee dello Stato che gli agenti federali armati non possono legalmente essere dispiegati nei seggi per intimidire gli elettori o interferire con le operazioni di voto. Ma la preoccupazione riguarda anche la presenza di agenti nelle strade circostanti. Alcuni elettori legittimi appartenenti a minoranze potrebbero temere di essere fermati per errore dalle autorità dell’immigrazione; altri potrebbero preoccuparsi per i familiari privi della cittadinanza americana, per i giovani protetti dal programma DACA (arrivati illegalmente quando erano bambini) o per chi possiede un visto o un permesso di soggiorno. «Le persone possono sentirsi terrorizzate perché hanno l’impressione che nulla, a parte la cittadinanza, sia davvero sicuro», osserva Conover. 

Anche episodi isolati, aggiunge la procuratrice, possono avere ripercussioni profonde sulle famiglie e sulle comunità. La paura può quindi allontanare gli elettori dalle urne anche senza che si verifichino interferenze dirette. In uno stato di confine come l’Arizona, la percezione di essere esposti a controlli o intimidazioni può diventare un ostacolo concreto alla partecipazione. Per Ringhand il rischio più grande è proprio la perdita di fiducia nelle istituzioni. «Il numero di persone che non si fidano del nostro sistema elettorale è incredibilmente alto. È pericoloso per qualsiasi sistema democratico quando le persone smettono di credere che le elezioni funzionino». 

DALLA PAURA ALLA RABBIA: LA REAZIONE DEGLI ELETTORI

Le minacce e le accuse di brogli potrebbero però produrre anche una reazione contraria a quella auspicata da chi le alimenta. Thomas Volgy, docente di scienze politiche all’università dell’Arizona ed ex sindaco democratico di Tucson, ci racconta che alcuni elettori democratici e indipendenti, soprattutto nella zona della sua città, stanno rispondendo alle intimidazioni con una maggiore determinazione a partecipare al voto: «La paura può trasformarsi in rabbia. Le persone attribuiscono valore al diritto di scegliere i propri rappresentanti e, quando percepiscono un tentativo di intimidazione, si arrabbiano». A suo dire alcuni elettori democratici e indipendenti sembrano aver reagito decidendo di partecipare al voto con ancora maggiore determinazione. «Le persone dicono: facciamo qualcosa. E quello che possono fare è votare». Volgy ci racconta di elettori che hanno già ricevuto la schede per posta e hanno scelto di consegnarla personalmente anziché affidarla al servizio postale, per avere maggiore certezza che sia ricevuta. 

«Non si fidano del sistema postale sotto Trump». Anche Samara Klar, docente di scienze politiche nello stesso ateneo, ritiene che le accuse di brogli possano rivelarsi controproducenti per i repubblicani. La revisione del voto del 2020 in Arizona condotta su iniziativa repubblicana non confermò le accuse iniziali: il conteggio nella contea di Maricopa attribuì anzi a Joe Biden un margine leggermente superiore a quello emerso in precedenza. 

Da allora, diversi sostenitori di teorie cospirative sul voto del 2020, che hanno corso come repubblicani, hanno perso le elezioni in Arizona. «Non credo che nessuno voglia rivivere mesi di contestazioni e riconteggi: uno spreco di tempo e denaro, soprattutto quando le priorità degli elettori sono l’inflazione, la sanità e la sicurezza delle frontiere», afferma Klar. 

LA REPUTAZIONE DEGLI STATI UNITI

Per Volgy, le contestazioni ripetute dei risultati elettorali hanno già danneggiato la reputazione internazionale degli Stati Uniti come modello democratico. Ma il rischio più immediato riguarda la fiducia dei cittadini: la paura di interferenze, controlli o intimidazioni può scoraggiare alcuni elettori dal votare e può alimentare sospetti anche in assenza di prove di brogli diffusi. La trasparenza, la preparazione dei funzionari e la mobilitazione degli elettori possono contribuire a proteggere il processo elettorale. Ma, quando il sospetto diventa una componente permanente della vita politica, anche un’elezione condotta correttamente rischia di lasciare dietro di sé una società ancora più divisa.

Midterm, paradosso Trump: lui moltiplica le tappe elettorali ma i suoi ora lo evitano

Il presidente al 32% di popolarità. In pochi però rompono davvero

VIVIANA MAZZA

In un nuovo spot elettorale, Donald Trump torna a promettere 5.000 dollari a ciascun adulto americano se i repubblicani vinceranno nelle elezioni di midterm. E si apre una nuova settimana di viaggi quotidiani del presidente in giro per il Paese. 

Dal 1° ottobre Trump ha toccato già Texas, Oklahoma, Alabama, Ohio, Nebraska, New York, Tennessee. Ieri è tornato in Ohio, poi volerà in Alaska, Arizona, Montana… Un «blitz» di 32 tappe in 17 Stati che continuerà per tutto il mese, per appoggiare i candidati alle elezioni di midterm del 3 novembre. Molti di questi Stati sono «solidamente» repubblicani, altri sono «in bilico» come l’Ohio, il Texas, l’Iowa e perfino l’Alaska. E che siano in bilico è di per sé un segnale preoccupante per i repubblicani: i democratici li stanno sfidando in posti dove Trump vinse facilmente nel 2024.

Diversi repubblicani «vulnerabili» stanno facendo una operazione di equilibrismo: secondo un esame capillare della Reuters che ha spulciato dichiarazioni e materiale elettorale, 41 su 62 candidati repubblicani in corsa «in bilico» per la Camera e il Senato (cioé quasi i due terzi) stanno prendendo le distanze da Trump o dalle sue politiche, ma allo stesso tempo non respingono quasi mai completamente il programma del presidente. Si dicono in disaccordo su questioni specifiche oppure cancellano il nome o l’endorsement del presidente dai loro siti e dal loro materiale elettorale; o ancora in modo «sottile» saltano i suoi comizi o si astengono dal discutere se Trump debba fare campagna elettorale per loro. In questo modo cercano di attirare gli elettori indipendenti (tra i quali Trump ha visto un tracollo di popolarità) senza però rompere con il leader del partito, anche se il suo tasso di approvazione è al 32%-35%.

I candidati dipendono da lui e dal partito per i fondi elettorali e inoltre non vogliono perdere il voto di quegli elettori che restano suoi ardenti sostenitori. In 12 dei casi esaminati da Reuters, prendono le distanze sulla guerra in Iran (hanno votato per ridurre i poteri di guerra del presidente o chiesto pubblicamente che il conflitto abbia fine) che è uno dei temi più sentiti dalla gente visto l’impatto sul prezzo della benzina e sull’inflazione. Un altro tema che divide Trump da alcuni candidati repubblicani sono i data center: almeno tre candidati in bilico hanno criticato o cercato di rallentare questi progetti nonostante il presidente prema sull’acceleratore.

Un esempio è il deputato Mike Lawler, in corsa per la rielezione nel 17° distretto di New York (a un’ora di treno da Manhattan) dove vinse Kamala Harris nel 2024: secondo «Cook Report» questo potrebbe essere uno dei seggi (stimati tra 9 e 19) che i democratici conquisteranno a novembre strappando ai repubblicani la maggioranza alla Camera. Trump ha fatto un comizio a New York la scorsa settimana ma Lawler non c’era; c’era alla convention di Dallas a settembre ma ha detto che lui e Trump «non sempre sono d’accordo e va bene così». Lawler si è dichiarato contrario a togliere lo status protetto agli haitiani immigrati, ma nel suo distretto che abbiamo visitato l’altro ieri c’è chi commenta che «è in disaccordo con Trump solo quando non conta». 

Un altro esempio è Mike Rogers, candidato al Senato in Michigan: fino a ieri Trump gli dava il suo «completo endorsement» e accusava il suo rivale Abdul El Seyed di essere un «simpatizzante di terroristi»; Rogers, pur senza rompere con Trump, ha chiesto di porre fine rapidamente alla guerra in Iran e si dice contrario ai dazi contro il Canada (principale partner commerciale del Michigan). 

La lista continua: il senatore repubblicano Pete Ricketts, sfidato da un indipendente in Nebraska, si è opposto al piano di Trump di aumentare le importazioni di carne dall’estero, ma la scorsa settimana a un comizio con Trump in Nebraska ha detto: «Presidente, ho lottato per lei a Washington». Mariannette Miller-Meeks, repubblicana in Iowa in una delle corse più competitive per la Camera ha rotto con Trump su molti temi, dalla carne all’Iran, ma era al suo fianco nello Studio Ovale quando lui ha annunciato un grosso investimento in un’acciaieria in Iowa.

C’è poi un’altra tipologia: Ken Paxton, candidato al Senato in Texas. Privatamente, in una registrazione ottenuta dal New York Times, dice ai donatori del partito che Trump ha danneggiato lui e altri candidati con la convention di Dallas. Ma in pubblico non lo critica; anzi, dice che quella registrazione è stata manipolata.

Che cosa succede se Trump perde le elezioni di midterm

di Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina

Tutto il mondo guarda al 3 novembre: Donald Trump a giudizio nelle elezioni di midterm. Finalmente, viene da aggiungere, dopo quasi due anni di scelte politiche spericolate, di insulti, di minacce. Dentro e fuori gli Stati Uniti. Senza contare il conflitto di interesse permanente, le speculazioni personali in Borsa, gli affari mescolati alla politica internazionale. Il risultato di tutto ciò si legge nei sondaggi. Nel novembre 2024 Trump vinse con il 49,8% del voto popolare. Oggi solo il 37,8% degli elettori approva il suo operato (media dei sondaggi elaborata dal sito RealClearPolitics, aggiornata a venerdì 9 ottobre).

A che cosa servono le elezioni di midterm?

Gli americani voteranno per l’elezione completa della Camera dei Rappresentanti, formata da 435 deputati, e per il rinnovo di 35 senatori sui 100 totali. I deputati restano in carica due anni, i senatori sei, mentre il mandato del presidente dura quattro anni. Perché le due Camere vengono rielette con tempi e modi diversi? È l’effetto di un sistema di pesi e contrappesi: l’idea di fondo è avere una Camera in connessione diretta con la popolazione, specchio costante e rapidamente aggiornato dei cambiamenti politici e sociali. Il Senato, invece, composto da due rappresentanti per ognuno dei 50 Stati, deve assicurare una maggiore stabilità. In ogni caso, dalle urne uscirà soprattutto un giudizio sui primi due anni di mandato presidenziale. In passato, è stato quasi sempre negativo. Giusto per restare agli ultimi anni: nel 1994 il democratico Bill Clinton vide Camera e Senato passare nelle mani dei repubblicani; nel 2006 accadde la stessa cosa al repubblicano George W. Bush; a Barack Obama sfuggì il controllo della Camera nel 2010 e del Senato nel 2014; a Trump quello della Camera nel 2018, come pure a Joe Biden nel 2022.
In un certo senso, il midterm agisce come un freno d’emergenza che la maggioranza degli elettori può azionare per rallentare, e talvolta anche far deragliare, il treno presidenziale. Per questo il presidente che viene sconfitto nelle consultazioni di metà mandato diventa «un’anatra zoppa».

Quanti seggi servono per la maggioranza?

Alla Camera, su un totale di 435 deputati, il partito repubblicano oggi dispone di una striminzita maggioranza: 218 seggi contro i 214 dei democratici. Due sono vacanti, il terzo è occupato da un indipendente. Al Senato la soglia minima per la maggioranza è 51 seggi su 100. In caso di parità, 50 a 50, interviene il vicepresidente, in questo caso il repubblicano JD Vance, con il voto decisivo. Al momento, i repubblicani hanno 53 seggi, i democratici 47, compresi due indipendenti che votano con loro. Per ribaltare gli equilibri nel Senato, quindi, i democratici devono strappare almeno quattro seggi agli avversari. Come detto, si vota per rinnovarne 35.

I distretti ridisegnati

I seggi della Camera sono distribuiti tra gli Stati in proporzione alla popolazione, certificata ogni dieci anni dal censimento. Per esempio, la California ne ha 52, il Texas 38, la Florida 28, New York 26 e così via. Ogni Stato può disegnare i propri distretti elettorali per la Camera e se viene seguita la tecnica del cosiddetto gerrymandering è possibile condizionare il risultato finale. Il nome deriva dall’espediente escogitato nel 1812 dal governatore del Massachusetts Elbridge Gerry, che disegnò un atipico distretto a forma di salamandra nei dintorni di Boston per concentrare i consensi dei suoi sostenitori e diluire quelli degli avversari. Da lì, mettendo insieme Gerry e salamander: «gerrymander». Tra il 2025 e il 2026 il «taglia e cuci» è stato usato in otto Stati repubblicani, (Texas, Florida, North Carolina, Missouri, Ohio, Tennessee, Alabama e Louisiana), e in due Stati democratici, California e Utah. Il risultato è che i repubblicani potrebbero guadagnare fino a 16 seggi, i democratici 6 (stime Nbc News). Con un saldo, quindi, di otto deputati a favore dei conservatori.

Dove si decide la partita?

Il vantaggio per i repubblicani sarà sufficiente per decidere l’esito delle elezioni alla Camera? Stando ai sondaggi, no. Considerando il voto di tutti i 50 Stati, i democratici sono in vantaggio di 8,3 punti percentuali (media calcolata da RealClearPolitics). Persino la conservatrice Fox News li dà avanti: 215 seggi contro 201. I democratici potrebbero sfondare anche nei fortini dei repubblicani, come Iowa, Utah e Nebraska, oltre agli Stati più in bilico come Pennsylvania, Virginia, Arizona. I conservatori puntano a far il pieno dei voti dove sono tradizionalmente dominanti: Alabama, Florida, Louisiana, Tennessee e Texas.
Al Senato invece sono cinque i seggi in bilico finora occupati dai repubblicani in Alaska, Iowa, Maine, Ohio e Texas. I sondaggi danno per ora in testa i candidati democratici in Ohio e, a sorpresa, in Texas.

Due anni di Trump: i numeri a confronto

Il presidente americano sostiene che, in duecentocinquant’anni di storia, il Paese non è mai stato così ricco, così forte, così rispettato. Ancora il 22 settembre scorso, intervenendo nell’Assemblea generale dell’Onu, ha rivendicato i suoi «successi senza precedenti»: un milione di posti di lavoro in più; 1,5 milioni di americani sottratti alla povertà; 21 mila miliardi di dollari di investimenti stranieri; zero immigrazione illegale, la «conclusione di otto guerre». Numeri decisamente gonfiati. Gli esempi più vistosi: il sito della Casa Bianca registra 11.200 miliardi di dollari di investimenti (non 21 mila miliardi), e includono anche impegni che risalgono all’epoca Biden. In questi due anni, sono stati creati 807 mila posti di lavoro, un dato in linea con la tendenza storica.

Debito, inflazione, benzina, migranti

Il quadro reale si ottiene mettendo a confronto i dati di oggi con quelli di novembre 2024, quando Trump vinse le elezioni presidenziali.
L’inflazione è salita dal 2,7% al 3,4% di agosto (Bureau of Labor Statistics); il debito pubblico è passato da 35.900 a 40.200 miliardi di dollari (dati del Congresso); la crescita del Pil era del 2,8% e per quest’anno il Fondo Monetario stima il 2,3%. La disoccupazione è rimasta ferma al 4,2%.
Il conto più salato, però, gli americani lo pagano al distributore e al supermercato. Nel novembre 2024 un gallone di benzina (3,7 litri) costava 3,04 dollari, oggi è salito a 4,41 (Automobile club americano); una libbra di caffè (453 grammi) è balzata da 6,32 dollari a 9,30 dollari; una libbra di carne macinata è passata da 5,35 dollari a 6,92. Decisamente più care anche le bollette elettriche: a fine 2024 gli utenti pagavano 17,6 centesimi per chilowattora, oggi 19,6 (dati del Bureau of Labor Statistics). Meglio il prezzo delle uova, su cui Trump aveva fatto leva nella campagna elettorale del 2024. All’epoca una confezione da 12 costava 3,65 dollari; ad agosto, 2,27 dollari. Sull’immigrazione, invece, Trump può esibire risultati concreti: gli irregolari presenti nel Paese sarebbero scesi da 15,8 milioni nel gennaio 2025 a 13,5 milioni nel luglio scorso (Center for Immigration Studies).

I dazi e le guerre

La bandiera della politica economica trumpiana sono stati i dazi. Dopo aver sconvolto i mercati, penalizzato interi settori produttivi e, in parte, aumentato i prezzi per i consumatori americani, il 20 febbraio scorso la Corte Suprema ha stabilito che il presidente non poteva imporre i dazi usando la legge sulle emergenze economiche. Pertanto, devono essere restituiti circa 166 miliardi versati dagli importatori. Finora sono stati rimborsati più o meno 100 miliardi, sul resto pendono ancora i ricorsi giudiziari.
Quanto alle otto guerre che il presidente si vanta di aver concluso: alcune erano dispute diplomatiche, come quella tra Egitto ed Etiopia per la costruzione di una diga. Altre inesistenti, come quella tra Serbia e Kosovo. Il breve incidente armato tra India e Pakistan si è risolto rapidamente, senza una vera mediazione americana. L’Azerbaigian ha cacciato gli armeni dalla regione contesa del Nagorno-Karabakh. Che cosa resta? Il conflitto tra Cambogia e Thailandia. Le guerre aperte, invece, sono ancora tutte lì. Lo scontro tra Rwanda e Repubblica democratica del Congo continua, nonostante l’accordo mediato da Washington. A Gaza gli attacchi israeliani non si sono mai fermati. L’ottava guerra «conclusa» secondo il conteggio di Trump è quella tra Israele e Iran. Come sappiamo gli Stati Uniti sono intervenuti per espanderla, con gravi effetti per l’economia mondiale. La guerra in Ucraina è sempre più cruenta, nonostante Trump avesse assicurato, prima ancora del suo insediamento il 20 gennaio 2025, di poter convincere Putin e Zelensky a trovare un accordo in 24 ore. 

Che cosa succede con una maggioranza democratica risicata?

Per Donald Trump, dunque, si prospetta una sconfitta molto probabile alla Camera e possibile al Senato. Anche con una maggioranza risicata alla Camera, i democratici possono bloccare le spese o i tagli delle tasse proposti dalla Casa Bianca. Spetta al Parlamento, tra l’altro, dichiarare lo stato di guerra. Se conquistassero anche il Senato, anche per un solo seggio, i democratici avrebbero in mano le conferme di giudici federali, ministri e ambasciatori. Nello stesso tempo, però, va ricordato che il presidente ha il diritto di veto sulle leggi approvate dal Congresso. Per superare il veto presidenziale, occorre una delibera votata dai due terzi dei parlamentari sia alla Camera che al Senato. Però nessun sondaggio vede i democratici vicini a questa soglia nei due rami del Parlamento. In pratica i democratici potranno mettere sotto accusa il presidente alla Camera (procedura di impeachment), ma poi non avranno i voti necessari per condannarlo, o imporgli una svolta politica.

Che cosa può fare Trump da anatra zoppa?

Trump ha già dimostrato nel primo mandato di poter aggirare il Congresso con un imponente ricorso agli ordini esecutivi, i decreti presidenziali. Da quando è tornato alla Casa Bianca ne ha firmati 288, al ritmo di uno ogni due giorni: la media più alta dal 1981 a oggi, secondo il conteggio del sito Ballotpedia. Sono provvedimenti che toccano le materie più varie: dall’immigrazione ai dazi, dall’energia all’istruzione, dalla politica estera all’intelligenza artificiale. A differenza dei decreti-legge italiani, che devono essere convertiti in legge entro 60 giorni, gli ordini esecutivi non hanno alcuna scadenza. Restano in vigore finché non vengono sostituiti da una legge, annullati dai tribunali federali oppure revocati dal presidente successivo. Questo significa che, in caso di sconfitta nel midterm, Trump potrebbe usare in maniera ancora più massiccia gli ordini esecutivi, e il Congresso non avrebbe la possibilità di arginare la valanga. Certo, se i democratici controlleranno Camera e Senato potranno varare leggi per cancellare gli ordini esecutivi, che però Trump potrà bloccare con il veto. Il rischio, allora, è quello di uno scontro politico permanente tra il Congresso e la Casa Bianca. In ogni caso per il presidente sarà più difficile governare, perché sarà costretto a negoziare con gli avversari i provvedimenti indispensabili per il funzionamento dello Stato, a cominciare dalla madre di tutte le leggi, quella sul bilancio. E senza accordi, gli Stati Uniti rischiano uno stallo politico che può durare fino all’elezione del nuovo presidente.