«Trump isola gli Usa, la sua politica è frutto del caos. E la Cina è più credibile»

A oltre un mese dall’introduzione dei dazi, Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001, pensa che «gli Usa usciranno sconfitti dalla guerra commerciale» e che Trump non capisca l’economia

Sara Tirrito

Donald Trump non si muove per strategia ma per caos. I dazi stanno ridisegnando la geopolitica e la Cina è più affidabile degli Usa come garante dello stato di diritto internazionale. Le criptovalute stanno mostrando la loro natura di fonte di corruzione. A pochi giorni dal suo prossimo intervento a Cagliari, dove sarà ospite al convegno sul largo consumo Linkontro, organizzato da NielsenIQ, Joseph Stiglitz, Nobel per l’Economia nel 2001, docente universitario e già capo del dipartimento di ricerca economica della Banca Mondiale, non ha dubbi: «Gli Usa usciranno sconfitti dalla guerra commerciale».

A oltre un mese dall’annuncio dei dazi, qual è, a suo giudizio, il vero obiettivo di Trump?
«Trump non comprende fino in fondo l’economia. Alla base della guerra commerciale ha messo due motivi: crede che tutti dovrebbero comprare più beni dagli Usa di quanti ne compriamo noi dagli altri e vorrebbe riportare indietro i posti di lavoro persi per globalizzazione e deindustrializzazione. Come gran parte del movimento Maga, guarda alla metà del secolo scorso, ma ci siamo spostati a un’economia basata sui servizi e le sue politiche non riusciranno a riportare indietro la produzione, anche perché oggi è fatta principalmente da robot Inoltre, ha introdotto incertezza in ogni aspetto delle relazioni internazionali».

Pensa che l’incertezza sia una strategia?
«In un certo senso, ma è anche parte della sua personalità: lui è caotico. Non penso avesse previsto la reazione della Cina ai dazi, né che Harvard si sarebbe opposta alle sue richieste.Mi chiedo come evolverà la politica interna. Abbiamo sistemi di controllo che limitano le personalità autoritarie come la sua, ma non stanno funzionando».

Quali risultati potrebbe raggiungere?
«La sua politica non ridurrà il deficit commerciale, anzi potrebbe aumentarlo, per due motivi. Primo, alcune delle principali esportazioni degli Stati Uniti sono legate ai servizi – intrattenimento, sanità, turismo – e lui sta danneggiando questi settori. In secondo luogo, il tentativo di attuare riduzioni fiscali non compensate dalle entrate porterà il deficit nazionale ad aumentare e i risparmi a ridursi. Fallirà su tutti i fronti. Affronteremo prezzi più alti, ci sarà inflazione e perderemo posti di lavoro. Gli Usa saranno i grandi sconfitti di questa guerra commerciale, e le persone più povere pagheranno maggiori conseguenze».

Per via dei dazi, gli Usa si avvicinano all’India mentre la Cina reindirizza l’export verso l’Europa. Gli scambi commerciali stanno anche ridisegnando le alleanze geopolitiche?
«Molto, ed è solo l’inizio. Da tempo gli Usa esercitano grande pressione sull’Ue affinché si distacchi dalla Cina, ad esempio nel commercio sull’elettronica, e molti in Europa erano d’accordo ma ora l’impulso di allontanarsi è ridotto. Pechino sta diventando un partner commerciale più affidabile degli Stati Uniti, e molti Paesi sentono che la Cina sta diventando un sostenitore dello stato di diritto internazionale, lo stesso che gli Usa stanno minando».

Come vede il tentativo di Trump di rafforzare l’uso di criptovalute e stablecoin?
«Sono un grande oppositore delle crypto. Ho tentato per 25 anni di rendere più trasparente il sistema finanziario, ridurre le possibilità di riciclaggio e attività illecite. Il sistema digitale non rende le crypto migliori, anzi, è più difficile monitorarne i rischi. Stiamo già vedendo il modo in cui l’amministrazione usa le crypto come fonte di corruzione. Gary Gensler, ex presidente della Sec (nominato da Joe Biden e dimessosi con l’insediamento di Trump, ndr) stava lavorando un quadro regolatorio sulla trasparenza. Tutto ora è annullato».

Pensa che una stablecoin possa sostituire il dollaro?
«L’unica cosa chiara delle stablecoin è che non sono stabili. Abbiamo una moneta molto buona chiamata “dollaro”, perché gli americani dovrebbero passare a qualcosa di rischioso quando hanno una valuta buona garantita dallo Stato?».

La preoccupa la tensione tra la Casa Bianca e la Federal Reserve?
«No, parte del problema qui è che Trump non capisce che le decisioni sui tassi non sono prese dal presidente ma da un comitato di 12 persone, 5 di loro sono molto indipendenti, non sono nemmeno scelti dal presidente, gli altri 7 sono nominati dal presidente ma hanno mandati di 14 anni. Trump ha molto poco controllo su di loro».

L’Eurozona fatica a trovare una politica uniforme per i diversi Paesi. È possibile, secondo lei, una politica fiscale comune?
«Le differenze all’interno dell’Europa rendono difficile una politica comune. Dalla crisi dell’euro, però ci sono segni di maggiore unità, come in risposta alla guerra in Ucraina e alla pandemia. Ora sono importanti sia politiche europee espansive contro il rallentamento causato da Trump sia una forte difesa per il vacillante sostegno americano all’Ucraina».

Una volta lei ha detto – citando il filosofo Isaiah Berlin – che “la libertà dei lupi ha spesso significato la morte delle pecore”. Chi sono i lupi e chi le pecore oggi?
«Banche che depredano i mutuatari, compagnie petrolifere che inquinano l’ambiente, monopoli come nella Silicon Valley. Lasciare liberi questi potenti interessi aziendali danneggia i comuni individui».