Trump ostaggio di Putin e Netanyahu

MASSIMO GAGGI

Perché la strategia di pace del presidente Usa è fallita.

La pace per Donald Trump non è mai stata un valore morale, un ideale astratto: solo un bene di consumo da vendere agli elettori. Un dealmaking sul quale costruire, magari, nuovi business. Con la parentesi di una breve illusione: vendere una sua parvenza ai giudici norvegesi che assegnano il Nobel per la Pace.

Nell’ultimo scorcio del suo primo mandato lo schema del presidente era parso efficace, con gli Accordi di Abramo: riavvicinamento tra Israele e mondo arabo sunnita sulla base della comune volontà di isolare l’Iran sciita.
Ma anche di un intreccio di interessi economici, commerciali, tecnologici.
Entrando nel suo secondo mandato Trump, dopo aver fatto campagna elettorale con la promessa di portare pace in Medio Oriente e di far tacere le armi in Ucraina entro 24 ore dal suo insediamento alla Casa Bianca, ha commesso due errori madornali.

Gli errori di Trump

Da dealmaker non ha saputo valutare il vero temperamento dei suoi due principali interlocutori: ha dato per scontato di poter facilmente sottomettere ai suoi voleri l’«amico» Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, trattato come il governatore di una sorta di avamposto Usa in Medio Oriente. Le esperienze dei suoi predecessori democratici avrebbero dovuto insegnargli qualcosa: il Joe Biden che si era sentito rispondere da Putin «vedo che ci capiamo» quando gli aveva detto «ti guardo negli occhi e credo che tu non abbia un’anima». O i presidenti scavalcati dai leader e ministri israeliani che, a Washington, andavano direttamente a negoziare col Congresso.

Da politico, poi, Trump non ha capito che il Putin e il Netanyahu che ha ritrovato nel suo secondo mandato sono profondamente diversi da quelli che aveva conosciuto in precedenza, in tempi relativamente più tranquilli, col leader russo che stava «digerendo» l’annessione della Crimea e quello israeliano non ancora incriminato.

L’agenda di Putin e Netanyahu

Diversi nel senso che già nel 2024 tutti e due non avevano più un vero interesse a perseguire la pace: Putin perché ha costruito il suo potere assoluto e anche il consenso popolare di cui gode in molti ambienti sulla narrativa della guerra con l’Ucraina come ultima possibilità di riscatto della Grande Madre Russia, sottraendo Mosca all’accerchiamento della Nato. E Netanyahu perché solo una situazione di continua emergenza poteva impedire alla Giustizia di fare il suo corso nei confronti di un premier che è anche capo della sicurezza e delle forze armate.

Convinto di poter portare sul suo terreno due leader che in passato, consapevoli delle debolezze trumpiane, non avevano mancato di adularlo, il presidente americano, umiliando Zelensky, ha continuato a puntare su una tregua che avrebbe lasciato a Mosca i territori occupati. Col risultato di rendere Putin addirittura baldanzoso, mentre quella russa si trasformava sempre più in un’economia di guerra.

La guerra con l’Iran

Trump si è, poi, lasciato convincere da Netanyahu che con un improvviso e massiccio attacco congiunto avrebbe potuto sradicare quel regime degli ayatollah che per quasi mezzo secolo è stata una spina nel fianco di tutti i presidenti americani. Il resto è storia di questi mesi: l’Iran che, benché colpito molto duramente, mantiene la sua capacità di offesa missilistica e tiene duro, convinto che sia Trump a pagare il prezzo politico più alto per la chiusura dello stretto di Hormuz e il mantenimento di una situazione di guerra attiva, mentre le riserve dell’arsenale Usa si assottigliano.
E Netanyahu, che ha trascinato Trump in un nuovo conflitto, ignora la sua volontà di uscirne come gli chiedono disperatamente i repubblicani che devono recuperare consensi prima delle elezioni Usa di novembre: cerca, invece, di convincerlo ad allargarlo, ad andare fino in fondo contro Teheran e contemporaneamente arriva allo sberleffo di demolire il piano della Casa Bianca per Gaza: nessun ritiro.

E la logica è chiara: assediato dalle inchieste giudiziarie, contestato dalle piazze, alla guida di una fragile coalizione nella quale riesce a stare a galla solo accettando i diktat dell’estrema destra religiosa, il premier israeliano sa che il giorno in cui le armi taceranno sarà quello in cui un’intera nazione gli chiederà conto dei suoi fallimenti in materia di sicurezza interna e di visione strategica. E anche quello nel quale i magistrati, che l’hanno incriminato fin dal 2019 per corruzione, frode e abuso d’ufficio, potranno finalmente condannarlo.

Le difficoltà di Mosca

Quanto alla Russia, man mano che passano i mesi all’interesse di Putin a mantenere un ferreo controllo sul Paese costretto a vivere in assetto di guerra si somma sempre più la difficoltà di riconvertire al civile un sistema industriale ormai quasi totalmente trasformato in macchina bellica.