Il racconto della città senza confini, tra architetti e scrittori
Il fondatore dello studio BWM Designers & Architects, che ha firmato il progetto del Caffè Sacher a Trieste, racconta la città attraverso l’architettura e le storie dei personaggi celebri che l’hanno amata, dai grandi designer a Svevo e Joyce
Laura Magna
Umberto Saba la raccontava attraverso la sua «scontrosa grazia», quella di un ragazzaccio dagli occhi azzurri e dalle mani troppo grandi per regalare un fiore. Erich Bernard, architetto viennese e fondatore dello studio BWM Designers & Architects, che ha firmato, tra le altre cose, il progetto del Caffè Sacher nel centro città, la osserva invece attraverso i suoi strati, le contraddizioni, le abitudini quotidiane, l’architettura, il cibo, il mare, la lingua e la memoria. L’architetto lo fa a partire da un libro dal titolo “Triest für Fortgeschrittene” (Trieste per esperti), firmato insieme a Georges Desrues; un libro che non è tanto una guida tradizionale quanto un ritratto della città al contrario.
Trieste è italiana, slovena, austriaca, ma soprattutto triestina
Già l’indice è significativo: accanto agli Asburgo troviamo i bagni di mare, il dialetto, il Carso, i buffet, il caffè, l’architettura Liberty e fascista, la presenza ebraica e slovena.
Trieste è italiana, slovena, austriaca, ma soprattutto triestina. Il libro riconosce che la città non corrisponde immediatamente all’immagine che un visitatore del Nord ha dell’Italia: niente palme e limoni, clima spesso duro, Bora, un carattere ruvido e malinconico. E tuttavia, dopo averla osservata abbastanza a lungo, anche qui emerge quello che gli autori chiamano il “Licht des Südens”, la luce del Sud che per secoli ha attirato verso l’Italia i viaggiatori provenienti dal Nord.
Liberty, Razionalismo, Brutalismo
In questo viaggio, Bernard ricostruisce le relazioni che legano la città a Vienna, Milano, Venezia e all’Europa centrale, seguendo le tracce lasciate da architetti come Max Fabiani e Pietro Nobile e da una stagione di sperimentazione che attraversa il Liberty, il Razionalismo e il Brutalismo. E arriva a una conclusione che ribalta una definizione molto amata: Trieste non è Vienna sul mare. È il luogo in cui Vienna incontra il Mediterraneo e, nell’incontro, diventa qualcos’altro.
Le architetture di Fabiani e Nobile
Porto fondamentale della monarchia asburgica, città italiana attraversata da culture slovene, tedesche, greche e mitteleuropee, Trieste ha costruito la propria identità attraverso gli scambi, più che attraverso un’appartenenza esclusiva. Lo raccontano i suoi palazzi, i caffè, le architetture di Fabiani e Nobile, ma anche le storie di scrittori come Saba, Svevo e Joyce. Anche il progetto del bar Sacher triestino nasce da questa stratificazione: Bernard ha recuperato e restaurato gli arredi originali del 1912 dell’antico negozio di scarpe di Berthold Fassel, mettendoli in dialogo con riferimenti agli interni storici del Sacher di Vienna. Ne è nato un progetto che non importa semplicemente un’identità viennese, ma riporta alla luce un legame già inscritto nella storia della città.

Abbiamo chiesto a Bernard di spiegarci questa città di frontiera, con la sua storia e il suo carattere unici, partendo proprio da questa stratificazione. «Il punto di partenza è che il rapporto fra Trieste e Vienna non è mai stato una semplice relazione fra centro e periferia: le idee, come le persone e le merci, viaggiavano in entrambe le direzioni».
Trieste è italiana, asburgica, mitteleuropea, adriatica e anche profondamente influenzata dalle culture slave. L’architettura riesce a raccontare questa stratificazione meglio della politica e della storia?
«L’architettura ha una caratteristica interessante: può conservare storie che la politica vorrebbe tenere separate. Nel libro c’è un esempio molto significativo: il Narodni Dom. Era la casa del popolo e il centro culturale della comunità slovena di Trieste, progettato all’inizio del Novecento da Max Fabiani, nato nel vicino Carso e autore, tra le altre cose, anche dell’Urania di Vienna. Nel 1920 il Narodni Dom fu incendiato dai fascisti italiani. Il libro individua proprio in questo episodio l’inizio di un secolo di conflitti, dopo secoli di convivenza prevalentemente pacifica tra le componenti italiana e slava della città. C’è poi un altro dettaglio importante: nella propaganda fascista, quel precedente mondo architettonico veniva liquidato come “asburgico e multietnico”, mentre al Jugendstil seguì un Razionalismo legato a una nuova identità nazionale italiana. Eppure gli edifici sono ancora lì. Nel 2020 il Narodni Dom è stato restituito alla minoranza slovena alla presenza dei presidenti di Italia e Slovenia. In questo senso, un edificio può attraversare monarchia, nazionalismo, fascismo, guerra e riconciliazione, custodendo contemporaneamente tutte queste storie. Il libro racconta qualcosa di simile attraverso i monumenti cittadini: a pochi isolati di distanza si trovano il monumento all’imperatrice Sissi e quello a Guglielmo Oberdan, giustiziato nel 1882 perché aveva progettato un attentato contro Francesco Giuseppe. Trieste rende dunque omaggio, allo stesso tempo, agli Asburgo e a chi voleva combatterli».
Saba e Svevo hanno raccontato Trieste guardando anche verso Vienna. Se invece rovesciamo lo sguardo – da Vienna verso Trieste – che cosa c’è che un italiano forse non vede?
«Forse un viennese è meno portato a guardare Trieste esclusivamente attraverso la storia nazionale italiana. Non perché vi veda una città “austriaca”, ma perché riesce più facilmente a riconoscere una geografia più antica degli attuali confini. Vorrei citare un piccolo esempio che caratterizza molto bene la situazione di Trieste: per i viennesi, Trieste è una città dall’aria molto familiare, ma pur sempre italiana; se si chiede a un italiano che cosa sia Trieste, risponderà che in realtà non è una città italiana; se si chiede ai triestini quale sia la loro identità, risponderanno che Trieste è mitteleuropea. Trieste è dunque il centro della Mitteleuropa. Anche qui il nostro libro restituisce un’immagine molto bella attraverso i suoi protagonisti. Per le strade di Trieste si incontrano Umberto Saba, Italo Svevo/Ettore Schmitz e James Joyce, l’autore irlandese che trascorse dieci anni in città e vi scrisse parti dell’Ulisse. E nello stesso paesaggio urbano troviamo monumenti a Sissi, all’irredentista Oberdan o a D’Annunzio: figure che non appartengono affatto alla stessa narrazione storica. È proprio questa contraddizione a essere tipicamente triestina. Lo stesso vale per Fabiani: un austriaco di lingua italiana proveniente dal Carso sloveno, figura di riferimento dell’architettura viennese e autore del Narodni Dom, la casa della cultura slovena a Trieste. Oppure per Zaninovich: un dalmata, allievo di Otto Wagner, architetto a Trieste. Cercare di stabilire se tutto questo sia «italiano», «austriaco» o «sloveno» significa tracciare retroattivamente confini che queste biografie hanno continuamente attraversato o, meglio ancora, che non conoscevano affatto. Forse è proprio questo il contributo di uno sguardo da Vienna: vedere Trieste non come una città italiana con qualche traccia austriaca, ma come un’eccezione cosmopolita, la cui identità nasce proprio dall’impossibilità di ridurla a un’unica appartenenza».

Insomma, quando diciamo che “Trieste è Vienna sul mare” rischiamo di fare un torto alla città. A raccontarla solo in minima parte.
«Vienna sul mare è un’immagine efficace, ma riduce Trieste a uno solo dei suoi aspetti. Da viennese riconosco moltissime cose: una certa dimensione urbana, la cultura del caffè, le tracce della Secessione, gli edifici e le istituzioni nati durante la monarchia asburgica. Ma proprio lavorando al libro mi sono reso conto di quanto sia interessante osservare dove finiscono queste somiglianze. In realtà, l’aspetto della Trieste storica è segnato dal classicismo dei primi dell’Ottocento, quasi assente a Vienna. Vienna, invece, è soprattutto una città dello storicismo e della Gründerzeit, della fine dell’Ottocento e degli anni intorno al 1900. Il patrimonio edilizio di Trieste, nel Borgo Teresiano, nel Borgo Giuseppino o nel Borgo Franceschino, è dunque in gran parte più antico di 70 o 80 anni rispetto a quello viennese. E fu proprio un architetto triestino, Pietro Nobile, a formare, dal 1819, generazioni di architetti della Ringstrasse come primo docente della neonata scuola di architettura dell’Accademia di Belle Arti di Vienna. La figura che ha segnato la scena architettonica viennese dell’Ottocento era dunque triestina: da questo punto di vista si potrebbe persino dire che Vienna contiene una buona dose di Trieste».
Uno scambio reciproco, appunto.
«Sì. Un altro esempio è lo stile Liberty, con cui gli architetti intorno al 1900 si liberarono dai modelli tradizionali dello storicismo. Poiché a Trieste non esisteva una facoltà di architettura, i giovani andavano a studiare a Vienna, Milano o Venezia, riportando poi in città linguaggi diversi. Giorgio Zaninovich, dalmata, fu allievo di Otto Wagner; negli edifici di via Commerciale si riconoscono chiaramente elementi della scuola wagneriana. Umberto Fonda, invece, studiò al Politecnico di Vienna quando vi insegnava Max Fabiani. Da Milano arrivò al tempo stesso, con figure come Arduino Berlam o Antonio Mosco, uno stile decorativo più esuberante, ricco di motivi vegetali e mascheroni grotteschi. È proprio questa mescolanza a rendere Trieste diversa da Vienna. Dopo il crollo della monarchia asburgica nel 1918, poi, le traiettorie delle due città divergono completamente: mentre Vienna affronta le disastrose conseguenze economiche della sconfitta nella Prima guerra mondiale, a Trieste, sotto l’influenza dell’utopia futurista del fascismo, si afferma intorno all’architetto Umberto Nordio una scena architettonica estremamente moderna, quella del Razionalismo. Anche l’architettura di qualità e sperimentale degli anni Sessanta e del Brutalismo, con Dino Tamburini ed Ernesto Nathan Rogers, è qualcosa che a Vienna, in questa forma, praticamente non esiste. Quando guardo Trieste, dunque, vedo certamente Vienna, ma vedo anche Milano, Venezia, una dose di Roma, il Carso, la Slovenia e l’Adriatico. Trieste non è Vienna sul mare: è forse il luogo in cui Vienna incontra il mare e, così facendo, diventa qualcos’altro».
Trieste ha ricevuto moltissimo da Vienna, ma anche Vienna ha ricevuto moltissimo da Trieste, a cominciare dal caffè. Quanto questa relazione di scambio, e non semplicemente di influenza, è leggibile nell’architettura delle due città?
«Parlare soltanto di “influenza viennese” significa immaginare Vienna come centro e Trieste come periferia. Storicamente, il rapporto era molto più complesso. Trieste era il porto della monarchia e dunque la porta attraverso cui Vienna entrava in contatto con il Mediterraneo e con il mondo.
Trieste, in quanto unica vera città portuale dell’Austria, aveva un’importanza enorme per Vienna. Per questo la casa imperiale concesse molto presto ai cittadini, ai mercanti e soprattutto agli ebrei di Trieste privilegi particolari, unici, più ampi di quelli riconosciuti a qualsiasi altra città dell’impero, compresa la capitale Vienna. Ciò rese Trieste molto attraente per chi vi immigrava e permise la nascita di una società cosmopolita, in cui accanto all’italiano si parlavano sloveno, tedesco, greco, serbo, armeno e inglese.
Il nostro libro mette ripetutamente in luce questa dimensione cosmopolita attraverso le biografie. Zaninovich nacque a Spalato, studiò con Otto Wagner e costruì a Trieste. Fabiani proveniva dal Carso, lavorò a Vienna, dove realizzò anche l’Urania, e progettò a Trieste, con il Narodni Dom e la celebre Casa Bartoli, i primi edifici autenticamente moderni della città, molto prima della Looshaus di Vienna. Umberto Fonda si formò a Vienna e contribuì a definire il Liberty triestino con numerosi edifici. È difficile collocare queste figure nelle nostre categorie nazionali di oggi. Per me il punto decisivo è questo: le idee circolavano insieme alle persone e alle merci. Non c’era semplicemente qualcosa che partiva da Vienna e arrivava a Trieste. Trieste faceva parte della stessa rete di relazioni, ma occupava una posizione completamente diversa: Vienna era la capitale, Trieste era la porta sul mondo di quello che un tempo era l’immenso impero asburgico».

Nel progetto del Caffè Sacher avete messo insieme un palazzo triestino dei Berlam, arredi viennesi del 1912 e riferimenti agli interni storici del Sacher di Vienna. È stata più una ricostruzione di Vienna a Trieste o la ricerca di una nuova identità triestina per un marchio viennese?
«La cosa affascinante è che in quel progetto non abbiamo dovuto inventare il legame tra Vienna e Trieste: esisteva già. Il Palazzo RAS fu progettato nel 1912 dagli architetti triestini Arduino e Ruggero Berlam ed è uno dei palazzi più sontuosi di Trieste, in uno stile Liberty decisamente italiano. Nello stesso anno vi aprì il negozio di scarpe di Berthold Fassel, un commerciante viennese la cui impresa aveva filiali a Vienna, Praga, Trieste, Karlsbad, Budapest, Leopoli e Innsbruck. Già questo elenco di città rispecchia perfettamente la geografia del mondo di allora. Gli arredi del negozio furono realizzati nel 1912 dalla manifattura viennese Heinrich Röhrs e riprendono interamente il linguaggio formale della Secessione viennese.
Negli anni Sessanta il negozio fu ristrutturato. Lo conoscevo da molto tempo e per me aveva sempre avuto un fascino particolare. Non immaginavo, però, che gli arredi originali, in parte nascosti sotto gli interventi successivi, si fossero conservati quasi integralmente. Quando li abbiamo riscoperti, il progetto è diventato prima di tutto un lavoro di scoperta e di restituzione della storia. Li abbiamo restaurati e messi in dialogo con elementi ispirati al Sacher Eck e al Salon Sacher di Vienna. Per questo non parlerei di una ricostruzione di Vienna a Trieste. È quasi il contrario: il progetto ha riportato alla luce un legame tra Vienna e Trieste che esisteva materialmente in quello spazio fin dal 1912. Il nuovo Sacher si inserisce in questa storia, invece di sovrapporle una scenografia viennese».







