ANTONIO POLITO
Dichiarazioni subito smentite, provocazioni: la guerra più pazza del mondo – in cui, tra le altre cose, un presidente Usa ringrazia il nemico per aver sparato su una sua base militare avvisandolo prima – è anche questo
«Questi non sanno che c… stanno facendo!». C’è stato un momento, uno solo, nella guerra più pazza del mondo, in cui siamo diventati tutti trumpiani. Perché era proprio quello che ci dicevamo anche noi da dodici giorni, compresa la notte che Trump ha bombardato l’Iran: che stanno facendo? È stata una rivelazione scoprire che il nostro stesso dubbio era venuto anche a lui, l’uomo più potente del mondo. Questi sì che sono leader in connessione con il popolo. «WHAT THE FUCK?».
Naturalmente sarebbe facile descrivere ciò cui abbiamo appena assistito come un film satirico sulla guerra, perché il ridicolo si annida ovunque, anche nelle tragedie, al pari degli attacchi di ridarella ai funerali. Per esempio: il presidente americano che ringrazia il nemico per aver sparato su una sua base militare avvisandolo prima, è una scena oggettivamente comica. Così come il comunicato dell’ufficio di Netanyahu, che annuncia di aver reagito alla rottura della tregua da parte dell’Iran con un attacco «simbolico», distruggendo «un vecchio radar a nord di Teheran», tanto per far vedere che l’ultimo colpo è il suo. Oppure le migliaia di iraniani, convocati in piazza dal regime, che festeggiano come una «vittoria» l’umiliazione militare appena subìta.
E il «regime change»? Trump lo voleva o no? No, «non è politicamente corretto usare il termine cambio di regime», aveva detto; e infatti tutti, vicepresidente e ministri, ripetevano in coro di no. Ma anche sì, aggiungeva all’improvviso, «se l’attuale regime iraniano non è in grado di FARE DI NIUOVO GRANDE L’IRAN, perché non dovrebbe esserci un cambio di regime??? MIGA!!!». Al momento in cui scriviamo, di MIGA non è rimasto niente, neanche la tentazione dei nostri trumpiani di adottarlo qui da noi (Make Italy Great Again) per evidenti ragioni di rima. Però mai dire mai: come nei cartoni animati americani che guardavamo da ragazzi, Trump conclude spesso i suoi post con un «STAY TUNED», restate sintonizzati.
Però, poiché continuiamo a credere che «il reale è razionale», ci dobbiamo rifiutare di concludere che tutto questo sia solo show. Che la politica si sia trasformata in puro spettacolo, anche di morte. Non è così. La politica c’entra, eccome. Come per l’Amleto, «c’è un metodo in questa follia». Ed è un metodo nuovo, tutto da studiare.
Se infatti la guerra è diventata ibrida, anche i conflitti internazionali si sono ibridati con la politica interna. Trump ne è l’esempio più eccezionale e moderno: recita sempre sul palcoscenico domestico, anche quando manda i suoi piloti in giro per il mondo con una bomba da 14 tonnellate. È un impresario di wrestling politico, sport che ama al punto di aver fatto di Linda McMahon, grande boss di quell’industria, la ministra dell’Istruzione. I contenuti del wrestling sono violenza e brutalità, ma addolcite da un fondo di simulazione e di finzione che servono a privilegiare sempre e comunque lo spettacolo. Contro l’Iran Trump ha dunque assestato il colpo, gettato l’avversario alle corde. Ma poi con la coda dell’occhio ha visto dal suo angolo i consiglieri MAGA che gli dicevano: ma davvero ti vuoi impelagare anche tu in una guerra infinita? E allora, con un’agile giravolta, si è lanciato in aria ed è atterrato sull’avversario «schienandolo», e dichiarando vittoria. Nessuno sa se davvero ha «annichilito» il programma nucleare iraniano, come dice, ma per questo match può bastare.
L’altro fattore X della guerra dei nostri tempi è però ben più pericoloso. La possibilità di farla dall’alto dei cieli, senza «boots on the ground», stivali di esseri umani sul terreno, grazie all’infinita superiorità tecnologica di Israele e Usa (l’Iran, ogni volta che è chiamato a reagire, dà sempre più l’idea di una tigre di carta, e forse per questo vuole il nucleare), rende il ricorso alla forza armata più banale, facile, «pulito», da remoto. Perché minimizza il costo di vite umane per chi attacca. Dunque, può essere agevolmente usato come strumento di politica interna, cioè di wrestling.
Ma se la guerra per i Grandi è questo, un gioco di potere, uno scontro di civiltà, un conflitto di ego, per i piccoli, per gli esseri umani qualsiasi, resta abisso, angoscia, morte. Mentre nelle ultime 24 ore andava in onda la fiction su Truth (mai nome fu più usurpato), altre decine di palestinesi in fila per il pane sono stati uccisi dai soldati israeliani: ennesima, orribile strage della fame. E altri cittadini israeliani sono morti a Beer Sheeva rinchiusi nelle loro stanze-bunker, quelle che ogni famiglia di questo sfortunato popolo deve avere in casa, ma che stavolta non sono bastate a proteggerli dalle bombe.
Perché quella guerra lì continua. Ed è una guerra senza finzione. Sangue, dolore, fame, terrore, sono veri.



