Un ossimoro che è uno specchio graffiante delle relazioni contemporanee. Una commedia romantica in scena al teatro Manzoni di Milano dal 21 gennaio al 2 febbraio.


Il titolo gioca su un tema serio: oggi siamo inadatti a costruire relazioni stabili?
«Non so se è più difficile oggi, sicuramente un tempo le persone si sforzavano di più a far funzionare il rapporto, si facevano più problemi nel troncare una relazione. Il pubblico a teatro può facilmente immedesimarsi nei nostri personaggi, si parla di relazioni di coppia: a tutti capita di lasciare o di essere lasciati, di innamorarsi di nuovo dopo la fine di una rapporto».
Siamo più egoisti?
«A volte essere egoisti è positivo, è importante guardarsi dentro, cogliere le sfumature del nostro stato d’animo, le nostre emozioni e aspirazioni. Ma guardare solo a se stessi non è sano. Bisogna trovare la giusta bilancia, e non è semplice».
Nella sua vita personale lei ha avuto la forza che molti non hanno: dopo una pausa di riflessione è tornata con il suo compagno, l’imprenditore Rossano Laurini.
«Stare insieme è un lavoro. Con l’età si cambia, ognuno ha le sue esigenze, altre voglie, altri impegni. E a volte si perde la strada comune. Tra noi due c’è stato un po’ di mare mosso, un momento di incomprensione che può capitare. Oggi vivo una situazione sentimentale stabile: il mare è calmo, molto calmo».


Gli attori sono per forza egocentrici e narcisi?
«Non sono narcisista. Ma come tutti quelli che fanno questo lavoro sono egocentrica. Poi c’è chi si vuol far vedere sempre e chi si ritira. Io sono della seconda specie: quando chiudo uno spettacolo, un film, un programma tv, abbasso la saracinesca e mi immergo nella mia realtà, nel mio mondo, a Follonica».
Vivere in provincia aiuta a tenere piedi per terra?
«Non lo so. So che a me vivere a Follonica dà molta protezione. Il nostro è un lavoro con tanto stress, tante emozioni, tante aspettative. In provincia mi sento nella mia bolla di vetro».
«Zelig» cosa rappresenta per lei?
«È casa, è famiglia, ero inesperta e mi ha dato tutto quello che sono oggi».
Bisio?
«Lo chiamo il mio Claudio: è un maestro, mi ha insegnato tanto, a partire dall’improvvisazione. Poi è nato un affetto fortissimo, importante, che viviamo anche con le nostre famiglie».
Nella sua carriera c’è il teatro, la tv ma anche il cinema.
«Da un po’ di tempo mi arrivano solo film drammatici, non ho capito ancora perché. L’ultima proposta me l’hanno “venduta” come una storia non tragica: era la storia di un femminicidio, veda lei».
Però è più facile il dramma della commedia.
«È vero. Io ho una parte malinconica, fatta di fragilità, di dolori che ho vissuto: quando devo recitare mi aggrappo a quello. Con la commedia invece rischi di andare sopra le righe, la recitazione in un attimo può diventare forzata».
Un treno perso?
«Manuale d’amore di Genovesi è stato un no di cui mi pento ancora oggi. In quel momento ero un po’ sulle nuvole e ammetto che non sapevo chi fosse il regista. Mi era successo anche con Pupi Avati, io arrivavo dalla Spagna, conoscevo poco il cinema italiano. Non avevo letto il copione, non sapevo niente. Il mio no nacque da una profonda inconsapevolezza».
Un colpo basso ricevuto?
«Più di uno. Anche ultimamente. Mi sono trovata di fronte a un comportamento inaspettato: in giro ci sono tante persone con il pelo sullo stomaco».
I social: amore o odio?
«Mi guida l’istinto, va a momenti, a volte sparisco, non mi sento obbligata a postare qualcosa per forza».
Gli hater li ha conosciuti bene.
«Quando mi hanno attaccato all’inizio è stato doloroso. Non capivo quell’odio contro di me, inspiegabile. Però ho continuato a credere in me e oggi gli hater non li calcolo proprio».
Se non fosse entrata nel mondo dello spettacolo?
«Quando studiavo volevo fare la psicologa infantile. L’altra idea — molto diversa — era aiutare i miei genitori che hanno sempre avuto bancarelle al mercato, avrei fatto l’ambulante con mio papà. Poi la vita mi ha portato altrove».



