Come si è arrivati al cessate il fuoco
Al Thani ha mediato e spinto per il cessate il fuoco che il presidente americano ha voluto. Dopo aver avuto l’ok dell’Iran lo ha presentato come concordato con Israele
Gianluca Di Feo
Missili e diplomazia si sono intrecciati sulle stesse traiettorie ieri sera trasformando una rappresaglia nell’occasione per tentare di fermare la guerra scatenata da Israele contro l’Iran, prima che rischi di trascinare tutto il Medio Oriente in un conflitto senza confini. I contorni della trattativa che ha portato all’annuncio statunitense di una tregua sono ancora confusi, ma un ruolo chiave lo ha avuto il Qatar: proprio il Paese preso di mira ieri dopo il tramonto da una raffica di missili dei pasdaran, lanciati contro la base americana di Al Udeid che si trova nel deserto a pochi chilometri dalla capitale.
La ritorsione simbolica e la propaganda
Una ritorsione simbolica, perché le squadriglie Usa hanno abbandonato l’aeroporto qatarino alcuni giorni fa trasferendosi più lontano dal raggio d’azione degli ordigni iraniani. E oltrettutto comunicata in anticipo alle autorità di Doha, che hanno potuto allertare le loro batterie contraeree di Patriot e quelle americane in modo da intercettare tutti i 14 incursori: non ci sono stati danni alle persone o alle cose.
Le immagini dei missili scagliati per vendicare il bombardamento americano degli impianti nucleari iraniani di domenica hanno però permesso alla propaganda di Teheran uno show di forza, a cui è seguita la dichiarazione “Non ci sottometteranno” della Guida suprema Ali Khamenei e poco dopo il proclama dei Guardiani della Rivoluzione: “Le aggressioni alla nostra sovranità non resteranno impunite”.
Il ruolo di Al Thani
L’intensificarsi dei contatti tra Teheran e Doha a cavallo dell’attacco hanno dato modo al premier e ministro degli Esteri qatarino Mohammed bin Al Thani di sfruttare le antiche relazioni con gli ayatollah e trasmettere un loro messaggio alla Casa Bianca: la Repubblica islamica considerava chiusa la partita e non avrebbe ordinato altre ritorsioni. Donald Trump ha colto la palla al balzo, confermando che pure gli Usa non avrebbero condotto altre operazioni offensive. E ha rilanciato mettendo sul tavolo la disponibilità a una tregua nei combattimenti per riaprire negoziati sul programma nucleare, casus belli della guerra scatenata da Israele dodici giorni fa.
Contemporaneamente il presidente americano si è rivolto a Netanyahu illustrandogli il nuovo scenario: “Voglio un deal e non voglio altra guerra”, gli avrebbe detto secondo l’agenzia Axios. Poco dopo la mezzanotte italiana, una volta ottenuta dai qatarini l’adesione degli ayatollah, Trump ha annunciato il cessate il fuoco e lo ha presentato come concordato con Israele: “Secondo me si tratta di un giorno meraviglioso per il mondo, sono convinto che la tregua durerà per sempre”.
Né il premier dello Stato ebraico, né i suoi ministri hanno rilasciato commenti. Il problema è che l’annuncio della Casa Bianca è arrivato mentre i caccia israeliani stavano pesantemente bombardando il centro di Teheran. E poco dopo c’è stato un raid nella città irachena di al-Taji, a nord di Baghdad, che avrebbe preso di mira un accampamento delle milizie sciite filo-iraniane, finora rimaste fuori dagli scontri. Non solo, quattro droni partiti dall’Iran sono stati abbattuti mentre si dirigevano sugli insediamenti israeliani del Golan.
Sono le ultime raffiche prima dell’inizio della tregua fissato, secondo alcune fonti, per l’ora dell’alba in Iran? Oppure il governo Netanyahu vuole continuare negli attacchi? Dopo l’intervento statunitense per bersagliare i laboratori nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, è difficile che possa opporsi alla linea di Trump: senza le superbombe Mop sganciate dagli americani, l’impianto chiave per l’arricchimento dell’uranio costruito sotto una montagna di roccia non sarebbe mai stato colpito. E la Casa Bianca è convinta che “Il Martello di Mezzanotte” – nome assegnato all’operazione del Pentagono – abbia inflitto danni gravissimi ai piani degli ayatollah per arrivare all’atomica. Israele, dal suo canto, sa di non potere proseguire a lungo nei raid, per il logoramento subito dagli aerei impegnati ogni giorno in voli di tremila chilometri. Ma le scelte di Netanyahu sono imprevedibili, tenendo fede al dettato di Moshe Dayan: “Israele deve combattere come un cane pazzo”. Dopo lo shock per i massacri jihadisti del 7 ottobre 2023, ha sempre agito secondo logiche di aggressione, assalendo gli avversari senza curarsi degli alleati: nella visione del premier si tratta di attacchi preventivi, che oltre all’offensiva che ha raso al suolo Gaza, hanno portato gli israeliani a combattere in Libano, Siria, Yemen e Iran. Tutti fronti aperti, dove non si prospettano soluzioni diplomatiche.

